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La realtà non ha un solo volto

Nel terzo anniversario dell’attacco di Hamas, è necessario continuare di condannare senza ambiguità il terrorismo tanto quanto la devastazione di Gaza e la sofferenza del popolo palestinese
07/10/2026 di Lorenzo Zardi
Shutterstock | Anas-Mohammed

Un anno fa, all’avvicinarsi del 7 ottobre e nel mezzo di un dibattito pubblico fortemente polarizzato attorno alla mobilitazione della Global Sumud Flotilla, su queste pagine digitali scrivemmo che una strada possibile tra piazza e preghiera non solo fosse possibile, ma anche auspicabile.

In quell’articolo sostenemmo con convinzione che contemplazione e azione non soltanto potessero procedere insieme, ma che riuscire a percepire contemporaneamente l’urgenza di abitare le piazze e quella di fermarsi a pregare per la pace fosse una tensione che poteva rincuorarci in quanto spia della buona salute della nostra fede. In Azione cattolica, infatti, crediamo che l’impegno nello spazio pubblico e la vita della preghiera siano due dimensioni inseparabili per una cittadinanza cristianamente ispirata: due modi diversi, ma profondamente legati, di prenderci cura del mondo che abitiamo. Senza la preghiera, infatti, potremmo guardare al mondo con la stessa Speranza? Senza l’azione, potremmo dire con convinzione che non lasciamo le nostre preghiere al caso? In fondo, preghiera, azione, sacrificio è l’unico motto che è stato realmente proprio dell’Azione cattolica.

Tuttavia, le domande suscitate allora nel mondo cattolico da quella grande mobilitazione oggi sembrano appartenere a un tempo lontano. Il contesto è cambiato, così come è cambiata l’attenzione della comunità internazionale. Ciò che purtroppo non è cambiato, però, è la condizione di quella terra, che continuiamo a chiamare Santa, profondamente martoriata: in Palestina si continua a morire, nonostante il fantomatico lavoro del Board of Peace (ve lo ricordate?); in Israele continua a essere forte la percezione di non essere al sicuro, nonostante tutte le guerre avviate e, almeno formalmente, concluse con la cancellazione della leadership politica e militare dei suoi nemici. In tutta la regione, poi, l’odio continua a crescere e la disperazione delle persone più povere e fragili cresce, diventando ancora più profonda la spaccatura tra popolo israeliano e popolo palestinese.

Come si fa a essere equilibrati dopo che per tre anni c’è un popolo che ha provato, nemmeno troppo velatamente, a cancellarne un altro, mi ha chiesto qualcuno quando ho condiviso che mi sarei accinto a scrivere questo articolo. Senza la pretesa di essere riuscito in questo equilibrio, mi pare importante iniziare a riflettere – nel giorno in cui ricordiamo l’orrore del 7 ottobre 2023, il massacro compiuto da Hamas ai danni di cittadini israeliani – condividendo il bisogno di fare un passo ulteriore rispetto a quanto scritto un anno fa. Questo perché anche quest’anno il 7 ottobre è un anniversario in cui ci viene chiesto di mettere i fatti in prospettiva. Sarà necessario, infatti, provare ad abitare questo giorno senza cedere alla polarizzazione, senza lasciarci convincere che per riconoscere la sofferenza di un popolo sia necessario negare quella dell’altro, o che per condannare una violenza si debba necessariamente scegliere solo un campo nel quale condannarla. 

In questo terzo anniversario in cui siamo sempre più richiamati a prendere una posizione netta, è necessario sentire la responsabilità di essere chiari e netti, sì, ma prima di tutto nel riconoscere la complessità di una situazione concentrata in una porzione di territorio grande quanto il Piemonte (considerando insieme i territori palestinesi e quelli israeliani), nella quale da decenni si stratificano aspirazioni, paure, ingiustizie, colpe, responsabilità e ferite profonde da entrambe le parti. 



Essere chiari e netti, oggi, significa allora innanzitutto riconoscere che il 7 ottobre Hamas ha commesso un crimine orribile, che va condannato senza ambiguità. La sproporzione e la drammaticità della risposta israeliana non possono in alcun modo cancellare questa responsabilità originaria, né attenuare il trauma che quell’attacco ha rappresentato e continua a rappresentare per la società israeliana. Ricordare il 7 ottobre, empatizzando con il popolo israeliano, significa dunque pretendere che l’uccisione deliberata di civili, la presa di ostaggi e ogni forma di terrorismo sono crimini che non possono trovare giustificazione. Nemmeno le attuali indagini (comunque tutte da dimostrare in tribunale) su quanto il Governo di Benjamin Netanyahu avrebbe potuto sapere delle azioni organizzate da Yahya Sinwr, all’epoca capo di Hamas nella striscia di Gaza, possono rappresentare una giustificazione o un'attenuante alla condanna verso le azioni che sono state organizzate.

Ma ricordare il 7 ottobre significa anche guardare con la stessa chiarezza alle conseguenze che da quel giorno si sono susseguite. La risposta militare israeliana ha prodotto una devastazione immensa nella Striscia di Gaza, con un numero incalcolabile di vittime civili, una distruzione estesa e una crisi umanitaria che interpella profondamente la coscienza della comunità internazionale. Le accuse di violazioni gravissime del diritto internazionale e di genocidio oggi oggetto di un confronto anche nelle sedi internazionali, parimenti, non possono essere ignorate né giustificate come conseguenza di quel grave e imperdonabile atto. La violenza con cui lo stato d’Israele ha colpito i palestinesi non trova giustificazioni e non ha nemmeno attenuanti.

Allora oggi – nel terzo anniversario dal giorno in cui questa nuova e inaudita spirale di violenza tra israeliani e palestinesi ha avuto origine – lungi dal lasciarci andare a posizionamenti partigiani, dovremmo piuttosto interrogarci sul fallimento della comunità internazionale e, in particolare, sulla difficoltà degli organismi internazionali di costruire condizioni credibili per una pace duratura. Dovremmo essere scandalizzati di fronte alle più recenti iniziative di cosmesi diplomatica, che restituiscono una semplice apparenza della pace senza risolvere le questioni politiche e sociali di fondo e, anzi, sottomettendole a logiche economiche e di mercato.

Ricordare il 7 ottobre, oggi, oltre che a condannare le atrocità commesse, dovrebbe portarci a ricordare che la ricerca della pace non può diventare l’ennesima forma di imposizione dall’alto, né può essere affidata esclusivamente alla volontà dei potenti o a logiche che sostituiscano il dialogo politico e multilaterale con rapporti di forza e decisioni prese altrove dalle sedi internazionali proposte.

Ricordare il 7 ottobre, sopratutto, non dovrebbe essere una questione di scelta di cosa condannare ma riconoscere che ad essere condannato deve essere il male, e che l’unico modo per far finire la guerra è che qualcuno scelga di smettere di farla. 

Ecco, allora oggi, in ricordo di quel 7 ottobre, smettiamo di farci la guerra a parole, e impariamo a riconoscere la sofferenza, il male, gli errori: condanniamo quanto fatto da Hamas senza dimenticarsi delle condizioni di oppressione e polarizzazioni che al 7 ottobre hanno portato; condanniamo il gesto compiuto da un gruppo terroristico, senza cedere alla tentazione di condannare un intero popolo e senza giustificare o condannare di meno quanto da quel momento Israele ha fatto; condanniamo i gesti provando a salvare le persone.