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Lavoro, sindacato e politica: la sfida delle ACLI nell’Italia che cambia

Dai dati ISTAT sulla povertà lavorativa al ruolo dell’associazionismo cattolico: il presidente Emiliano Manfredonia traccia scenari, criticità e prospettive del mondo del lavoro contemporaneo
31/03/2026 di Maurizio Biasci | No comments yet

E’ nata su whatsapp, nel Gruppo Comunicazione del MLAC, l’idea di parlare di lavoro, dati ISTAT e politica con il presidente delle ACLI (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani) Emiliano Manfredonia, riconfermato per il secondo quadriennio alla guida dell’associazione. Per avere punti di vista, prospettive e traiettorie d’intenti di un’altra associazione che di lavoro se ne intende. E non certo poco.

Formato nel Movimento Studenti di Azione Cattolica, è stato per molti anni animatore ed educatore parrocchiale. Impegnato nella cooperazione sociale di inserimento lavorativo, nel tempo ha sviluppato e fondato cooperative sociali e attività lavorative in diversi territori e in diversi ambiti di marginalità, come tossicodipendenza, disabilità mentale e sordomutismo.

Dal 2006 è Presidente dell’associazione Intesa, impegnata nei servizi, nella ricerca, qualità e studio del settore no profit. Nelle Acli mette la propria vita in circolo e svolge il proprio impegno politico e sociale. È stato, infatti, Presidente delle Acli di Pisa dal 2006 al 2012, anno in cui viene invitato nella Presidenza Nazionale delle stesse con l’incarico di “Economia Civile e cooperazione Sociale”. Precedentemente ha ricoperto anche il ruolo di vice Presidente vicario delle Acli nazionali e di Presidente del Patronato Acli.

Quale è stato il ruolo dell’associazionismo cattolico nel sindacato? Come è stato mantenuto?

Quando le ACLI nascono nell’agosto del 1944 nella Roma da poco liberata, il compito che viene loro affidato è quello di essere il luogo di riferimento per la presenza dei cristiani all’interno del sindacato unitario, la CGIL, che era nata due mesi prima. In sostanza si pensava che fosse necessario creare un luogo che fosse insieme di formazione religiosa e sociale, e anche di assistenza in un periodo in cui mancava praticamente tutto, per fare da contraltare alla ben più organizzata presenza delle correnti marxiste, comuniste e socialiste. Le ACLI furono, dunque, l’espressione della corrente sindacale cristiana, anche se bisogna dire che, in quei primi anni, i confini erano fluidi, e le persone passavano indifferentemente dall’Azione Cattolica al sindacato alle ACLI e al partito, la Democrazia Cristiana, senza grandi differenziazioni.

Quelle vennero dopo, quando il partito incominciò a strutturarsi e, soprattutto, quando le crescenti divisioni fra le correnti politiche e quelle sindacali (che erano portatrici di cultura sociali diverse) resero inevitabile la rottura dell’agosto 1948 e la nascita di una nuova Confederazione sindacale, che poi divenne la CISL. A quel punto, le ACLI avrebbero potuto diventare esse stesse un sindacato di matrice cristiana, sull’esempio di quanto era accaduto in Italia prima della guerra e ancora accadeva in Francia, in Belgio ed in altri Paesi. Siccome però i sindacalisti decisero di dare vita ad un sindacato aconfessionale, si valutò esplicitamente – lo scrisse mons. Giovanni Battista Montini a nome di Pio XII in una lettera al Presidente delle ACLI Storchi – che le ACLI potessero avere ancora una funzione come movimento educativo e sociale per la formazione dei credenti che entravano nel sindacato e nel partito: perché ovviamente, per molti anni, le ACLI ebbero un legame sostanziale con la CISL e invitavano a votare e a impegnarsi nella DC.

Come poi questo legame sia evoluto è un altro discorso, perché ad un certo punto le differenze emergevano: chi stava nel sindacato si occupava del sindacato, della contrattazione e dell’evoluzione della cultura sindacale, chi stava nel Partito si occupava delle istituzioni, chi stava nelle ACLI cercava di far crescere il Movimento.

Certamente le ACLI non smisero di interessarsi alle questioni sindacali: fu proprio un dibattito che si svolse alla sede nazionale delle ACLI nel 1966 fra i rappresentanti di CGIL, CISL e UIL che aprì la stagione unitaria, che avrebbe potuto confluire in una vera e propria riunificazione, se non vi fossero state resistenze e conservatorismi in tutte e tre le Confederazioni. Come Acli abbiamo sempre tentato di avvicinare i sindacati nell’intento di difendere nel modo migliore la dignità di ogni lavoratore, recentemente durante il Giubileo della Speranza siamo stati tra i principali attori di un convegno “Lavorare di speranza”, che ha visto il confronto tra le principali sigle sindacali, oltre a molti attori globali che difendono il lavoro.


Quale è la situazione attuale?

Abbiamo molto rispetto per la funzione che le singole Confederazioni esercitano nel campo delicato delle relazioni sindacali e della contrattazione, e questo è il loro specifico: in più, collaboriamo su molti tavoli sulle questioni della pace, della promozione sociale, della lotta contro la criminalità organizzata, in contrasto con la povertà. Non si è esaurito lo spazio di confronto che ci chiama all’impegno comune.

Naturalmente molti aclisti sono tuttora impegnati nel sindacato, chi come semplice iscritto nel suo posto di lavoro, chi con delle responsabilità di categoria o di Confederazione: ciò significa che comunque questo rapporto si mantiene nel tempo, ed è ovvio perché noi siamo un’associazione di lavoratori e seguiamo da vicino l’evoluzione del mondo del lavoro e delle condizioni di vita dei lavoratori nel corso degli anni, tenendo anche conto di come è evoluto l’insegnamento sociale della Chiesa da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, a Francesco e ora a Leone XIV. Se anche il legame non è più strutturale, per noi i sindacati continuano ad essere un interlocutore autorevole e primario.


