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Salvare Dio dalla religione?

Dalla crisi delle forme religiose al dialogo con i giovani: una sfida che interpella il futuro della fede e della comunità
Rubrica: Pip
07/10/2026 di Paola Bignardi | No comments yet

«L’essere religioso è una cosa un po’ dogmatica e fissa. Invece essere spirituale è qualcosa di un po’ più libero, che ti lascia un po’ più spazio. Lo spirituale è tra te e te stesso, il religioso è una cosa più di comunità». Sono le parole di un giovane ventenne che, senza aver fatto studi di sociologia della religione, ha intuito, riflettendo sul proprio mondo interiore, ciò che differenzia la religione dalla spiritualità. Lui si sente spirituale e non religioso; rappresenta uno dei moltissimi giovani per i quali è in atto quella che gli studiosi definiscono l'uscita dalla religione. L'uscita dalla religione è l'abbandono di tutti quegli aspetti oggettivi -dogmi, riti, norme morali- di un'esperienza che i giovani non sentono più come interiore e personale. La testimonianza del giovane riportata sopra – e molte altre testimonianze che vanno nella stessa direzione – mostrano come sia in atto oggi un processo di profonda metamorfosi dell'esperienza religiosa, riflesso della trasformazione antropologica in atto, che nei giovani e nelle nuove generazioni si vede con maggiore evidenza.

La questione non è scegliere tra religione e spiritualità, come già abbiamo avuto modo di riflettere nel procedente contributo di Pip; anche la spiritualità può diventare narcisistica; dunque, la questione non è scegliere tra religione e spiritualità, ma chiedersi quale esperienza cristiana possa tenere insieme interiorità, Vangelo, coscienza e comunità.

In che cosa consiste la metamorfosi dell'esperienza religiosa? Dell’aspetto religioso si rifiuta l’aspetto delle verità precostituite, dei dogmi, in nome dell’esperienza, di ciò che è sperimentato in modo diretto; dalla regola si passa all’interpretazione che sceglie che cosa accogliere di essa o come comportarsi in base alla propria sensibilità e a un proprio codice di valori; all’autorità di una norma morale imposta dall’esterno al riconoscimento della normatività di un proprio soggettivo codice di comportamenti; dall’autorità esteriore, gerarchica, dell’istituzione ecclesiale, a quella interiore del proprio sé o della propria coscienza.

Quale ne è la radice antropologica?

L'accentuazione fino anche all'esasperazione così tipica di questo tempo del proprio Sé, di ciò che si avverte come proprio e in cui si giocano dignità, responsabilità e libertà

Si tratta di un processo molto complesso, che non si può pensare di arrestare con qualche iniziativa ben riuscita o con qualche catechesi che ammoderni i suoi linguaggi. È un processo che riguarda il nostro tempo; e siccome non ne abbiamo un altro nel quale vivere, occorre che ci dedichiamo a fare i conti con esso, che ci chiediamo come entrare in dialogo con quanto sta accadendo, su come trovare in esso un percorso attuale di autenticità e di fedeltà al Vangelo, nel rispetto di noi stessi e delle nostre sensibilità. Ma a questo punto non è possibile non farsi una domanda: «il cristianesimo, in quanto esperienza anche religiosa, è destinato a essere travolto dalla stessa crisi? Com'è possibile che il cristianesimo non esca svuotato da questo processo? In qualche modo le chiese vuote, la crisi che l'esperienza religiosa e l'esperienza cristiana stanno vivendo potrebbero segnalarci che il processo in atto – che riguarda ogni esperienza religiosa – stia travolgendo anche il cristianesimo. E allora ci chiediamo: che fare? Come affrontare questa domanda che è cruciale per la nostra vita e per la vita delle nostre comunità? Abbiamo un punto di riferimento essenziale per il nostro discernimento: è proprio il Vangelo, è guardare all'atteggiamento del Signore Gesù di fronte agli uomini religiosi del suo tempo e ai loro insegnamenti. Le parole di Gesù nei loro confronti sono sferzanti, contro tutte le forme religiose senz'anima, senza coinvolgimento personale; contro tutti quei gesti esteriori che non trasformano il cuore. Il Signore ci insegna a «salvare Dio dalla religione», parafrasando un'espressione di Etty Hillesum.

Ma come "salvare Dio" dalla religione? Come salvare il Vangelo in questo tempo?

È una domanda rivolta a ciascuno di noi, è una domanda rivolta a chi legge questo testo in questo momento. A questa domanda si associa l'invito a rispondere ad essa per avviare tra di noi un dialogo, per affrontare insieme, in maniera creativa, la sfida più grande che oggi la coscienza cristiana ha davanti a sé: salvare Dio dalla tentazione di ridurlo a un sostegno identitario delle nostre fragili identità; dalla tentazione di usarlo come stampello delle nostre fragilità; come un ornamento del nostro narcisismo; come complice delle nostre meschinità.

L'invito è allora a tutte le persone che si sentono interpellate da questa domanda, ma particolarmente a quanti hanno il compito e che avvertono la grave responsabilità di essere educatori dei giovani e delle nuove generazioni in generale, a porsi questi interrogativi. Si tratta di interrogativi che nessuno può affrontare da solo. Nessun educatore può immaginare di affrontare la trasformazione dell'esperienza cristiana – con il riflesso che questo ha sul compito educativo – da solo. È solo insieme, come del resto l'esperienza associativa insegna e rende possibile, che queste domande possono essere affrontate; ed è possibile non solo assolvere in maniera più adeguata alla responsabilità della formazione dei più giovani, ma anche a quella di contribuire al processo di reinterpretazione del cristianesimo che oggi è richiesto alle comunità cristiane e ad ogni credente.

Perché' la domanda vera da porsi non è "come riportare i giovani alla religione?" ma "quale cristianesimo può incontrare la loro ricerca spirituale senza tradire il Vangelo e senza imprigionarla nuovamente in forme che non parlano più?"

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