Il “Belém Package” approvato alla COP30 era atteso come il momento della svolta: un rilancio concreto dell’Accordo di Parigi, un impegno chiaro sulle fonti fossili, un passo avanti sulla giustizia climatica e sulla partecipazione dei popoli indigeni. Le aspettative, però, si sono infrante contro un compromesso giudicato da molti osservatori troppo debole per l’urgenza del momento. Ne è convinto anche Sebastiano Nerozzi, docente di Storia del pensiero economico all’Università Cattolica del Sacro Cuore e segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici in Italia, che in questa intervista legge per noi i risultati della Conferenza di Belém.
In che misura ritiene che il pacchetto finale approvato a COP30, il cosiddetto “Belém Package”, risponda alle aspettative iniziali della conferenza, soprattutto in termini di giustizia climatica, partecipazione dei popoli indigeni e “implementazione concreta” delle decisioni?
Il pacchetto finale uscito da Belem è, purtroppo, molto deludente. È vero che gli obiettivi di riduzione delle emissioni indicati dall’IPCC rispetto ai livelli del 1990 sono stati confermati: 43% entro il 2030, 60% entro il 2035, e neutralità climatica entro il 2050. Tuttavia gli strumenti indicati, basati unicamente sulla volontarietà degli Stati, come il Global Implementation Accelerator e le iniziative sugli National Determined Contribution e sui piani di adattamento, appaiono del tutto inadeguati.
Colpisce poi la rimozione di ogni riferimento all’uscita graduale dalle fonti fossili, con un netto passo indietro rispetto alle COP precedenti. Positivo, ancorché generico negli strumenti e nelle fonti di finanziamento, è l’impegno a triplicare entro il 2035 il sostegno dei paesi più ricchi per le misure di adattamento e mitigazione nei paesi più poveri.
Alcuni osservatori (i più ottimisti) affermano che COP30 ha riaffermato innanzitutto l’Accordo di Parigi come stella polare della cooperazione internazionale e dimostrato che la maggioranza dei Paesi, con l’Europa al centro, è pronta ad avviare un percorso di uscita dai combustibili fossili. Alcuni altri hanno invece criticato la mancanza di un impegno vincolante per l’abbandono dei combustibili fossili. Pensa che l’approccio finale di COP30 sia sufficiente o che rappresenti un compromesso politico troppo debole rispetto all'emergenza climatica?
Nonostante i pochi risultati raggiunti, la COP ha in effetti messo in rilievo come le istituzioni multilaterali siano l’unico luogo in cui è possibile attivare una discussione aperta e trasparente in merito alle questioni climatiche. Delegare al G7 o al G20, come è stato recentemente proposto, il coordinamento delle politiche di transizione climatica, significa mettere a tacere la voce della società civile e quella di tanti paesi che vivono sulla propria pelle gli effetti più gravi del riscaldamento climatico.
Certamente molto significativa è stata la partecipazione della società civile sia all’interno della COP, con oltre 900 delegati dei popoli indigenti, che all’esterno con ampie manifestazioni che hanno fatto sentire il loro supporto per una just transition, di una fuoriuscita dalle fonti fossili e di maggiori impegni finanziari a favore dei paesi più colpiti dalle conseguenze del cambiamento climatico.
Allo stesso tempo 82 paesi, su invito della Colombia e con il supporto della presidenza Brasiliana, si sono impegnati ad avviare una roadmap per l’abbandono graduale dei combustibili fossili con tutti i Paesi disponibili. Tra i firmatari tutti i paesi Europei, con l’eccezione di Italia e Polonia. Nonostante un quadro generale di rallentamento e messa in discussione di alcuni aspetti del Green Deal, l’Europa ha svolto un ruolo positivo nei negoziati, chiedendo fino all’ultimo che gli impegni di uscita dai fossili fossero inclusi nella dichiarazione finale. Questo rilancio rappresenta una luce di speranza per la continuazione del percorso.
Secondo lei, la forbice tra retorica dei grandi impegni e misure concrete sul territorio - per paesi vulnerabili, regioni forestali, comunità indigene o economie in via di sviluppo - si è allargata? E come?
La forbice si allarga perché l’inazione dei governi per la transizione energetica fa perdere tempo prezioso e rende necessari interventi futuri ancora più drastici di quelli che sarebbero necessari con azioni più decise e anticipate nel tempo. Nel frattempo, la media delle temperature ha già superato i +1,5° nel 2024 e con ogni probabilità lo farà anche nel 2025. Il rischio climatico aumenta soprattutto per effetto di eventi climatici estremi e per la desertificazione, fenomeni che per molti paesi in Africa Sub-Sahariana, nei Caraibi e nel Pacifico, comportano ogni anno una perdita compresa media del 1,5% del PIL, che per alcuni arriva anche al 10%. Ma bisogna considerare gli alti costi umani e la spinta sempre crescente alle migrazioni climatiche. Ma anche per i paesi più ricchi nelle zone temperate le conseguenze non sono insignificanti, soprattutto per quanto riguarda le condizioni dell’agricoltura, minacciata da eventi estremi e siccità, e la salute della popolazione, che vede una crescita delle patologie respiratorie, allergologiche e tumorali chiaramente correlate con la presenza di polveri sottili e altre sostanze inquinanti legate all’utilizzo dei combustibili fossili.
Anche dopo COP30 le promesse di finanziamento per l’adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici rimangono insufficienti e mancano meccanismi vincolanti per assicurare la concretizzazione. In questi tempi di retromarcia climatica e ambientale, quali possono essere le prospettive future della giustizia climatica?
Nonostante l’inazione dei governi e la pressione delle lobby, il percorso di decarbonizzazione procede, grazie all’impegno delle imprese e agli straordinari avanzamenti tecnologici che sono stati fatti negli ultimi anni. I costi di produzione del fotovoltaico, ad esempio, sono drammaticamente scesi dal 1970 ad oggi e questo la rende l’energia solare la scelta ad oggi più conveniente dal punto di vista economico per imprese e famiglie. Ecco che secondo i dati dell’Agenzia IRENA, il 90% della nuova potenza elettrica installata nel mondo nel 2024 è prodotta da fonti rinnovabili.
Ma la convenienza economica non basta. Occorre rimuovere ostacoli inutili che impediscono la sua rapida diffusione: per esempio la costruzione delle Comunità Energetiche Rinnovabili è oggi ostacolata nel nostro paese da vincoli eccessivi e lentezze burocratiche. Nel 2024, Terna ha ricevuto richieste di autorizzazione per una potenza di 348 GW, mentre ne basterebbero 10 all’anno per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione al 2050. Molte sono le azioni virtuose che governi e pubbliche amministrazioni possono attuare per agevolare le tendenze in atto.
Continuare a sostenere con decisione il Green Deal europeo e attuare azioni conseguenti su scala nazionale darebbe un quadro più certo alla ricerca, all’innovazione e agli investimenti da parte di imprese e famiglie, evitando di rimanere attestati su tecnologie obsolete e cogliendo, invece, importanti opportunità di crescita industriale e occupazionale in un mercato oggi in continua crescita. Investire sulle energie rinnovabili consentirebbe anche di rendere il nostro paese, oggi dipendente per il 73% dalle importazioni di energia dall’estero, più autonomo e sicuro dal punto di vista energetico e di “democratizzare” la produzione di energia elettrica diffondendo i benefici della transizione energetica ad una platea più ampia di beneficiari. Anche da questo punto di vista occorre scommettere sul futuro invece di attestarsi sulla difesa dell’esistente. Responsabilità sociale e ambientale, innovazione tecnologica e interesse nazionale possono in questo caso essere buoni alleati.


