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Albania, dove l'amore vince sul silenzio

Il racconto del viaggio: una faticosa ma feconda ricerca del volto di Dio tra le ferite della storia e la bellezza dell'accoglienza.
19/05/2026 di Chiara Mainente

Trovarmi il 25 aprile a Gjadër, una delle due città albanesi in cui il governo italiano l'anno scorso ha costruito e aperto i tanti discussi CPR, è stato disturbante, oltre che scomodo.
Al contrario, invece, vivere 4 giorni in una casa famiglia gestita da alcune suore della Congregazione Maestre Pie Venerini che accolgono bambine e ragazze con problemi familiari, di violenza, di abuso, di disagio e di estrema povertà è stata un’esperienza profondamente umana e toccante, segnata fin dal primo momento da un’accoglienza e una cura autentica.
Nelle parole delle ragazze che ci hanno concesso di entrare timidamente nelle loro vite c’era una voglia di rivalsa, che testimonia come l'amore sia il fondamento e la cura. Ci hanno ricordato che, nonostante le ferite e le cicatrici rimarranno per sempre visibili, scegliere di dare una seconda opportunità alla vita e a ciò che ci circonda, è la testimonianza d'amore più importante che si possa fare.

In Albania sono andata grazie all’invito che il centro nazionale ha ricevuto dalla diocesi di Avezzano che da molti anni porta avanti un gemellaggio con l’Albania e l’associazione locale degli ambasciatori di pace.
Partire - in un momento di tensione internazionale che causa inevitabilmente a tutti e tutte un grande sconforto - ha significato per me riflettere su come essere Chiesa in uscita e aprirsi all'altro sia uno dei modi più concreti per costruire quotidianamente e localmente la pace. In Albania, però, ero già stata otto anni fa, per un’esperienza di volontariato che mi aveva fatto promettere che prima o poi sarei dovuta tornare. E non credo ci fosse momento migliore per concretizzare tutto ciò.
Nei volti e nelle parole delle persone albanesi incrociate, ho visto, ancora una volta, il volto di Dio. Attraverso i loro racconti, attraverso le testimonianze delle persone che hanno vissuto in prima linea le atrocità della dittatura – in cui non era possibile dichiararsi credente - si comprende come Dio continui a operare anche laddove sembra non esserci altro che morte, laddove vi è solo sconforto e silenzio.
"Hanno provato a seppellirci, ma non sapevano che fossimo semi": così è scritto in una cella della prigione a Scutari, dove furono rinchiusi tantissimi martiri cristiani durante la dittatura.

E ciò ce lo ha ricordato bene anche don Antonio Sciarra, compianto sacerdote fidei donum della diocesi di Avezzano, che 30 anni fa, in missione a Blinisht, ha seminato tantissima vita, i cui frutti si continuano a custodire grazie alla consulta diocesana dei ragazzi dell'Acr di Avezzano: ogni tre anni, infatti, si mantiene vivo questo legame tra la terra abruzzese e quella albanese, organizzando un viaggio sulle orme di don Antonio. In particolare, dal 24 al 27 aprile 2026, attraverso la testimonianza delle suore cresciute accanto a don Antonio, l’incontro con gli ambasciatori di pace e la visita ai luoghi fortemente voluti e costruiti dal sacerdote con l’aiuto di molti, è stato possibile entrare in una storia viva fatta di semi che continuano a generare vita, riconoscendo come Dio agisca ancora oggi attraverso le relazioni, il servizio e la condivisione.
In quei giorni mentre mi chiedevo come fosse stato possibile costruire tutto ciò, la risposta che ricevevo era tanto semplice quanto complessa: Dio, fede e provvidenza.

Il podcast de il Chiostro condotto da Giuseppe Notarstefano


L'Albania, ancora una volta, è stata una doccia fredda e un abbraccio avvolgente.
È un Paese che necessita di essere ascoltato e mentirei se non dicessi che vi è tuttora tanto dolore che si abbatte su di esso: è una terra in cui continua ad esistere la pratica consuetudinaria della vendetta, che causa morte e fratture familiari. Nei giorni in cui siamo stati ospiti a Gjadër, nel villaggio vicino, due persone sono morte a causa di una rivalsa.
Ma laddove fermenta l'odio, io vedo che la risposta più semplice e immediata è racchiusa nel desiderio di costruire il bene comune.
Questo Paese continua a scuotermi, oggi come otto anni fa, in forme diverse. E mi ricorda come, in virtù dell'immenso amore ricevuto fino ad ora nella mia vita, io senta il dovere di restituirlo, attraverso modi e gesti differenti.
C'è troppo amore per non essere messo in circolo, un amore che ha necessità di essere sprigionato. Non può stagnare perché l'amore, come mi è stato ricordato, vince su tutto ed è la chiave di tutto.
Abbiamo bisogno solo di questo: di un amore che si moltiplichi come il più bello dei miracoli. E quando ognuno di noi sarà travolto da questa forma di amore, avremo solo voglia di condividerlo a nostra volta.

Grazie all'Ac di Avezzano che ha coinvolto il centro nazionale e l’Area internazionale, facendomi così un dono grande. Tra le altre cose, festeggiare la Liberazione vicino a un luogo in cui la libertà non è un valore garantito, è stata l’occasione per ricordare quanto sia un impegno quotidiano, da rinnovare attraverso i nostri gesti e le nostre scelte.
Grazie all'Azione cattolica che ogni giorno educa a camminare insieme agli altri e a essere Chiesa missionaria, andando verso l’altro, coinvolgendo tutte le generazioni e contribuendo concretamente alla costruzione di un mondo più fraterno.

Infine, grazie agli albanesi e alle albanesi che per la seconda volta mi hanno mostrato un Paese che ha tanto da dare e che ha bisogno della presenza degli altri per sprigionare l'amore che sgorga in ogni sorgente e che straripa da ogni fessura del suo terreno, così da contrastare l'odio che per troppo tempo è stato riversato su questa terra.