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Una giustizia da costruire

08/10/2026 di Caterina Magnolo
Se c’è una cosa con cui tutti i giorni facciamo i conti, a volte senza rendercene conto, è l'ingiustizia che attraversa il mondo. Le notizie di cronaca ci parlano sempre più di guerre, crisi climatiche, crisi economiche, di cui quasi sempre, a pagarne le conseguenze, sono le persone che meno le hanno volute e cercate, la gente comune, mentre a vincere è sempre la legge del più forte. Ma se a decidere è la forza, viene da chiedersi chi stabilisca davvero cosa è giusto e cosa è sbagliato, e con quali strumenti: solo punendo chi ha sbagliato, o c'è qualcosa in più? 

Di certo le ingiustizie sono tante, e non solo nel mondo, ma anche nella vita di tutti i giorni: chi lavora onestamente e viene derubato, chi passeggia serenamente e viene aggredito, chi dice un no e viene ammazzato, chi viene licenziato solo perché vuole costruirsi una famiglia… l’elenco sarebbe infinito. 

Di fronte a tutto questo, non basta intervenire quando il fatto è ormai compiuto, per individuare un colpevole: costruire una società più equa e giusta richiede anche altro. Quando pensiamo alla parola "giustizia", l'immaginario collettivo corre quasi in automatico verso un'aula di tribunale: il martelletto del giudice, la prigione, la punizione di un colpevole. Questa visione si concentra sul passato: un torto è stato commesso e la società reagisce infliggendo una sanzione proporzionata. Ma se limitiamo la giustizia alla sola idea di "castigo", la trasformiamo in uno strumento puramente reattivo. Per costruire una società davvero equa, tollerante, democratica e pacifica, dobbiamo ribaltare questa prospettiva. 

Una giustizia costruttiva non si accontenta di dire che "siamo tutti uguali davanti alla legge". Si spinge oltre, osservando le condizioni di partenza delle persone: molte delle ingiustizie che viviamo non nascono da una violazione della legge, ma da uno svantaggio che si accumula prima ancora che la legge entri in gioco. Costruire una società equa significa riconoscere che non tutti partono dalla stessa linea, e che lasciare le cose come stanno è già una forma di ingiustizia. La giustizia diventa così lo strumento per rimuovere gli ostacoli economici e sociali (come recita l'articolo 3 della nostra Costituzione) che impediscono lo sviluppo della persona. Non si tratta di dare a tutti la stessa identica cosa, ma di dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno per potersi realizzare. Ma riequilibrare le condizioni di partenza non basta: il cambio di prospettiva riguarda anche il modo in cui rispondiamo a chi sbaglia. Se la giustizia punitiva isola e allontana chi sbaglia, una giustizia pensata per la società abbraccia il modello riparativo. In questo scenario, il focus non è su "quale regola è stata infranta e come punire il colpevole", ma su "chi ha subito un danno e come possiamo ripararlo". 

Questo approccio costringe la comunità a guardarsi in faccia. Dialogare sulle cause profonde di un reato o di un'ingiustizia sociale genera tolleranza, perché permette di comprendere i contesti di marginalità o di disagio da cui spesso nascono i conflitti. La giustizia smette di essere un muro che separa i "buoni" dai "cattivi" e diventa un ponte per reintegrare le persone nel tessuto sociale. 

La società in cui siamo inseriti è costituita da ciascuno di noi, e l’esserne parte è una responsabilità. E da studentesse e studenti siamo convinti questa responsabilità nasca nelle nostre scuole: dal non lasciare indietro il compagno in difficoltà, dall’accogliere lo studente nuovo appena arrivato da un altro paese, dal non girarsi dall’altra parte di fronte a un episodio di bullismo. Insomma, la giustizia la si costruisce a partire da piccoli e semplici gesti, ma che messi insieme possono fare davvero la differenza.