È stato il sigillo commosso di una manifestazione destinata a toccare il cuore di tutti, certo. Ma è stato anche qualcosa di più e di diverso. Il corteo che sabato 21 marzo ha visto 50 mila persone attraversare Torino in occasione della 31ª Giornata della memoria è stato un cammino condiviso, un popolo in movimento, un impegno personale e collettivo diventato patrimonio di molti. C’erano i familiari di chi è stato freddato dai clan. C’erano intere scolaresche. C’erano gruppi, movimenti, associazioni del territorio: volti diversi, storie diverse, uniti da una stessa responsabilità. Era presente l’Azione Cattolica, insieme alle Acli, al Servizio missionario giovani (Sermig), a tantissimi scout dell’Agesci, a iscritti alla Cgil. L’elenco di chi ha aderito è lungo. Un fiume umano s’è messo “sulle orme delle vittime innocenti della mafia”, ha detto Cristina, figlia di Bruno Caccia, il Procuratore della Repubblica di Torino ucciso dalla ‘ndrangheta il 26 giugno 1983, unico magistrato del Nord messo a tacere con colpi d’arma da fuoco.
Non un corteo qualsiasi, ma una marcia carica di significato. I passi dei partecipanti hanno dato corpo a una memoria che non resta ferma, che non si chiude nel passato, ma si fa presenza viva. Accanto ai familiari, custodi di un dolore che diventa testimonianza (e che la sera del 20 marzo s’è fatta preghiera ecumenica, in Duomo, con l’arcivescovo, il cardinale Roberto Repole, il pastore valdese Francesco Sciotto e l’archimandrita Maxim Drăguț, della Diocesi ortodossa romena d’Italia), c’erano tanti giovani, studenti e studentesse: segno che questa memoria può ancora parlare al futuro.
L’arrivo in piazza Vittorio è stato il momento più intenso e raccolto. Qui ha preso forma uno dei gesti più forti della giornata: la lettura dei 1117 nomi delle vittime innocenti delle mafie e delle stragi, avviata dal sindaco Stefano Lo Russo. Un elenco lungo, scandito con sobrietà, immerso in un silenzio rispettoso. Ogni nome pronunciato ha restituito dignità a una vita, ha strappato quelle storie all’anonimato.
Tra quei nomi sono risuonati anche
quelli di Peppino Impastato, Piersanti Mattarella, Pio La Torre,
Gennaro Di Salvo, Carlo Alberto dalla Chiesa, ma pure quello di
Francesca Morvillo, uccisa nella strage di Capaci insieme al marito.
Accanto alla memoria, s’impone una verità che inquieta: oltre
l’80% delle vittime innocenti ancora oggi non conosce giustizia,
non ha avuto verità.
“Celebriamo la vita dei nostri parenti”, ha detto Nino, uno dei familiari presenti. È questo il cuore della giornata: non solo ricordare la morte, ma affermare la vita contro ogni logica mafiosa.
A chiudere il corteo è stato l’intervento di don Luigi Ciotti, che ha raccolto e rilanciato il senso profondo di quanto vissuto. Le sue parole hanno dato voce a una domanda essenziale: “Su questa piazza ci chiediamo di cosa abbiamo veramente fame oggi: di verità… diritto alla verità”. Una fame che riguarda tutti, perché senza verità non c’è giustizia, e senza giustizia non c’è democrazia.

Foto di Paolo Siccardi/Walkabout per IlChiostro.it - Azione Cattolica Italiana.
Don Ciotti ha indicato con chiarezza il compito che nasce dalla memoria: “La memoria vera ci provoca, chiede cambiamento, discussione… ci chiede di risarcire il dolore innocente, di portare alla luce verità nascoste per decenni”. Non una memoria celebrativa, dunque, ma una memoria che inquieta e mette in cammino.
E ha denunciato con forza il rischio più grande: “Soffriamo di un’emorragia di memoria e quando perdiamo la memoria perdiamo noi stessi, perdiamo l’anima”. In una società che tende a dimenticare in fretta, queste parole suonano come un avvertimento e una chiamata alla responsabilità.
Torino, città che ha ospitato questa giornata, è stata richiamata anche come terra di “santi sociali”: don Bosco, il Cottolengo, Cafasso, don Allamano, la marchesa Giulia di Barolo, Pier Giorgio Frassati. Figure che hanno saputo vivere una fede concreta, incarnata nella storia. “Non erano santi che facevano devozione privata, ma santi che facevano politica nel senso vero del termine: servizio per il bene comune”.
È un richiamo che interpella anche oggi. Perché la lotta alle mafie non può essere delegata. “Non basta avere le mani pulite, possiamo averle pulite e tenerle in tasca… in questo caso siamo complici dell’indifferenza e dell’ingiustizia”. In questo impegno, emerge con forza anche il ruolo delle donne, capaci di rompere con coraggio sistemi mafiosi patriarcali, scegliendo la libertà e la giustizia. “La giustizia non ha genere, è di tutti”.
Non esiste neutralità possibile di fronte al male. E sul fronte del male, dilaga la guerra. Don Ciotti ha ricordato i conflitti in corso nel mondo, dall’Ucraina a Gaza passando per l’Iran, il Sudan, il Congo, e il Myanmar: “Le guerre uccidono, distruggono, inquinano: sono un trittico di morte. E sono un grande affare per le mafie, per i trafficanti di armi, per le multinazionali del petrolio”. Parole di preoccupazione anche rispetto al riarmo, che interessa da vicino: “Qui a Torino dobbiamo guardarci allo specchio: per noi è motivo di preoccupazione che si festeggi la crescita di attività legate all’industria militare. Qui si progettano e si assemblano i caccia del futuro che seminano morte. Costruire la pace non significa fabbricare più armi, ma costruire più scuole, case, ospedali, lavoro dignitoso. Significa investire nella vita, non nella morte”.
La giornata di Torino lascia una consegna chiara. Non basta esserci stati. Non basta aver ascoltato quei nomi. La memoria chiede continuità, chiede scelte, chiede impegno quotidiano.
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Paolo Siccardi/Walkabout per IlChiostro.it - Azione Cattolica Italiana
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Paolo Siccardi/Walkabout per IlChiostro.it - Azione Cattolica Italiana
