Ricordare la giornata internazionale della donna non vuole essere un modo di rivendicare qualcosa ma un'occasione per riflettere sulla condizione femminile oggi in Italia, in particolar modo sullo stato del cammino verso la parità, senza dimenticare le molte situazioni di fatica, connessa al processo di indipendenza, e di sofferenza, legata ai casi di violenza - ancora troppi - al centro della cronaca.
La celebrazione di oggi ci chiama dunque a riflettere su quello che è e che può essere il compito delle donne nella società, nella Chiesa e nell’associazione. Un invito alla conversione per camminare in comunione, proprio come i discepoli e le discepole di Gesù seguivano insieme il maestro sui sentieri di Galilea.
Nel documento Finale della XV Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi si ricorda che nonostante uomini e donne godano di pari dignità in forza del Battesimo in effetti c'è una disparità nel riconoscimento più pieno dei carismi di ciascuno che impedisce a volte alle donne di mettersi al servizio della comune missione della Chiesa. Alla luce di questo il Cammino Sinodale delle Chiese in Italia si è dimostrato convinto che oggi sia possibile rimuovere stereotipi di genere e sviluppare una visione di chiesa nella quale dare spazio a ciascuno e riconoscere alle donne compiti di responsabilità, e nel documento di sintesi ha avanzato la proposta di riconoscere il genio femminile, come amava dire San Giovanni Paolo II, promuovendo un'effettiva parità di genere in ogni ruolo e struttura ecclesiale. A tutti e tutte noi, che oggi siamo parte della Chiesa, il compito di non lasciar cadere quante proposte ma di impegnarci per il loro sviluppo.
Molte volte fa notizia sapere che una donna ha ricevuto un incarico di responsabilità o valore nella società o nella Chiesa e il problema è proprio questo: siamo ancora troppo legati alla straordinarietà di certi eventi e non riusciamo a cogliere che è il valore di una persona che porta a tali responsabilità e non una concessione, anzi il Libro della Genesi ci ricorda proprio che sia uomo che donna sono stati creati “a immagine di Dio”.
Ancora una volta l’AC può essere palestra e stimolo. Dal momento in cui i rami maschile e femminile sono stati uniti nell’unica associazione le responsabilità sono state condivise, non tanto per garantire una rappresentanza ma nella consapevolezza della complementarità che esiste tra cuori e menti, questo favorendo una vera e fattiva collaborazione uomo-donna in chiave di reciprocità e sinodalità.
Nel corso degli anni, molte donne di AC, cresciute nella capacità di discernere alla luce della formazione ricevuta in Associazione, sono state capaci di impegnarsi, anche in ambiti diversi da quello ecclesiale e associativo, a servizio del mondo e della società come tanti esempi ci dimostrano. La stessa Armida Barelli, già nel 1919, ebbe il coraggio di rivolgere alle giovani cattoliche di Milano, un corso impostato sulla “questione sociale” che portò le stesse giovani ad "uscire di casa" ed impegnarsi per il bene di tutti, in un tempo in cui i costrutti sociali non rendevano questa partecipazione né semplice né scontata. E di questi impegno e partecipazione, vissuti con fermezza e costanza, non possiamo che essere tutte e tutti grati oggi poiché come frutto ne scaturì, tra i tanti, anche il primo voto femminile nelle elezioni del ‘46. di cui quest’anno celebreremo l’80° anniversario che ci richiama alla mente i racconti fieri delle nostre nonne.
Essere
donna nella Chiesa, forse, per noi laiche di AC è sempre stato più
facile perché viviamo
anche nell’esperienza formativa e della responsabilità
quella dimensione di complementarità tra uomo e donna che non
necessita di “rivendicazioni”, ma richiede casomai un impegno
nella cura di tutti e tutte, quella capacità di cura della quale
come donne siamo per natura capaci.
Del
resto, se si pensa alla Bibbia tante sono le figure di donna che
hanno dimostrato con quale forza e coraggio si può vivere la fede e
curare il proprio popolo e la propria famiglia, come hanno fatto
Ester e Rut. La Bibbia non idealizza le donne, ma le presenta nella
loro concretezza: fragili e forti, ferite e capaci di generare
futuro. Attraverso di loro, Dio continua a parlare.
Per
noi laici e laiche di Azione Cattolica, chiamati a vivere la nostra
vocazione nel cuore della Chiesa e del mondo, l’8 marzo deve essere
sempre più un invito concreto a promuovere spazi reali di ascolto e
partecipazione, a educare a relazioni libere da stereotipi, a
sostenere con decisione ogni impegno contro la violenza e le
disuguaglianze.
Questa
giornata ci serve inoltre
per ricordare quanto
sia
necessario rivolgere un pensiero anche a tutte quelle donne, madri,
sorelle e amiche che in ogni parte del mondo ancora oggi lottano e
nel silenzio si impegnano perché ogni giorno la vita di molte
famiglie,
anche
in luoghi di guerra, povertà e sofferenza, vada avanti e lo fanno
come Maria, nel silenzio e custodendo nei loro cuori.
In
un tempo in cui tante donne nel mondo subiscono violenza,
discriminazione e disuguaglianza, la comunità cristiana è chiamata
a testimoniare uno stile diverso: rispetto, corresponsabilità,
valorizzazione dei carismi. L’8
marzo, allora, non è solo celebrazione: è chiamata alla
conversione. Perché la Chiesa sia sempre più casa in cui donne e
uomini, insieme, riflettono
il volto di Dio.
