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Educare è cosa del cuore

Dalla cattedra al cuore della cittadinanza: una riflessione che si intreccia con con la terza puntata di "Controtempo"
11/06/2026 di Alberto Piovan

La chiamata all’insegnamento è arrivata per me in modo inaspettato, non avendo mai preso in considerazione questa possibilità. L’ho compreso alla fine del Servizio Civile Nazionale con i salesiani, parlando con il don responsabile del progetto, dicendogli: “ho capito che il mio posto è in mezzo ai ragazzi”.

Fare l’insegnante è molto difficile in Italia, ma esserlo lo è forse ancora di più. In primis, occorre superare tutto il “cursus honorum”, un percorso faticoso per acquisire tutti i titoli necessari alla professione: oggi più che mai, una strada che ti costringe spesso a grandi sacrifici, lontano da casa. Ma la grande sfida è posta sicuramente dai ragazzi che incontro tutti i giorni: quando metto il primo piede dentro all’aula, mi hanno già fatto una TAC total body per capire come sto. Gli adolescenti sanno fare una cosa meglio di tutte le altre, a volte in modo inconsapevole: sanno metterti sotto al naso tutti i nodi che, nella vita, non hai ancora portato al pettine.

Nei loro confronti, dunque, il primo impegno è la coerenza: non necessitano di adulti che giochino ancora a fare gli adolescenti o gli amiconi, ma di punti fermi, pur con i propri limiti, capaci di assumersi il dovere (ahinoi) di porre i ragazzi di fronte ai molti “no” che le famiglie di oggi non pronunciano…aspetto che pone un forte interrogativo su cosa significhi oggi responsabilità genitoriale.

Il podcast de il Chiostro condotto da Giuseppe Notarstefano


Il secondo impegno è proprio la responsabilità, la cui etimologia ci parla di una promessa solenne. Mi domando allora: in cosa consista la mia? Posso sicuramente riconoscermi nelle riflessioni di Giuseppe Lazzati, che il Presidente Giuseppe Notarstefano richiama in “Dietro al Vetro”, il terzo episodio del Podcast Controtempo. La formazione è fondamentale, non solo per restare al passo con le novità del diritto e dell’economia (le materie che insegno) e delle implicazioni tecnologiche, ma per affinare - giorno dopo giorno - gli strumenti che ho imparato a conoscere servendo la parrocchia e la diocesi in qualità di educatore, quando ero più giovane. Dunque, ascoltare i giovani che si confidano, accogliere, non giudicare, farmi prossimo. Essere formato non significa saper risolvere tutte le situazioni difficili, ma essere consapevole che - laddove sorge un problema - può nascere un’occasione di crescita. Anche per me.

Laicità, del resto, è animare - con spirito evangelico - il tempo in cui sono chiamato a vivere, che è proprio una delle essenze della nostra Costituzione: una poesia che parla a chiunque la voglia leggere - anche a distanza di 80 anni - evidenziando la centralità della persona, la necessità della solidarietà, la preziosità della democrazia.

A questo punto, per me insegnare diventa la sintesi di tutto questo: un impegno civile, al servizio della Repubblica, per trasmettere - al meglio delle mie capacità - tutta la passione per la cittadinanza attiva, l’attenzione ai più deboli, alle ingiustizie sociali, ai pericoli che si celano dietro un uso superficiale delle nuove tecnologie. Al contempo, stimolare nei giovani un pensiero critico, aiutarli a comprendere che i problemi della contemporaneità sono complessi e, pertanto, necessitano di risposte altrettanto complesse; accompagnarli nel viaggio più difficile - l’adolescenza - perchè possano scoprire, dentro di sé, non cosa vorranno fare da grandi, ma come vorranno essere. I giovani non sono il futuro, sono il nostro presente e hanno bisogno di percepire in noi la speranza che un mondo migliore è possibile.

Dopo tutto, come amava ripetere don Bosco, educare è cosa del cuore.