Be kind. Love is a weapon against fear. Sii gentile. L’amore è un’arma contro la paura.
Sono in aeroporto pronta a tornare a casa dopo i mesi di tirocinio trascorsi a Calais e non riesco a non pensare a questa frase affissa sul muro della nostra warehouse. L’ho letta ogni mattina prima di iniziare il turno, come un mantra che provavo a portare con me nelle giornate fatte di incontri, difficoltà e piccoli gesti di resistenza quotidiana.
Rileggo le pagine del mio diario, cercando di imprimere nella memoria i volti, le storie, le emozioni vissute. Vorrei custodire ogni istante, portarlo con me, prima di tornare alla mia “vita normale”. Ripenso alla rabbia e all’impotenza di fronte a tanta ingiustizia, ma anche alla gratitudine per l’amore, la gentilezza e la cura che ho visto resistere, ostinati, in vite che continuano a scorrere nonostante tutto.
Un limbo fatto di attese e precarietà
A Calais e Grande-Synthe le vite delle persone in transito verso il Regno Unito scorrono in un limbo fatto di attese e precarietà. Lavorando con l’organizzazione Women’s Refugee Center, ho potuto vedere da vicino quanto per le donne questo sia ancora più accentuato: il rischio di violenza costante, le notti in tenda, le poche risorse disponibili e le condizioni igienico-sanitarie precarie anche in casi di gravidanza.
Le nostre giornate iniziavano presto, caricando la macchina con vestiti, assorbenti, cibo, tende e coperte da distribuire. Insieme a me c’erano altre tredici ragazze provenienti dalla Francia e da altri paesi d’Europa. Il nostro team era interamente femminile, perché lavoravamo con donne in movimento, e questo aspetto era fondamentale per creare un ambiente sicuro in cui potessero sentirsi a loro agio.



Poi si partiva: al mattino, a Grande-Synthe, aspettavamo le donne al punto di distribuzione. Non potevamo entrare nella jungle, troppo pericoloso. Aspettavamo, cercando di creare uno spazio in cui potessero sentirsi al sicuro, ascoltate, accolte. Tre volte a settimana riuscivamo a portarle in una palestra con docce calde: un lusso in un contesto dove l’acqua pulita e la privacy sono un bene non scontato. Lì, oltre a offrire un momento di benessere, provavamo a dare informazioni importanti su come proteggersi, come affrontare il viaggio in mare, cosa fare una volta arrivate in Inghilterra. Spesso, in quelle ore, si rideva, si scherzava, si cercava di alleggerire anche solo per un attimo il peso della loro condizione. Molte si dipingevano le mani con l’henna, altre si prendevano cura dei capelli a vicenda, creando legami che andavano oltre la sopravvivenza quotidiana.
A Calais, il lavoro era diverso. Le mattine trascorrevano tra il freeshop e il centro diurno di Secours Catholique, uno dei pochi luoghi in cui le persone potevano sedersi su una sedia senza paura di essere sgomberate. Nel pomeriggio, giravamo per i punti dove sapevamo che le donne dormivano, cercando di capire chi avesse più bisogno di aiuto. Ogni sera cercavamo soluzioni per chi non aveva un posto dove stare: un letto alla Maria Skobtsova House, una stanza d’albergo con Medici Senza Frontiere, l’ospitalità di un cittadino francese. A volte funzionava, altre volte no, e l’unica cosa che potevamo fare era dare una tenda, una coperta, sperando che bastasse.
Nel frattempo, la polizia non smetteva mai di intervenire. Smantellamenti, sequestri, sgomberi.



Legami profondi e momenti di straordinaria umanità
Eppure, in mezzo a questa precarietà, ho visto nascere legami profondi e momenti di straordinaria umanità. Penso a H. e al suo sogno di tornare a giocare a calcio come faceva in Eritrea. A N., ragazza di 14 anni che parlava inglese perfettamente e, nonostante la sua giovanissima età, si offriva di aiutarci nelle traduzioni per le donne che parlavano arabo o somalo, con una maturità che andava ben oltre i suoi anni. Penso a M. e R., due madri sole che si sono incontrate lungo il cammino e, condividendone la fatica, sono diventate l’una la famiglia dell’altra.
Ma ciò che rende possibile tutto questo è l’immensa rete di solidarietà presente sul territorio. Ogni giorno, decine di volontari e organizzazioni lavorano senza sosta per garantire che nessuno sia lasciato solo. Secours Catholique, Utopia 56, Medici Senza Frontiere, Maria Skobtsova House e tanti altri: ognuno con un ruolo specifico, ognuno con il proprio contributo essenziale. Senza di loro, senza il coordinamento e l’impegno collettivo, tutto sarebbe ancora più difficile. E vedere questa solidarietà concreta, che si oppone all’indifferenza e alla repressione, mi ha insegnato che anche nelle situazioni più buie, c’è sempre uno spazio per la speranza.
Tornando a casa, mi porto dietro queste storie, questi volti, queste voci. Mi porto dietro la consapevolezza che la migrazione è più di un’emergenza da contenere, ma una realtà umana che richiede dignità e rispetto. Ho imparato che non possiamo permetterci di raccontare queste storie solo attraverso la sofferenza, perché in ogni donna che ho incontrato ho visto molto di più: ho visto il coraggio, la determinazione, la speranza.
E mi porto dietro quella frase, letta ogni giorno sulla parete della warehouse. Perché, in un mondo che cerca, sempre di più, di chiudere le porte, la gentilezza è una forma di resistenza. E l’amore, davvero, può essere un’arma contro la paura.


