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The game: quando le pedine hanno un nome

Migrazioni lungo la rotta balcanica.
08/04/2026 di Agnese Rizzetto

Quattro. Cinque. Due. La mia pedina era ferma da tre turni sulla casella XIII: serviva un sei per avanzare. La fortuna però non veniva in mio soccorso, e al terzo turno passato senza poter fare alcuna mossa, ho iniziato ad avvertire la frustrazione.
La casella è il centro di detenzione di Fylakio, nel nord-est della Grecia. La pedina è Fatma, ha 19 anni, viene dall’Iran, e ha due figlie piccole. Il gioco è The Game, il nome con cui i migranti chiamano il duro viaggio lungo la rotta balcanica.

Alla Scuola di Formazione per Studenti, ci abbiamo giocato anche noi. Con la differenza che noi avevamo un tabellone e delle tessere, i migranti che tentano il Game hanno nel migliore dei casi un documento, pochi risparmi guadagnati fermandosi a lavorare lungo il cammino (e così facendo, allungandolo di diverse settimane), e delle scarpe che verranno loro sottratte per disincentivare futuri tentativi di varcare il confine dell’Unione Europea.

Tuttavia, i personaggi, i luoghi e le dinamiche in cui ci siamo imbattuti nel gioco da tavolo erano reali, persone e situazioni che i volontari dell’Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo (ASCS) hanno incontrato nel loro cammino lungo la rotta balcanica nel 2019.
Per questo i miei turni ferma alla casella XIII mi hanno fatto riflettere. Per andare avanti sarebbe dovuto uscire sei al lancio del dado, oppure avrei dovuto aiutare i trafficanti a respingere e catturare altri migranti, una cosa che avevo deciso non avrei fatto: piuttosto avrei aspettato, mentre gli altri giocatori andavano avanti.
Ho ceduto presto però. La mia impazienza mi ha sconcertato: se non riuscivo a stare ferma per qualche turno in un gioco, non avevo il diritto di biasimare chi collabora con i trafficanti per la speranza di un futuro. Quella speranza a cui i migranti si aggrappano come a una corda sospesa sopra un precipizio, senza la quale probabilmente sarebbe impossibile per loro pensare di tentare il Game. La loro meta è l’Unione Europea, in cui sperano di avere una vita dignitosa e sicura, dove i loro diritti vengano rispettati.

Fatma ha percorso la rotta con Aya, di un anno, e Maryan, di qualche mese. È per loro che si è messa in cammino: nonostante provenga da una famiglia benestante, la dittatura islamica del suo Paese priva i cittadini, specialmente le donne, di ogni tipo di libertà. Sogna che i suoi figli possano andare a scuola senza paura di uscire di casa, sogna che possano studiare ciò che amano senza dover arruolarsi. Quando i ragazzi di ASCS l’hanno incontrata nel 2019, era sicura che l’Europa l’avrebbe accolta.

Da quando ho giocato a The Game e ho conosciuto Fatma tramite una tessera, mi è capitato spesso di pensare a lei. Mi chiedo se sia riuscita a varcare la frontiera con l’UE, o se sia andata incontro allo stesso destino di Omar, Elias e Fadel, che nel tentativo di attraversare il confine tra Bosnia e Croazia hanno rischiato di morire congelati e hanno dovuto subire amputazioni a gambe e mani: invece di essere ricoverati immediatamente, sono stati trasferiti nel campo di transito di Lipa (Bosnia) per quattro giorni prima di ricevere le cure che sarebbero state fondamentali per salvare i loro arti. Storie come queste non sono un’eccezione, sono realtà con cui ogni migrante potrebbe scontrarsi.

Spesso ci dimentichiamo che dietro i numeri dei giornali ci sono delle persone. Persone con dei nomi. Fatma, Aya, Maryan, Omar, Elias, Fadel. Persone costrette a scegliere fra la loro vita e la propria etica. Persone costrette ad abbandonare la propria umanità in un viaggio in cui di umanità sembrano non incontrarne.

Ma su questo forse mi sbaglio. Nonostante i confini, le violenze fisiche e le violazioni dei diritti, l’umanità non viene interrotta. Lungo la rotta balcanica, ci sono anche tanti volontari, come Senad, che a Tuzla (Bosnia) offre una doccia calda, un pasto e delle cure mediche, e come Sanela, che a Valecevo (Bosnia) aiuta i migranti a superare il blocco della polizia.
È in persone come Senad e Sanela che l’umanità rimane ininterrotta. È in Fatma, che a 19 anni affronta ostacoli e soprusi per amore delle sue figlie, che l’umanità rimane viva.

Ma la bontà dei volontari e la tenacia dei migranti non basta. Perché se ci sono persone che hanno la fortuna di riuscire nel Game, ci sono tanti altri come Omar, Elias e Fadel, che ci lasciano tragicamente la salute, se non la vita.

Il Parlamento europeo il 26 marzo ha approvato la proposta della creazione dei cosiddetti “hub di rimpatrio”, centri situati fuori dall’UE per la detenzione di persone la cui domanda d’asilo è stata respinta (è lo stesso modello utilizzato dal governo italiano con i centri in Albania). Infatti quell’Europa che Fatma era sicura l’avrebbe accolta, distingue fra chi ha diritto di asilo e chi no. Distinzione che spesso si basa sulla cosiddetta lista dei Paesi sicuri, in cui però figurano Paesi che sicuri non sono, o che perlomeno non lo sono per tutti: per le donne, per le minoranze, per chi dissente.

Ma c'è qualcosa di più profondo che stride. 
L'Unione Europea è nata dalle macerie di una guerra, dalla memoria viva di persecuzioni, deportazioni, campi. È nata con la promessa che certi orrori non si sarebbero ripetuti, e ha costruito su quella promessa un intero impianto giuridico: la Convenzione di Ginevra, recepita nel diritto comunitario, la Carta dei diritti fondamentali, il diritto d'asilo.
Respingere chi fugge da guerre e dittature, detenere chi ha già perso tutto, non è solo una scelta disumana, ma è soprattutto una imperdonabile contraddizione dei fondamenti stessi su cui l'Europa è stata costruita. È tradire, nel momento in cui conta, ciò che si è dichiarato, e si dichiara tuttora, di essere.