
La sanità italiana sta attraversando una fase delicata. I numeri raccontano di un sistema pubblico in affanno e di una spesa privata in costante crescita. Sempre più cittadini, infatti, scelgono, o sono costretti, a rivolgersi al settore privato per ottenere visite, esami diagnostici e cure in tempi accettabili. Nel 2024 la spesa sanitaria complessiva ha superato i 185 miliardi di euro. Di questi, oltre 47 miliardi provengono dal comparto privato e più di 41 miliardi sono stati pagati direttamente dalle famiglie, senza assicurazioni o fondi integrativi. Una cifra imponente che fotografa una trasformazione silenziosa ma profonda: una quota crescente di assistenza sanitaria non passa più dal Servizio sanitario nazionale. A pesare sono soprattutto le liste d’attesa e le difficoltà di accesso. Nell’ultimo anno quasi 6 milioni di italiani hanno rinunciato almeno a una prestazione sanitaria, in molti casi per ragioni economiche, in altri per tempi considerati incompatibili con le proprie esigenze di salute.
Il divario territoriale resta uno dei nodi centrali. In diverse aree del Paese, in particolare nel Mezzogiorno, l’offerta sanitaria pubblica fatica a garantire livelli omogenei di assistenza. La conseguenza è una mobilità sanitaria sempre più marcata: chi può si sposta verso regioni con servizi più efficienti, sostenendo ulteriori costi. Chi non può, spesso rimane in attesa o rinuncia. Parallelamente, cresce il peso del cosiddetto “privato puro”, cioè strutture non convenzionate con il sistema pubblico. Negli ultimi anni la spesa delle famiglie per queste prestazioni è aumentata in modo significativo.
A
offrire una chiave di lettura dall’interno è Michele Gennuso, nato
nel 1973, neurologo dal 2005. Dopo 18 anni nel servizio pubblico e
un’esperienza biennale nel privato profit, oggi dirige una
struttura privata non a scopo di lucro a Cremona. In passato è stato
responsabile dell’Acr e poi vicepresidente per il Settore giovani
di Ac della diocesi di Cefalù; ha inoltre presieduto il consultorio
diocesano di Crema, città in cui vive. È autore del volume
Adolescenti in-Dipendenti (con Claudia D’Antoni, Ave), nel
quale propone una lettura originale del rapporto tra giovani e
dipendenze. Secondo Gennuso, il nodo centrale è strutturale. Il
Servizio sanitario nazionale, nato nel 1978, è stato pensato per una
popolazione profondamente diversa da quella attuale. «È come un
vestito diventato troppo stretto – osserva – che rischia di
strapparsi». Oggi si vive più a lungo, molte patologie un tempo
mortali sono diventate croniche e la popolazione anziana è in
costante aumento. Questo comporta una crescita delle fragilità e un
fabbisogno assistenziale più complesso e continuativo. Al tempo
stesso, il sostegno familiare che per anni ha supplito alle carenze
del welfare mostra segni di affaticamento: nuclei più piccoli,
maggiore mobilità lavorativa, minor disponibilità di caregiver.
Per
il neurologo occorre ripensare la sanità non come semplice
erogazione di prestazioni, ma come presa in carico globale della
persona, mettendo al centro il benessere fisico, psicologico, sociale
e relazionale. In quest’ottica diventa decisiva la medicina
territoriale, la prevenzione, l’integrazione tra sanitario e
sociale e una reale continuità assistenziale per i pazienti cronici.
Un modello che superi la frammentazione e riduchi l’accesso
improprio agli ospedali. Un altro tema critico è l’appropriatezza
delle richieste. «C’è una scarsa appropriatezza nelle domande di
visite ed esami – sottolinea – spesso dettate dall’ansia più
che da una reale indicazione clinica». Questo fenomeno, alimentato
anche dalla sovraesposizione informativa e dalla medicina
“difensiva”, genera un sovraccarico del sistema e allunga le
liste d’attesa. Investire in educazione sanitaria, rafforzare il
ruolo del medico di medicina generale e migliorare il dialogo
medico-paziente diventano strumenti essenziali per orientare
correttamente la domanda. Resta poi la questione del personale. La
carenza di medici in alcuni settori e territori produce turni gravosi
e condizioni di lavoro che aumentano il rischio clinico e il burnout.
«Non dovremmo parlare di spesa sanitaria, ma di investimento
sanitario», afferma Gennuso. Le risorse non sono illimitate, ma la
loro allocazione dovrebbe essere guidata dall’evidenza scientifica
e dal confronto con i professionisti, più che da logiche
esclusivamente politiche o di consenso. Nonostante le difficoltà, la
sanità italiana continua a garantire una risposta ampia e inclusiva:
«resta un sistema per tutti e nelle urgenze la risposta è
assicurata». La vera sfida è rendere sostenibile questa promessa
nel tempo, migliorando l’appropriatezza, riducendo le
disuguaglianze e rafforzando la fiducia dei cittadini. La sfida,
dunque, è ricostruire fiducia nel sistema pubblico e riaffermare il
diritto alla salute come pilastro di coesione sociale.
