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Dimmi come giochi e ti dirò chi sei

02/04/2026 di Paolo Seghedoni

Nel giugno 2018 Marco Bellinazzo, giornalista del Sole 24 Ore, dava alle stampe il libro “La fine del calcio italiano. Perché siamo fuori dai mondiali e come possiamo tornarci da protagonisti”. Otto anni e due mondiali dopo possiamo dire che non solo non siamo tornati ai mondiali da protagonisti, ma la massima competizione calcistica (che la nazionale azzurra ha vinto in ben 4 occasioni) non l’abbiamo proprio più frequentata. E così sarà la prossima estate, quando 48 squadre (!) si contenderanno la prima edizione del Mondiale di calcio maschile disputata in tre paesi: Usa, Canada e Messico.

L’Italia ha perso nello spareggio contro la Bosnia, fallendo l’ennesima sliding door di questi sciagurati anni e a varcare l’oceano saranno Dzeko e compagni. La nazionale di Gattuso, dopo un confortante avvio e una fase di risacca, è rimasta in dieci per l’espulsione di Bastoni, ha fallito il raddoppio in contropiede, è stata raggiunta dopo un lungo assedio e ha ceduto ai calci di rigore. Fin qui la fredda cronaca di una partita che, essendo il calcio uno sport a basso punteggio, è stata condizionata e orientata anche dagli episodi, come spesso accade. Anche dagli episodi, appunto, e quindi…? Quindi è il caso di tirare in ballo la direzione non impeccabile dell’arbitro? O l’aver giocato in trasferta e su un campo oggettivamente non proprio in condizioni regolari? O, ancora, tirare in ballo, come ha fatto il presidente federale Gravina, il fatto che il calcio è uno sport professionistico e non “di Stato” come lo sci (una dichiarazione talmente fuori fuoco da risultare paradossale)?

No, non è proprio il caso e, anzi, il fatto che il terzo mondiale consecutivo visto in poltrona non abbia indotto nessuno a fare il gesto (non dovuto, ma quanto meno elegante) di consegnare le dimissioni appare ancora più straniante.

Ma non siamo qui per parlare di tecnica o tattica, almeno non in modo specifico. Quello che sta accadendo, e che giocoforza accadrà sempre di più, non è solo il decadimento e l’impoverimento progressivo del movimento calcistico italiano, ma anche il disamore sempre più evidente e diffuso per la maglia azzurra. I club, e quasi sempre anche i tifosi delle squadre principali, vivono con fastidio le soste per la nazionale e stanno a contare i minuti in cui i propri beniamini giocano (non solo con l’Italia, evidentemente) sperando in una sostituzione precoce per evitare il rischio di infortuni.

La Federazione vivacchia e non ha né la voglia né la forza per imporsi e, solo per fare uno dei tantissimi esempi possibili di riforma, non riesce a far calare da 20 a 18 il numero di squadre della serie A per qualificare lo spettacolo e dare un segnale di controtendenza contro la bulimia di partite.

Del resto un mito del pallone come Roberto Baggio 15 anni fa nel 2011 in qualità di responsabile del settore tecnico della Federcalcio, scrisse insieme a 30 collaboratori 900 pagine su come riformare il calcio e rilanciarlo, pagine rimaste a prendere polvere in un cassetto. Baggio si dimise nel 2013, nulla cambiò, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Sarà retorico, e lo è, ma è anche vero che ci sono generazioni di ragazzi e ragazze che non hanno mai visto l’Italia ai mondiali e che, a differenza della generazione che era bambina nel 1982 o di quella che lo era nel 2006, difficilmente si appassioneranno al pallone come rito collettivo, non solo come dinamica di tifoserie contrapposte e, troppe volte, incattivite.

Ma il calcio, come capita spesso con gli sport più diffusi e amati, non è solo calcio. È, senza voler esagerare, uno degli specchi della nostra società, sempre più vecchia, stanca e individualista. Magari è un caso, ma in un periodo in cui gli sport individuali stanno andando benissimo (Sinner e la primavera del tennis, Andrea Kimi Antonelli nella Formula 1 e i centauri della MotoGP, Nadia Battocletti, Mattia Furlani, Larissa Iapichino nell’atletica, Federica Brignone e Sofia Goggia nello sci, e l’elenco potrebbe proseguire a lungo), negli sport di squadra, eccezione della pallavolo femminile e maschile a parte, l’Italia non è competitiva.

Abbiamo iniziato col titolo di un libro. Chiudiamo con una citazione di uno scrittore sudamericano, uno dei tanti ad aver “cantato” il pallone con parole piene di passione. “Gioco, dunque sono… Dimmi come giochi e ti dirò chi sei” scriveva lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano nel suo “El fútbol a sol y sombra” uscito in italiano come “Splendori e miserie del gioco del calcio”. Ecco, c’è quasi da sperare che non sia vero, perché se l’Italia è come gioca a calcio, c’è davvero poco da stare allegri.