Quanto è cambiato il mercato del lavoro?

Secondo l’ISTAT, circa il 7,6% dei lavoratori italiani si trova in una condizione di “povertà lavorativa”, un dato in crescita rispetto al 4,9% del 2014. Questo aumento, pari al 55% in poco più di dieci anni, evidenzia un trend preoccupante che vede un numero crescente di persone in difficoltà economiche nonostante siano occupate. In termini relativi, circa 8,5 milioni di persone si trovano al di sotto della soglia di povertà relativa, fissata dall’ISTAT al 14,5% della popolazione.

Noi, ogni anno, per il 1 Maggio offriamo uno spaccato di questa realtà attingendo ai dati del nostro CAF. Entrando nel merito dei dati, su un campione di 785.466 contribuenti con reddito da lavoro, il 91,6% si trova al di sopra della soglia di bassa retribuzione, mentre l’8,4% al di sotto: la bassa retribuzione è, dunque, un fenomeno che colpisce una parte ridotta, ma comunque significativa del campione di lavoratrici e lavoratori che si rivolgono al Caf Acli per la dichiarazione dei redditi. Al di là di questo dato generale, come è noto, il mercato del lavoro italiano è attraversato da segmentazioni lungo le dimensioni di genere ed età. Non sorprende quindi che andando a verificare la percentuale tra uomini e donne si riscontri un rapporto superiore a 1 a 2 tra dichiaranti di genere maschile e femminile: nello specifico ha un reddito da lavoro inferiore ai 726 euro al mese l’11,6% delle dichiaranti donne a fronte del 5,3% dei dichiaranti uomini.

I dati analizzati mettono in luce disuguaglianze economiche e sociali che attraversano il Paese, riflettendo una realtà che riguarda non solo il livello di reddito, ma anche l’accesso a servizi fondamentali come la sanità, i trasporti, l’istruzione. La povertà lavorativa, in particolare, non è un fenomeno isolato ma è interconnesso con questioni generazionali, di genere e territoriali. Non è un quadro consolante, ma è da qui che dobbiamo partire per interrogarci su quello che possiamo fare.

A questo si aggiungono elementi di novità come l’IA e i nuovi lavori che rischiano di rendere meno personale il lavoro e di scaricare ogni responsabilità diretta nel rapporto lavoratore datore di lavoro creando, come abbiamo visto nei casi Glovo e Deliveroo, veri e propri casi di caporalato. L’attenzione nel mondo del lavoro deve essere alta.


Quanto le ACLI sono riuscite a difendere i diritti dei lavoratori?

Diciamo che il nostro compito è essenzialmente di tipo formativo, e fin dall’inizio ci siamo preoccupati di rendere le persone che si rivolgevano a noi consapevoli dei propri diritti, in particolare con il nostro Patronato. All’inizio, come scrisse De Gasperi ad un amico, si trattò di rifare completamente la cultura politica e sociale dei cattolici che durante il Ventennio fascista era rimasta congelata.

Con il tempo, grazie alla nostra attività di studio e formazione, alla capacità capillare dei nostri Servizi, all’interazione con il sindacato e la politica siamo progressivamente riusciti a formare le coscienze di cristiani consapevoli del loro ruolo di cittadini e di lavoratori, soprattutto dandoci l’obiettivo, come scrisse qualcuno, di portare la Costituzione sui luoghi di lavoro.. Furono le ACLI a farsi promotrici della grande inchiesta sulla condizione dei lavoratori che il Parlamento avviò a metà degli anni Cinquanta, e si può ben dire che lo Statuto dei Lavoratori del 1970 sia figlio di quella stagione.

Ora le condizioni sono diverse, ma il nostro ruolo di studio, di formazione e di azione sociale non è venuto meno e quelli che sembravano diritti acquisiti non lo sono più, almeno per larghe fasce di popolazione. Pertanto il nostro impegno rimane alto.

In che modo e con quale linguaggio, le ACLI sono riuscite, negli ultimi anni, a dialogare con la politica in questo senso?

Le Acli sono un movimento educativo e sociale, siamo lontani dai partiti ma la nostra funzione è fortemente politica perché non si possono toccare temi come la dignità sul lavoro, la giustizia sociale, l’accoglienza, la pace ed altri senza prendere una posizione. Questo lo facciamo sempre cercando di metterci in discussione e privilegiando un approccio culturale, ma senza venire meno alla denuncia e la proposta.

Non è semplice interagire con la politica oggi, perché le grandi forze popolari non ci sono più e soprattutto perché essa attraversa una grande fase di delegittimazione di cui è miglior dimostrazione l’ormai strutturale 40% di persone che non vanno a votare.

Noi abbiamo provato a sfidare la politica sul piano della sua capacità di autoriforma, proponendo un progetto di legge di iniziativa popolare finalizzato alla democratizzazione e alla trasparenza interna dei partiti, ma abbiamo ottenuto solo un silenzio raggelante. Certo non ci aspettavamo che ci venisse data ragione su tutta la linea, ma qui ci siamo trovati di fronte ad una negazione totale, e questo fa molto riflettere.

Il nostro impegno assume senso soprattutto mettendoci in rete ed in ascolto con molte altre associazioni di stampo cattolico e laico cercando di fare rete a vantaggio di tutti i cittadini.

Molti aclisti sono attivi nella politica, soprattutto nelle Amministrazioni locali, e questo è un patrimonio da valorizzare e promuovere, ma il nostro obiettivo è quello di far crescere una nuova cultura politica, che sia basata sui valori della pace, della democrazia, della giustizia sociale.





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