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Sotto il segno del dialogo

L’Insegnamento della religione cattolica (Irc) alla prova dei primi 40 anni. Realtà e prospettive di una proposta educativa e culturale
17/05/2026 di Claudio Giuliodori | No comments yet

Dopo quarant’anni è sembrato giusto ai vescovi italiani tracciare un bilancio dell’insegnamento della religione cattolica (Irc). La scadenza non è di quelle istituzionali, ma la Cei ha voluto ugualmente pronunciarsi con una Nota pastorale che pone l’Irc sotto il segno della cultura e del dialogo: la cultura è nel suo Dna istituzionale, dato che l’Accordo di revisione del Concordato fonda l’Irc proprio sul «valore della cultura religiosa»; il dialogo appartiene alla prassi didattica, come principio dinamico che lega l’Irc al resto del curricolo scolastico e lo apre al confronto con l’esperienza degli alunni e con un panorama religioso sempre più plurale.

La Nota è uscita a dicembre 2025 in coincidenza con il quarantesimo anniversario della firma dell’Intesa tra il presidente della Cei e il Ministro della pubblica istruzione per ridefinire l’Irc dopo l’entrata in vigore dell’Accordo del 1984 che modificava il Concordato del 1929. Quell’Intesa è stata già modificata un paio di volte, ma la sua prima firma rimane una tappa fondamentale nella storia dell’Irc e della scuola italiana, anche se il nuovo regime concordatario entrò effettivamente in vigore solo con il successivo anno scolastico 1985-86.

La Nota accenna brevemente ai numeri che documentano un’adesione all’Irc superiore all’80%, ma qui possiamo fermarci un attimo a riflettere sul fatto che quarant’anni fa nessuno si sarebbe aspettato una tenuta del genere. Il merito va attribuito da un lato al tessuto ancora religioso della nostra società (nonostante le apparenze) e dall’altro al lavoro degli insegnanti di religione, oggi quasi tutti laici (molto più di quarant’anni fa), segno dei tempi in linea con il Concilio e con lo stesso Sinodo della Chiesa universale e nazionale.

I vescovi italiani si erano pronunciati sull’Irc solo nel 1991, in un contesto decisamente diverso, dopo le vivaci polemiche seguite all’entrata in vigore del regime neoconcordatario. Oggi ci troviamo in una situazione decisamente diversa: nel tempo il nuovo Irc è diventato una componente abituale del curricolo scolastico e si è consolidata una routine (non esente da abusi) che ci consente di collocare l’Irc nell’ordinaria amministrazione della vita scolastica. Da allora si era avuta solo una lettera agli insegnanti, che la Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università aveva fatto uscire il 1 settembre 2017, in coincidenza con la messa a regime del nuovo sistema di qualificazione professionale degli insegnanti definito dalla revisione dell’Intesa del 2012.

La Nota attuale si è voluta porre in stretta continuità con quella del 1991, riprendendone la struttura, con la sola aggiunta di un capitolo iniziale dedicato alle trasformazioni intervenute in questi anni. Dopo una formale Introduzione e la Presentazione del cardinale Zuppi, presidente della Cei, il testo si sviluppa infatti in quattro capitoli: sui cambiamenti sociali e culturali, sulla natura dell’Irc, sulla figura dell’insegnante di religione e sui rapporti dell’Irc con la comunità ecclesiale.

Come disse con felice espressione papa Francesco, viviamo oggi un cambiamento d’epoca e quindi dobbiamo confrontarci con le novità che investono tutti i campi della nostra vita. Il primo capitolo, sul piano scolastico e sociale, ferma l’attenzione sul fenomeno delle migrazioni, che – scrivono i vescovi – «deve essere letto non con paura, ma come un’opportunità e un dono» (Nota, n. 2). Sul piano culturale la chiave di lettura può essere quella della secolarizzazione, che produce «una crescente indifferenza rispetto alla pratica religiosa» (n. 3). Ma l’Irc non deve essere visto come un indicatore di pratica religiosa; esso è soprattutto un servizio educativo offerto alla scuola e alle giovani generazioni.

Il secondo capitolo descrive la fisionomia istituzionale dell’Irc, con riferimento alla normativa concordataria e alla giurisprudenza costituzionale. Può essere significativo segnalare che i vescovi ne parlano come di occasione di libertà, interpretando come «motivo di forza» (Nota n. 14) la facoltatività che sembra a prima vista indebolire l’Irc scolastico e che invece ne fa un’occasione di alleanza educativa, come anche più avanti si tornerà a dire. Molto opportunamente, usando proprio le parole della Corte costituzionale, l’Irc viene presentato come espressione di laicità della scuola e dello Stato, cogliendo l’occasione per ribadire ancora una volta la sua differenza con la catechesi parrocchiale. Tutto l’apparato didattico, fatto di indicazioni ministeriali e libri di testo periodicamente aggiornati, oltre che di insegnanti qualificati, conferma la scolasticità dell’Irc, fatta di capacità di sintesi tra saperi diversi ed esperienze personali.

La figura chiave dell’insegnante è esaminata nel terzo capitolo. Negli ultimi vent’anni ha trovato applicazione il nuovo stato giuridico, che ha fatto entrare nei ruoli dello Stato migliaia di insegnanti di religione in seguito a regolari concorsi. La stabilizzazione giuridica corrisponde alle esigenze di un personale prevalentemente laico che ha bisogno di sicurezze per la propria vita personale e familiare. Ciò non cambia la relazione con l’autorità ecclesiastica, che rimane ancora responsabile, a norma di Concordato, della scelta e della valutazione degli insegnanti di religione, le cui caratteristiche principali sono individuate nella competenza sul piano professionale e nella testimonianza sul piano ecclesiale (Nota, n. 32). Una certa preoccupazione viene espressa sulla carenza di «vocazioni docenti», che riguarda l’Irc come tutto il mondo della scuola italiano: il lavoro dell’insegnante ha oggi scarso prestigio sociale e richiede sempre maggiore impegno e responsabilità. Ciononostante ci si augura che l’Irc possa «apparire ai giovani in cerca di una prospettiva professionale come un’occasione preziosa per lavorare al tempo stesso al servizio degli altri, della scuola e della Chiesa» (Nota, n. 30).

L’ultimo capitolo è dedicato alla portata pastorale dell’Irc: non perché esso debba piegarsi a finalità ecclesiali (il Concordato stabilisce chiaramente che deve collocarsi «nel quadro delle finalità della scuola»), ma perché tutto il sistema può essere letto nella logica di un’alleanza educativa tra famiglia, scuola e comunità ecclesiale (Nota, n. 40). Tale alleanza «è un processo dinamico e complementare, che può essere descritto come un continuo dare e ricevere, fondato sul reciproco arricchimento e sulla crescita condivisa» (Nota, n. 37). Con l’Irc la Chiesa offre il suo servizio alla scuola e ne riceve in cambio stimoli continui per tenere aggiornata la sua conoscenza del mondo educativo e giovanile. In tale logica si deve intendere anche il sostegno convinto che gli insegnanti di religione dovrebbe avvertire da parte della propria comunità ecclesiale. Essi «devono sapere che a scuola non sono mai soli ma hanno accanto tutta una comunità» (Nota, n. 47).


Articolo pubblicato sul mensile Vita Pastorale – maggio 2026
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