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La grande bisca a cielo aperto

L’azzardo in Italia ha raggiunto dimensioni senza precedenti: nel 2025 raccolti 165,3 miliardi di euro. Crescono soprattutto le scommesse online, mentre famiglie e persone fragili pagano il prezzo di un sistema che lo Stato continua ad alimentare
08/10/2026 di Antonio Martino

C’è una cifra che più di ogni altra racconta quanto l’azzardo sia diventato una preoccupante presenza strutturale nella società italiana: 165,3 miliardi di euro. È quanto è stato giocato complessivamente nel 2025, secondo la prima Relazione sul settore dei giochi pubblici trasmessa dal ministero dell’Economia al Parlamento sulla base dei dati dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Una cifra record, pari a oltre il 7,3% del Pil italiano. Le entrate erariali sono state invece 11,47 miliardi.

Numeri così grandi rischiano di diventare astratti. Ma dietro quei miliardi ci sono persone, famiglie, stipendi, pensioni, debiti. E ci sono relazioni che si logorano, risparmi che scompaiono, fiducia che viene meno. C’è, ad esempio, la signora che qualche giorno fa, dopo aver giocato - ma meglio sarebbe dire buttato - 50 euro al “Gratta e vinci”, saluta il tabaccaio dicendogli: «Anche oggi mi tocca andare a lavorare gratis», perché il guadagno era già perso.

L’azzardo non è soltanto il dramma di chi gioca troppo. È una questione sociale. La quarta edizione del Libro nero dell’azzardo, curata da Cgil, Federconsumatori e Fondazione Isscon, restituisce una fotografia ancora più inquietante. Nel 2025 le perdite degli italiani sono state stimate in 21,88 miliardi di euro. La raccolta online ha superato per la prima volta i 100 miliardi, arrivando a 100,88 miliardi: rispetto al 2018 è cresciuta del 221%. I conti di gioco attivi sono 17 milioni e l’84% di essi ha chiuso il 2025 in perdita.

È dunque soprattutto il passaggio al digitale a cambiare il volto dell’azzardo. Non occorre più entrare in una sala, cercare una slot o raggiungere un’agenzia di scommesse. La bisca può stare in tasca, dentro uno smartphone. È disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro, con una rapidità di puntata e una facilità di accesso che rendono più difficile anche accorgersi del problema. E qui entrano in gioco i più giovani. L’indagine Dipendenze comportamentali nella Generazione Z 2.0, realizzata dall’Istituto Superiore di Sanità su oltre 18 mila studenti, stima in circa 340 mila gli adolescenti italiani con un comportamento di gioco d’azzardo a rischio o problematico. Tra i 14 e i 17 anni il 22,1% dichiara di aver giocato d’azzardo nell’ultimo anno. E tra quanti giocano esclusivamente online, la quota dei giocatori problematici arriva al 20%.

Il dato più importante, però, è forse quello che non compare nei tabulati dell’azzardo: l’effetto sugli altri. Il problema non resta confinato al giocatore. Le ricadute coinvolgono coniugi, figli, genitori, fratelli, persone vicine. Il Forum delle associazioni familiari - riferisce Vita.it - stima che gli effetti dell’azzardo arrivino a coinvolgere complessivamente oltre 20,4 milioni di persone. È una delle ragioni per cui l’azzardo dovrebbe essere guardato non soltanto con le lenti dell’economia o dell’intrattenimento, ma con quelle della salute pubblica, della prevenzione e delle politiche familiari. Quando il denaro destinato alla spesa quotidiana viene bruciato nelle puntate, il danno non è soltanto economico. Quando il debito entra in casa, entrano anche la paura, la vergogna, la menzogna, il conflitto. E quando la dipendenza prende il sopravvento, la famiglia può diventare il luogo nel quale si consumano le conseguenze di un problema che inizialmente sembrava individuale.

Caritas italiana lo ha ricordato con parole nette presentando il progetto Vince chi smette e lo ha ribadito lo scorso fine settembre in un incontro promosso dal nuovo presidente mons. Benoni Ambarus, vescovo di Matera, e dal direttore don Marco Pagniello per denunciare il via libera a “Win for Italia team”, un nuovo gioco numerico gestito da Sisal: l’azzardo non è un gioco perché isola, alimenta l’illusione del guadagno facile e può trasformare la speranza di un riscatto immediato in indebitamento, impoverimento e perdita di controllo. Il fenomeno, sottolinea Caritas italiana, si intreccia anche con usura, violenza e criminalità. Per questo Caritas italiana chiede di considerarlo una questione che riguarda le comunità e non soltanto il singolo giocatore. È una prospettiva importante. Perché la parola «gioco» rischia di rendere innocuo ciò che innocuo non è. Il gioco crea relazione, tempo condiviso, gratuità. L’azzardo, invece, vive sulla promessa della vincita e sulla possibilità che quella promessa diventi una trappola.

Come Caritas italiana, anche Adriano Bordignon, presidente del Forum delle associazioni familiari, in un recente convegno promosso dal Copercom a Roma, Giocarsi la vita. Azzardo e adescamento online, ha definito l’azzardo «una macchina mastodontica alla luce del sole» e ha chiesto di smettere di introdurre nuovi giochi online. «Non si può fare cassa e profitto sulla pelle delle persone», ha affermato. «La salute e la tutela delle persone devono venire prima di qualsiasi considerazione legata al gettito fiscale». La campagna Mettiamoci in gioco, che riunisce diverse organizzazioni impegnate da anni contro la diffusione dell’azzardo, tra queste anche l’Azione cattolica, lo denuncia da tempo: serve una legge nazionale che riduca l’offerta e riporti al centro la tutela della salute e dell’interesse pubblico.

Qui emerge una domanda che non può essere elusa: quanto costa davvero l’azzardo allo Stato? Non basta mettere sul piatto gli 11,47 miliardi di entrate fiscali. Bisognerebbe contabilizzare anche il costo sanitario delle dipendenze, il sostegno alle famiglie impoverite, il sovraindebitamento, l’usura, la perdita del lavoro, le conseguenze sociali e quelle legate alla criminalità organizzata. È proprio questa la critica contenuta nel Libro nero dell’azzardo citato: limitarsi a considerare le entrate fiscali significa fare un bilancio soltanto parziale. Il rapporto parla, significativamente, di “tassa sulla povertà”. Ogni giocata lo è.

Non si tratta di demonizzare chi compra un “Gratta e vinci” o chi fa una scommessa. Serve però smettere di fingere che l’espansione dell’offerta sia neutrale. C’è una responsabilità pubblica. E riguarda prima di tutto la direzione che si vuole dare al sistema. Uno Stato può certamente regolare un mercato che ha deciso di rendere legale. Ma quando quel mercato produce dipendenze, impoverimento e fratture sociali, la sua prima responsabilità non può essere quella di aumentarne continuamente l’offerta per ricavarne gettito.