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Che non serve a nulla

Quando la logica dell'efficienza e della visibilità colonizza anche il nostro tempo libero è necessario riscoprire l'importanza di ritagliarsi uno "spazio bianco"
19/05/2026 di Teresa Marocchi
C'è una pressione che attraversa sempre più profondamente le nostre vite, e forse la cosa più insidiosa è che abbiamo imparato a considerarla normale. È la richiesta di essere sempre attivi, sempre in movimento, sempre all'altezza di qualcosa. Non solo efficienti, ma visibili. Non solo impegnati, ma produttivi. 
La filosofia e la sociologia chiamano questa dinamica performatività. Ma fuori dal lessico teorico il meccanismo è facile da riconoscere: facciamo sempre più fatica a fare qualcosa senza trasformarla quasi subito in una prova di valore. Non basta che una cosa ci piaccia; deve anche farci crescere, migliorarci, renderci più competenti. È una logica che non riguarda soltanto la scuola o il lavoro, ha oltrepassato quei confini e si è infilata anche nel tempo libero, nelle passioni, nei gesti gratuiti. Disegnare, scrivere, fotografare, fare sport, iniziare un'attività nuova: anche qui sembra diventato difficile semplicemente provare. Se piace una cosa, bisogna coltivarla bene. Se si coltiva, bisogna migliorare. Se si migliora, bisogna mostrarlo. Un Hobby non è più solo tale, ma un banco di prova del nostro talento. Un nuovo interesse non è più solo una possibilità, ma il rischio di non essere abbastanza bravi, abbastanza costanti, abbastanza portati. 

Ma forse il punto è ancora più radicale. Non ci viene chiesto soltanto di fare. Ci viene chiesto di non fermarci mai. Di riempire ogni intervallo, ogni attesa, ogni vuoto. Anche il riposo deve essere utile. Anche il tempo libero deve essere ben speso. Anche ciò che non serve a nulla deve, prima o poi, dimostrare di servire a qualcosa. Ed è qui che entra in gioco una parola che trattiamo con sospetto: noia. Abbiamo imparato a pensarla come uno scarto, quasi un difetto da correggere subito. Eppure proprio questa incapacità di starci dentro dice molto del tempo in cui viviamo. La noia non è solo assenza di stimoli: è uno spazio non ancora colonizzato, un tempo non finalizzato, una soglia in cui non stiamo producendo né rispondendo a una richiesta esterna. Senza quel margine improduttivo diventa più difficile immaginare, desiderare, inventare. Non perché dalla noia venga fuori automaticamente qualcosa di bello, ma perché senza uno spazio non saturato non nasce quasi nulla che sia davvero nuovo. 


Il podcast condotto da Matteo Truffelli e dedicato a Vittorio Bachelet. Ascolta le puntate. 


Questo, forse, è il danno più profondo della performatività: non solo ci stanca, ma modifica il nostro rapporto con il valore. Ci abitua a pensare che ciò che non produce non conti, che ciò che non si traduce in competenza sia secondario, che ciò che non è leggibile come crescita sia tempo sprecato. Vale la pena chiarire che non si tratta di opporre la noia all'impegno, né di fare l'elogio della sciatteria. Il problema non è crescere. Il problema è non riuscire più a lasciare esistere nulla che non venga subito assorbito dentro una logica di rendimento. In questo senso la questione non è marginale. È educativa, culturale, perfino politica. Perché una società che non sa più riconoscere il valore dei tempi improduttivi fatica anche a immaginare alternative. Se ogni spazio deve essere funzionale, allora anche il pensiero si riduce a prestazione. Anche la creatività diventa un compito. 

È anche per questo che, dentro la SFS 2026, abbiamo sentito il bisogno di costruire spazi che custodissero almeno in parte questa possibilità. Fuoriclasse nasceva dall'idea che provare abbia un valore in sé, indipendentemente dall'esito: laboratori e attività in cui il punto non era uscirne più bravi, ma avvicinarsi a qualcosa senza la pressione di doverlo padroneggiare. Spazio Bianco rispondeva all'altra metà dello stesso bisogno. L'immagine da cui nasceva era semplice: i margini bianchi dei libri di scuola, quelle strisce che nel corso dell'anno si riempiono di scarabocchi, appunti, disegni, parole scritte di traverso che non c'entrano niente con la lezione. Nessuno li ha chiesti, nessuno li valuterà, eppure sono spesso il posto in cui ci si è davvero fermati a pensare. Spazio Bianco nasceva da quella stessa logica: uno spazio che non chiedeva di produrre, non chiedeva di elaborare, non chiedeva nulla se non di esserci. 

La creazione di questi due momenti è stata quindi una scelta precisa: provare a sottrarci, almeno per qualche ora, alla logica che stavamo descrivendo. Non sappiamo quanto ci siamo riusciti. Ma ci sembrava che valesse la pena provarci.