Insieme all’aumento in senso quantitativo dei conflitti attivi – che secondo le stime dell’istituto americano ACLED sarebbero 56 nel mondo – si registra una maggiore e crescente brutalità nella loro conduzione. Ciò si traduce in un aumento del coinvolgimento dei civili. Troppo spesso bambini (Gaza ne costituisce un triste esempio). Si assiste, nell’apparente impotenza generale, alla violazione delle più basilari norme di umanità. Insomma, tutti gli strumenti di protezione della persona umana, elaborati sia per il tempo di pace che per il tempo di guerra, sembrano non avere più alcun valore. Facendo così emergere l’ipocrisia di una comunità internazionale la cui unica legge continua ad essere quella del più forte.
Accanto a tutte le deprivazioni che vengono registrate quotidianamente dalle Nazioni Unite, dalle agenzie indipendenti e dagli enti di ricerca nel mondo, ne figura una, che colpisce i più giovani, della quale si è parlato troppo poco. Si tratta del diritto all’istruzione – garantito dall’art.26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 – vera e propria pietra miliare in materia di tutela internazionale dei diritti umani e modello per l’elaborazione delle successive convenzioni.
Congo, Gaza e Sudan: i numeri del diritto allo studio negato
Secondo l’UNICEF, dall’inizio del 2024 sono state chiuse più di 2500 tra scuole e spazi didattici tra il Nord ed il Sud Kivu, in Repubblica Democratica del Congo, portando a quota 795.000 il numero di giovani privati dell’istruzione. Situazione che risulta aggravata dal sempre più frequente fenomeno dell’arruolamento dei bambini-soldato.
A Gaza, in Palestina, la situazione appare drammatica. Impossibile tenere il conto delle testimonianze e dei rapporti che illustrano la reale, inaccettabile, portata dell’annientamento di civili. Di recente, sono stati pubblicati importanti studi internazionali che dimostrano la sottostima operata nel conteggio delle morti a Gaza, che invero sarebbero molti di più di quanto calcolato fino ad ora.
In un recente articolo di Avvenire – che richiama uno studio della Royal Holloway di Londra – si legge che quasi mille bambini sono morti prima dell’undicesimo mese di vita. Facendo del conflitto in corso, “uno dei più letali del Ventunesimo secolo”.
In un contesto in cui i neonati sono oggetto di bombardamenti sistematici, evidentemente non c’è stato abbastanza spazio per affrontare il tema dell’assenza di istruzione. Ma già a novembre 2024 il 95% di scuole a Gaza aveva subito danni. È noto, infatti, che le scuole – comprese quelle dell’ONU – sono state duramente colpite sin dal principio. Pur non essendo in alcun modo ascrivibili alla categoria degli “obiettivi militari”.
In Sudan, il conflitto armato iniziato nel 2023 – e che, è necessario sottolineare, non ha trovato alcuno spazio sulla stampa e sulla tv italiana – ha prodotto già 10 milioni di sfollati. Solo da questo gennaio, 239 bambini sono morti di fame, secondo le stime del Sudan Doctors Network. Inoltre, è stato stimato che nel 2024 quasi 18 milioni di bambini su una popolazione di 22 milioni di minori non è andata a scuola e gli edifici scolastici sono stati adibiti a campo di battaglia e deposito per gli armamenti.
Le macerie culturali dei conflitti
Questi non sono che tre esempi in un contesto globale di aumento generalizzato della conflittualità e regressione in materia di protezione dei diritti della persona. Incluso il fondamentale diritto allo studio. Tuttavia, forniscono uno spunto di riflessione imprescindibile riguardo la strada che l’umanità sta imboccando. Finita l’era dello sviluppo e dell’elaborazione delle convenzioni poste a tutela dei diritti – da ultimo, nel luglio 2022, persino quello ad un ambiente salubre! – si è aperta un’epoca le cui parole chiave sono riarmo, mortalità infantile, mutilazioni, fame e mancato accesso all’istruzione.
Dunque, “sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”? Purtroppo, al momento, la risposta pare essere affermativa.
Per questa ragione, siamo tutti chiamati a riflettere sull’effettiva possibilità di studiare oggi nel mondo, e sulle ricadute che quest’ennesima ingiustizia comporta. Tale circostanza, infatti, determina non solo l’esclusione delle nuove generazioni da un ambiente di lavoro sicuro e ben retribuito, ma alimenta povertà e deprivazione. Cause alla base degli stessi conflitti armati.
Privare i bambini dell’istruzione primaria, gli adolescenti dell’accesso alle superiori, e i giovani dello studio universitario, significa mettere un’ipoteca sulla possibilità di un futuro di pace. Sul progresso e la ricostruzione dei paesi in guerra.
Significa, ancora una volta, mortificare giovani e giovanissimi, frustrarne speranze e aspettative. Negarne diritti e favorire il perdurare di una differenza nel tasso d’istruzione tra nord e sud del mondo. Primo passo verso la privazione dell’identità culturale e verso lo sfruttamento economico.
Tutto ciò impone al ricco occidente una riflessione sulle macerie culturali che le giovani vittime di guerra saranno costrette a sopportare. Dopo le morti e le distruzioni materiali di persone ed edifici ormai ridotti in polvere.


