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Ecco perché ci piace la restanza

Finalmente la questione dell’abbandono delle aree interne del nostro Paese trova attenzione nelle istituzioni e nella comunità ecclesiale. Rafforzare le reti di prossimità per ritrovare la forza di abitare i nostri borghi dimenticati
28/06/2026 di Gianni Di Santo

I borghi nascosti della nostra Italia resiliente e bellissima, e anche i borghi non più nascosti all’abbandono della sua popolazione, soprattutto dei giovani. Un tema attualissimo, quello della resilienza e della restanza, per usare un termine coniato dall’antropologo calabrese Vito Teti e che abbiamo iniziato aconoscere dopo lo straordinario successo al botteghino del film di Riccardo Milani, Un mondo al contrario. Un’attenzione che, finalmente, pare trovare un posto speciale nella cura delle istituzioni e della comunità ecclesiale. Non a caso è stata diffusa dalla Conferenza episcopale italiana, in vista della celebrazione dell’8 novembre, il Messaggio per la 76ª Giornata nazionale del Ringraziamento. Il futuro dell’Italia, affermano i vescovi, dipenderà dalla capacità di rafforzare reti di prossimità, relazioni comunitarie ed economie locali che costituiscono il vero metabolismo dei territori.

Il documento Sguardi di gratitudine e di speranza per le aree interne del Paese insiste nel sottolineare come l’identità italiana non si esaurisca nelle metropoli o nei grandi poli produttivi, bensì trovi una parte essenziale della propria ricchezza nelle montagne, nelle colline, nelle città medie, nei paesi e nei borghi. Insomma, nella “provincia”, dove sopravvivono relazioni umane, e risorse capaci di generare innovazione. Per questo la Cei esprime gratitudine verso chi sceglie di restare in questi territori, di investirvi e di avviare attività economiche, contribuendo non soltanto allo sviluppo del Paese ma anche alla proposta di modelli di vita alternativi rispetto ai grandi centri urbani.

In una sorta di storia al contrario, le periferie diventano il centro. Le campagne e i paesi montani trovano una nuova linfa per sopravvivere all’abbandono. I dati, d’altronde, parlano chiaro. Secondo l’Istat, oltre l’82% dei comuni delle aree interne perderà popolazione entro il 2043, con picchi del 93% nel Mezzogiorno. Nel solo 2024, sono 358 i comuni italiani a zero nascite, concentrati quasi esclusivamente nelle aree interne del Paese. Nei comuni ultra periferici, inoltre, il rapporto tra over 65 e under 15 è di circa 2,5 a 1. Solo numeri in negativo, dunque? La risposta è in questi altri dati. Le aree interne rappresentano un polo strategico, oltre che un prezioso capitale culturale e produttivo: il 92% delle Dop e Igp italiane, per esempio, ha a che fare con i piccoli comuni, così come il 70% dei grandi vini. Per non parlare dell’industria manifatturiera.

Che fare, allora? Un anno fa la Cei ha inviato in una lettera aperta al governo e al Parlamento con la richiesta di avviare un confronto condiviso sul futuro di questi territori. Tra le priorità indicate figurano il sostegno all’agricoltura e all’allevamento, politiche migratorie capaci di valorizzare il contributo dei nuovi lavoratori, investimenti nelle infrastrutture, nella sanità, nell’istruzione, nell’accesso alla casa e nei servizi di welfare territoriale. 

I borghi dimenticati per coltivare, ancora una volta, il senso di umanità che vuole sentirsi fratello o sorella di tutti. Ecco perché ci piace la restanza. Si resta per affinità alle origini, e per memoria/e da tramandare. Si resta per innamorarsi di pietre antiche e volti nuovi, si resta persino per aver diritto al pianto e al sorriso. Si resta per tendersi la mano. «Perché restanza – scrive Teti nella Treccani – denota non un pigro e inconsapevole stare fermi, un attendere muti e rassegnati. Indica, al contrario, un movimento, una tensione, un’attenzione. Richiede pienezza di essere, persuasione, scelta, passione. Un sentirsi in viaggio camminando, una ricerca continua del proprio luogo, sempre in atteggiamento di attesa: sempre pronti allo spaesamento, disponibili al cambiamento e alla condivisione dei luoghi che ci sono affidati. Un avvertirsi in esilio e straniero nel luogo in cui si vive e che diventa il sito dove compiere, con gli altri, con i rimasti, con chi torna, con chi arriva piccole utopie quotidiane di cambiamento».

Restare non è un verbo del passato, è un atto d’amore. La restanza è la parola più vicina all’incontro con l’altro. La restanza è il sapore del pane fatto in casa, la salsa di pomodori fatta in casa, le mani che impastano la farina e i racconti della nonna accanto al focolare. Ma anche il pane che si spezza e lo si dona all’ospite inatteso. I racconti fuori dal perimetro delle chat e dei social che diventano, per magia dell’attesa, la storia che siamo noi. La restanza di un suono ascoltato la sera all’imbrunire – così scrivevo in un articolo per Segno nel mondo del 2024 – in una chiesa appollaiata sopra una roccia d’altura, la restanza di una parola data e mai abbandonata o tradita, la restanza di un aiuto spontaneo nel portare la legna dentro casa alla vecchina che non ce la fa più, la restanza di un invito a cena, la restanza di un bicchiere di vino a un Dio che sorride».

Siamo tutti ospiti in una terra che ci appartiene. Questo, in fondo,è il segreto della restanza.