Al primo posto della classifica delle Emoji più utilizzate nel 2025 c’è proprio lui: il cuore.
Che è anche il grande ispiratore di poesie o canzoni: con cuore fanno rima, solo per citarne alcuni: dolore; amore; fiore; ardore; candore…
Indispensabile nel nostro vocabolario affettivo e comunicativo, il cuore tuttavia non si lascia circoscrivere dal sentimento/romanticismo con cui immediatamente lo associamo. Rimane oltre. Possiamo avvicinarne un ulteriore significato tramite l’immagine del nocciolo, che è il cuore di un frutto, la sua parte più interna, custode del futuro della pianta.
Noi non siamo piante e non produciamo frutti; tuttavia anche noi possediamo una zona interiore, segreta e delicata, un luogo dove, per usare le parole di Agostino, «siamo comunque siamo» (Cfr. Conf. 10,3,4), nella verità, senza maschere né sovrastrutture: il cuore, appunto.
Dalla Bibbia apprendiamo che il cuore è il luogo dove si maturano le decisioni, dove si medita sul vissuto cercando raccordi di senso; dove si fa memoria. Proprio perché si tratta del centro incandescente del nostro essere, richiede cura, esige di essere coltivato, come ci si prende cura di un seme destinato a crescere e a diventare una pianta.
«Con ogni cura vigila sul cuore perché da esso sgorga la vita» (Prv 4, 23).
L’educazione del cuore: opera sempre in corso, a qualunque età della vita; ma proprio questo è il difficile. È la Bibbia ad ammonirci: «Il cuore dell’uomo è un abisso», ci ricorda il salmo, col tono meditativo di una massima sapienziale, (63, 7b). E Agostino commenta: «Chi mai potrà comprendere che cosa l'uomo reca nell'intimo, che cosa può, che cosa sa, di che cosa dispone, che cosa vuole, che cosa non vuole?» (Esp. sul Sal 41, 13).
Non solo il cuore è un abisso, ma è anche «difficilmente guaribile», incalza il profeta Geremia (17, 9).
La Parola ci pone davanti questa verità dura da accettare, che cioè il nostro cuore è complesso, contraddittorio, tanto facilmente incline al male. Un agglomerato difficile da raddrizzare, da guarire. Duro da penetrare.
Come fare allora?
Da sempre esercita un forte fascino la “mentalità da scorciatoia”: vivere… senza passare dal cuore. Riempirsi di cose da fare, ingolfarsi di rumori, saltare febbrilmente da un appuntamento ad un altro, da un’incombenza ad un’altra; cercare di stare bene, evitando il più possibile turbamenti e smacchi della vita; gli altri, affetti compresi, si lasciano accuratamente sullo sfondo, e comunque vengono dopo. C’è un prima: prima veniamo noi, i nostri bisogni da soddisfare, la nostra realizzazione da raggiungere. Poi, forse, un domani chissà, ci saranno anche gli altri; comunque solo in un secondo momento.
È la controcultura dell’uomo senza cuore, “sine corde”: l’uomo che magari sviluppa competenze, know-how e un fisico da atleta, ma tragicamente lascia rattrappire il proprio cuore. Finendo per non sapere più chi è, cosa vuole. Corre, sì, ma verso dove? Se glielo chiedi, non ti sa rispondere.
Se ci pensiamo bene, la mentalità sine corde ci riguarda tutti.
Agostino visse così fino ai trent’anni, quando, all’apice del successo e della carriera, scoprì con dolore di essere un uomo senza cuore: in tutti i traguardi raggiunti, non aveva fatto altro che preoccuparsi di sé, per emergere sopra e più degli altri.
Sarebbe interessante scorrere i vangeli ed evidenziare il ricorrere della parola “cuore”: nel Vangelo di Luca, ad esempio, il cuore viene menzionato quasi all’inizio, quando Maria nel Magnificat esclama: «Il Signore ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore» (Lc 1, 51b). Dunque, in quell’abisso che è il nostro cuore ci si può anche smarrire, e questo è una sorta di pena medicinale da parte di Dio: pensavi di essere potente, attraverso il tuo continuo meditare-progettare-macchinare; proprio i tuoi progetti saranno il labirinto in cui resterai incastrato, e questo per ricordarti che sei uomo, limitato, povero, mortale.
L’ultimo ricorrere del termine cuore è sulle labbra dei due discepoli di Emmaus: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto, mentre conversava con noi e ci spiegava le Scritture?» (Lc 24, 32). All’inizio del Vangelo, il cuore smarrito dei superbi; alla fine, il cuore riacceso dei discepoli, infiammato di amore e ridestato nella speranza, a contatto con la persona di Gesù risorto e della sua parola.
Non è vero che siamo condannati a restare alla superficie del cuore o fuori di esso; anzi la raccomandazione tante volte ripetuta ai suoi ascoltatori da Agostino fu proprio questa: torna a te! Fai ritorno al tuo cuore, lasciati accompagnare da Dio a riprendere confidenza con questa dimora che tu porti dentro di te. È con l’aiuto di Dio, infatti, che possiamo “tornare a casa”, in questo nostro domicilio interiore dove è dolce dimorare, quando si scopre che il nostro abisso non è destinato a restare un magma informe, ma un luogo dove Dio stesso sceglie di dimorare. E la sua presenza dona pace alla nostra vita.
«Ecco il mio cuore, o Dio;
eccolo nel suo intimo;
vedilo nei miei ricordi,
o mia speranza,
e purificami dai sentimenti ambigui
dirigendo il mio sguardo su di te
e liberando dal laccio i miei piedi» (Confessioni 4,6,11).
