“Lo dice a me, proprio a me, facendomi sentire importante, e insieme intima, il nostro punto d’incontro sui figli. Ciò che voglio, non dico teorizzare, ma portare alla luce. La compresenza di bene e di male - sia quel che sia, fa fede il miscuglio, i contrari che non si escludono. ”
Ad una giornalista e scrittrice viene affidato il compito di intervistare Giuseppe Misso, detto ‘o Nasone, uno dei più noti boss della camorra. La protagonista - probabilmente alter ego della stessa Teresa Ciabatti - però non conosce a fondo il mondo della criminalità organizzata e proprio grazie a questo riesce ad avvicinarsi a lui senza un’immagine definita a priori: lo incontra prima come persona e poi ricostruisce, un tassello alla volta, tutto ciò che è legato alla sua vita. Così accanto all’immagine del criminale emergono aspetti più intimi: Misso è padre, amante, amico, uomo anziano e allevatore di colombi. Gli episodi legati alla sua vita criminale rimangono solo sullo sfondo, mentre guadagnano spazio gli affetti e le perdite, i ricordi e le relazioni. I racconti che la scrittrice raccoglie come confidenze di Misso ne ricostruiscono un volto sfaccettato e contraddittorio; ma il rapporto fra i due non si ferma davanti alla ricostruzione della vita del boss, perché durante gli incontri la protagonista inizia ad interrogarsi sulla sua vita, sulle sue relazioni, sulla sua famiglia. Il confronto fra lei e Misso diventa dunque il punto d’incontro fra mondi apparentemente lontanissimi, dove il confine fra chi racconta e chi viene raccontato è sottile e arriva progressivamente a sfumare.
Uno degli aspetti più interessanti del libro è proprio il modo in cui viene raccontato Giuseppe Misso perchè fa nascere inevitabilmente una perplessità, ovvero quanto è possibile umanizzare un criminale senza finire, anche involontariamente, per attenuare la gravità di ciò che ha fatto. Capire che una persona è complessa, che può provare affetto, paura o nostalgia, non significa cancellare le atrocità che ha commesso. Il romanzo ci costringe però a stare dentro questa contraddizione. Sicuramente è rilevante anche il tema identitario. Misso racconta la propria versione della sua storia, ma quanto possiamo fidarci di chi racconta se stesso? La protagonista all'inizio sembra accettare il suo racconto, poi comincia a confrontarlo con quello di altre persone a lei vicine. Il lettore procede insieme a lei, senza avere una verità assoluta a disposizione. Il libro diventa così non tanto un'indagine capace di arrivare a una verità definitiva, quanto una riflessione sul modo in cui ogni persona viene inevitabilmente raccontata attraverso lo sguardo di qualcun altro. Infatti, è proprio nel confronto con la storia di Misso che il libro finisce per interrogare anche chi quella storia la sta raccontando. Il lavoro sul criminale non rimane confinato all’oggetto dell’indagine: coinvolge progressivamente la narratrice, la costringe a misurarsi con ciò che incontra e, quasi inevitabilmente, a mettere in relazione alcuni aspetti della vita di Misso con la propria esperienza, risultando spesso inattendibile nel racconto di sé e della propria verità. Ancora una volta, Teresa Ciabatti ci ricorda che non esiste un’unica verità quando si parla di identità. Anche per questo il libro, più che assumere fino in fondo la forma del romanzo, sembra a tratti trasformarsi in una raccolta introspettiva di pensieri maturati nel corso del lavoro. Pensieri nei quali entrano la scrittura, la famiglia, gli interessi personali, le relazioni, mostrando quanto sia difficile (forse impossibile) tenere separati i diversi piani dell’esistenza. Tutto si sovrappone e si contamina, senza che il libro cerchi necessariamente di ricondurre questa complessità a un ordine. Tra gli aspetti sui quali questo confronto tra la vicenda di Misso e l’esperienza della narratrice diventa più evidente c’è proprio la genitorialità, che finisce così per costituire un altro dei temi centrali del libro. Un altro tema presente nelle pagine del libro è la genitorialità; Misso e la giornalista finiscono per incontrarsi nelle rispettive fragilità, perché entrambi devono confrontarsi con figli molto diversi da quelli che avevano inizialmente immaginato e sognato. Il lavoro della giornalista è spesso interrotto per via della salute della figlia e Misso riesce a mostrare alla protagonista una sorta di vicinanza attenta. È proprio in quest’ultimo passaggio, però, che si può avvertire qualche perplessità. Gli sviluppi della storia sembrano infatti interrompersi o concludersi in modo piuttosto brusco, lasciando in sospeso questioni che sarebbero potute essere maggiormente approfondite. La vicenda del figlio del boss, ad esempio, apre una direzione narrativa interessante che rimane sospesa, mentre l'attenzione si sposta progressivamente verso la dimensione più personale della protagonista.
La narratrice coincide con la protagonista. La scelta della prima persona fa sì che il lettore non sappia nulla in più di lei: conosciamo Misso attraverso le sue confidenze e anche i possibili errori di interpretazione di chi si pone in ascolto; il punto di vista rimane necessariamente parziale e soggettivo. La scrittura è molto frammentata, spesso dialogica, ricca di brevi passaggi e di pensieri che sembrano seguire il flusso mentale della protagonista. Il linguaggio si avvicina spesso al parlato e al registro colloquiale, rendendo la lettura più rapida e incalzante. Anche i salti e le interruzioni del racconto sembrano rispecchiare il modo in cui la protagonista pensa e ricostruisce gli eventi. Allo stesso tempo, però, in alcuni passaggi la prosa sembra poco fluida; quello che probabilmente vuole essere un linguaggio vicino alla voce della protagonista non sempre raggiunge pienamente il suo obiettivo. Anche per ciò che riguarda la costruzione del testo, alcune vicende narrate avrebbero potuto trovare uno sviluppo narrativo più compiuto e ampio.
Nel corso della lettura ci vengono affidate silenziosamente alcune domande su cui possiamo soffermarci; è possibile provare empatia per una persona senza giustificare le azioni criminose commesse? In Donnaregina viene messa in crisi la distinzione tra “buoni” e “cattivi”, oppure ci sono dei limiti che non possono essere travalicati?
E ancora, quanto della nostra identità dipende dal modo in cui gli altri ci raccontano?
Se esistono più versioni della stessa persona, è possibile arrivare a una verità definitiva?
Consigliamo questo libro a:
- chi vuole andare oltre la cronaca;
- chi ama Napoli e le sue contraddizioni;
- chi non accetta definizioni semplici.
Non consigliamo questo libro a:
- Chi pensa sia tutto bianco o tutto nero;
- chi ama trame e sviluppi lineari e puliti;
- chi ha una fobia per i colombi.
Buona lettura!