L’apostolo Paolo indirizzava le sue lettere «a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi…» (Fil 1,1); «ai santi che sono a Efeso credenti in Cristo Gesù…» (Ef 1,1); «ai santi e credenti fratelli in Cristo Gesù che sono a Colosse…» (Col 1,2); «e a tutti i santi dell’intera Acaia» (2 Cor 1,1); «a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata…» (Rm 1,7). Non scriveva ai santi del cielo, ma ai discepoli di Gesù che vivevano nelle prime comunità cristiane: erano loro i santi, chiamati per nome a partecipare della stessa vita del Cristo per annunciare il dono dell’amore del Padre.
Dalle lettere paoline si evidenzia una santità che trova la sua origine in Cristo, nella sua parola di vita e nella sua vita donata per amore. «Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). E, allo stesso tempo, si coglie anche un profondo legame tra santità e vita comunitaria. La santità si vive insieme, in modo pluriforme, riconoscendo che intorno a Cristo ogni discepolo vive il proprio cammino discepolare illuminato dalla viva testimonianza dei fratelli e sorelle nella fede.
La santità iscritta nel cuore di ogni battezzato è, perciò, il segno della fedeltà dello Spirito alla promessa del Cristo espressa nel testamento dell’ultima cena: «il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Il Consolatore guida i credenti alla pienezza della verità, per realizzare con la propria vita le parole di Gesù. È proprio da qui, dalle parole di Cristo scritte nel cuore dei credenti, che prende forma la santità personale e la santità della Chiesa.
Lo Spirito Santo, allora, è il garante della santità, è il fuoco che arde nel cuore dei discepoli per guidarli alla comunione beata. «In questa luce, lo Spirito Santo ci appare davvero come il “sigillo” posto su tutta l’opera creatrice e redentrice e la Pentecoste come il coronamento di tutte le opere di Dio» (R. Cantalamessa, Il canto dello Spirito). Il sigillo dello Spirito conforma il credente a Cristo e lo rende evangelizzatore della speranza cristiana.
In Cristo, in effetti, la santità diventa cura appassionata per l’umanità e per il suo progresso nella concordia. Per questo motivo, la comunità dei santi è chiamata anche oggi, come in ogni tempo e in ogni luogo, a generare percorsi di giustizia e di pace, di autentica fraternità in cui si accetta il limite e si abita il conflitto per superare l’ostacolo delle divisioni e delle polarizzazioni. La varietà pluriforme dei doni e dei carismi edifica la Chiesa e diventa profezia all’interno della società. «Il progetto di una civiltà dell’amore si delinea più chiaramente e il cantiere appare già avviato, soprattutto grazie a tante pietre vive saldamente unite a Cristo, pietra angolare (cfr. 1 Pt 2,4-6). In quest’opera siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarci nello spiritualismo o nei nostri piccoli mondi: dobbiamo essere fedeli alla verità, investire nell’educazione, curare le relazioni, amare la giustizia e la pace» (MH 236).
Con fiducia, sarà necessario continuare a seminare il seme buono del Vangelo, riscoprire le ragioni profonde di una santità evangelizzante e pluriforme che parla alla vita personale e comunitaria in ogni sua parte, dialogare con il linguaggio dello Spirito per intessere legami di speranza che custodiscano questa umanità. Per questo la santità è corresponsabilità, ossia «risposta a una chiamata e a un dono misterioso di Dio. La vita del cristiano lo libera e allo stesso tempo lo incarna nel mondo, come Cristo si è incarnato per liberare e trarre a sé l’umanità» (V. Bachelet, Il seme buono).
Volgiamo il nostro sguardo alle opere mirabili dei Santi in Cielo per compiere il nostro pellegrinaggio terreno nella gioia e nella santità, per vivere la sequela di Cristo nella ricerca costante del suo amore e della pienezza di vita. «La via della felicità è tanto semplice e tanto complessa da chiedere impegno, fatica, desiderio... insieme a resa, accoglienza, stupore. Richiede la forza di mollare la presa, la determinazione di chi coltiva desideri, il coraggio di attendere ancora. […] La felicità è possibile perché è cammino condiviso, fatto insieme, nell'incontro degli sguardi, dei cuori, delle fatiche e delle speranze. Allora la meta affiora a ogni passo, e ogni tenebra mostra la sua capacità di luce» (S. Chialà, Perché tu sia felice…).