Non esiste una ricetta che ci dica quali ingredienti mettere insieme per ottenere con certezza il risultato “attenzione”. Non ci sono “libretti di istruzioni” da consultare per avere lumi in merito.
Resta il fatto che l’attenzione è una questione molto seria. Se c’è una malattia dilagante, pandemica ed altamente contagiosa, questa è proprio la dis-attenzione: l’incapacità di stare interamente, in maniera prolungata, rivolti ad un unico punto di attrazione. Forse perché la dis-attenzione promette qualcosa di altamente fascinoso: la possibilità di vivere contemporaneamente in più siti, in più modi, con più possibilità; l’essere proiettati in una dimensione diversa rispetto alla grigia realtà.
L’attenzione, tutto questo non lo permette. Ci inchioda qui, dove siamo, ci impoverisce del plurale, ci toglie il fascino dell’altrove, il guizzo del multitasking acrobatico, atletico e pluripotente.
E però…
L’attenzione raccoglie le energie e le dirige verso un oggetto, un obiettivo, un interlocutore. L’attenzione considera, ascolta, guarda, percepisce. Vibra per ogni dettaglio. Indugia a scrutare, osservare con cura. Mossa non da mera curiosità, ma da un interesse serio, profondo.
L’attenzione richiede un’ascesi, una sorta di disciplina. Si tratta dell’ascesi della scelta: in questo momento scelgo di rivolgere tutta la mia attenzione unicamente a te; spengo il cellulare, non compulso l’orologio, resto raccolto e calmo, rivolto a te. Perché riconosco che tu sei l’importante, qui e ora, a preferenza di tutto il resto.
L’attenzione, quando viene coltivata, espande. Credevi di non esserne capace, invece alla fine scopri che sei cambiato proprio grazie a quell’attenzione all’inizio certamente faticosa, poi via via più agile, più interessante e coinvolgente. L’attenzione dilata, allarga lo sguardo: prima ristretto ai propri interessi o soddisfacimenti di breve traguardo; poi via via lieto di dimenticarsi, perché conquistato dalla scoperta di oggetti ben più interessanti del proprio ombelico.
L’attenzione non solo espande: permette la profondità. Se la curiosità ci schiaccia al mero livello del dato, delle notizie, l’attenzione invece discerne, scava, vuol capire, creare raccordi, cercare significati. Conta infatti non tanto sapere ciò che accade, ma comprendere ciò che accade.
I Salmi, antiche poesie-preghiere della fede di Israele, sottolineano l’attenzione di Dio verso ciò che è piccolo, umile, e invece la sua noncuranza verso ciò che è appariscente, gonfio, grande agli occhi degli uomini (cf Sal 138, 6).
I Vangeli ci presentano Maria come donna premurosa nell’attenzione: è attenta alla Parola del Signore, che accoglie con cuore docile e disponibile (Cf Lc1, 38.45; 2, 19.51). È attenta alle necessità degli altri: a Cana, è lei ad accorgersi che il vino della festa è venuto a mancare e ne informa il Figlio, sollecitandolo così ad un intervento (Gv 2, 3).
La grande nemica dell’attenzione non è la distrazione, ma l’angoscia che getta nell’agitazione. È la Bibbia a darci questa preziosa indicazione. Il re Acaz rimane sconvolto alla notizia che Gerusalemme è circondata da eserciti nemici; il testo appunta: «…Allora il cuore (del re) e il cuore del suo popolo si agitarono, come si agitano i rami del bosco per il vento» (Is 7, 2c). In questa situazione di estrema gravità, il profeta Isaia viene inviato da Dio con un messaggio per il re impietrito dalla paura. Non sono parole di rassicurazione, ma un imperativo che sveglia e scuote: «Fa’ attenzione e sta’ tranquillo, non temere e il tuo cuore non si abbatta…» (Is 7, 4).
C’è un assedio, i nemici sono alle porte: alle porte della città, certamente, ma anche alle porte del tuo cuore. Quei nemici interiori che ti vogliono rubare la tua fiducia in Dio, il tuo essere aggrappato a Lui.
Tu, fa’ attenzione.
Non lasciare che l’angoscia ti restringa la visuale e ti tolga il respiro. Non rinunciare a considerare la situazione nel suo insieme, a valutarla in profondità.
Tu, fa’ attenzione… Ma se non crederete, non avrete stabilità. Ecco il prezioso raccordo: attenzione-fede/fiducia-stabilità.
L’attenzione ha profondamente a che fare con la fede-fiducia. Essere attenti, insomma, significa essere sensibili all’agire di Dio: alla sua presenza fedele e discreta, accanto a noi, dentro di noi.
Come fare per coltivare questa attenzione?
Ci viene incontro una luminosa considerazione di Simone Weil: «L’attenzione, al suo grado più elevato, è la medesima cosa della preghiera. La quantità di genio creatore di un’epoca è rigorosamente proporzionale alla quantità di attenzione estrema, e quindi di autentica religione, esistente in quell’epoca».
Quando preghiamo, tutte le nostre “dispersioni” a poco a poco vengono riunite, raccolte. Ci riportiamo sotto lo sguardo misericordioso di Dio, colui i cui occhi sono sempre aperti su di noi, con amore provvidente.
Sarà perché siamo così facili alla dis-attenzione che c’è in circolo tanto poco genio creatore?
Il contributo che possiamo rendere alla nostra umanità è l’attenzione: coltiviamola, così come si coltiva la preghiera; vedremo fiorire meraviglie attorno a noi.
