Con la redazione de Il Chiostro a partire dalla Conferenza di Santa Marta in Colombia stiamo aggiungendo punti di vista diversi sugli effetti del riscaldamento del pianeta, un tentativo di offrire uno “sguardo sinodale”. Dopo il presidente di Legambiente Stefano Ciafani, il delegato per l’ecologia della Provincia Euromediterranea dei gesuiti Mauro Bossi, in questo mese dedicato al “tempo del creato” è la volta di Claudia Roggero che abbiamo raggiunto mentre era al mercato a vendere il miele.
Claudia ha 28 anni, è di Rivoli (TO), laureata in scienze e tecnologie agrarie, apicoltrice, delegata regionale Giovani Impresa della Coldiretti Piemonte e componente dell’esecutivo nazionale dei giovani di Coldiretti con deleghe specifiche ad apicoltura e formazione. L’azienda di famiglia è anche una fattoria didattica e sociale, con attività di educazione all’agricoltura, all’ambiente e alla corretta alimentazione, un impegno nella formazione che accomuna le nostre realtà.
L’estate del 2026 è
stata la più calda da quando si registrano le misurazioni puntuali
del termometro, quanto ha influenzato la produzione agricola? È più
difficile oggi il vostro lavoro?
In agricoltura siamo
abituati a non avere certezze da un anno all’altro di quanto
potremmo produrre, c’è sempre l’incognita del tempo che incide e
senza volerlo dire in modo brutale, c’è un senso di rassegnazione
a questo. L’importante è essere formati e consapevoli per provare
a mettere in atto strategie che consentano di reggere alla
variabilità, per esempio diversificando le produzioni per avere dei
“piani b” in caso di situazioni avverse. Noi per esempio siamo
una realtà multifunzionale per scelta aziendale e dal 2018 al 2023
(quando c’è stata una drastica riduzione della produzione di
miele) se non avessimo investito anche in attività collaterali
sarebbe stato decisamente più complesso superare le difficoltà.
Questo però ci ha aperto al mercato e abbiamo parlato con persone
diverse dalle solite.
Ma uscire dalla
monocultura con rese certe non crea difficoltà quando si deve
fornire per esempio la grande distribuzione?
Certamente questo è vero
ed infatti anche se negli anni abbiamo avuto richieste dalla grande
distribuzione abbiamo evitato questa strada perché nonostante con
200 arnie avremmo potuto affrontare quella sfida, siamo coscienti che
abbiamo a che fare con degli esseri viventi con cui collaboriamo; per
esempio ci sono stati anni in cui non avevamo il miele di acacia, le
persone ci dicevano che sarebbero ripassate la settimana dopo a
cercarlo ma abbiamo spiegato loro che non ci sarebbe stato fino
all’anno successivo, con la prossima fioritura. Nella grande
distribuzione questo non è contemplato. Per noi è un “lavoro in
più” spiegare questo alle persone ma permette di sopravvivere a
questi sbalzi climatici, ci vuole formazione, apertura verso la
novità, idee nuove che ci possono essere all'interno
dell'agricoltura, ma se ci si lascia in balia degli eventi è più
complesso portare avanti un'impresa effettiva come sono le aziende
agricole.
In parte viene in aiuto la digitalizzazione su alcune colture o macchinari o lavorazioni, in laboratorio. Il mondo dell'agricoltura è attivo sul lato innovazione tecnologica, ma è un po' più distaccato, fa più fatica a inserirsi nelle soluzioni digitali perché siamo agricoltori, non possiamo allontanarci da quello che la terra concretamente ci dà.
Interessante questo
approccio disincantato verso la digitalizzazione che vede nella
natura un limite oltre il quale non si può andare se si rispetta il
rapporto con essa. Mi fa venire in mente l’allerta di Papa
Francesco sulla tecnocrazia e l’appello all’ecologia integrale,
ma anche la sapienza del limite esplicitato nella Magnifica Humanitas
da Papa Leone.
Noi agricoltori
conosciamo bene come la natura detta limiti alla nostra azione, noi
siamo tarati su quel piano.
Poi in base magari alla
dimensione aziendale può variare un po' questo approccio, però
sappiamo che per quanto uno cerchi di accelerare i tempi non si può
strafare. Per tornare alle api sono loro che mi fanno capire di non
usare la fretta anche se la quotidianità di adesso ci porta ad un
flusso interminabile e frenetico di attività. Sono le api che mi
ricordano di fare le cose con più calma e se faccio veloce mi prendo
mille punture perché non sono contente e di conseguenza ti dicono in
maniera indiretta, guarda, rallenta un attimo che è meglio. E mi è
stato utile perché altrimenti ci troviamo sempre sovraccaricati.
Questo discorso vale
per una produzione “limitata” come quella del miele, ma per i
tuoi colleghi che producono cereali o altre colture con quantitativi
molto più grandi, la variabilità di produzione è un problema.
Certamente per loro è
più complesso attivare percorsi alternativi. E poi a livello di
grande distribuzione se uno si trova a fare meno produzione il prezzo
che viene imposto rimane lo stesso e di conseguenza l'azienda si
trova costretta a stare in equilibrio con condizioni penalizzanti.
Per esempio quest’anno per la siccità non c'è stata abbastanza
produzione e i ricavi non vanno a ricoprire i costi e ci si trova in
grande difficoltà. Chi fa cereali, investe in macchinari e terreni,
non ha la stessa duttilità di altre produzioni, per cui se il
mercato non si adegua e i prezzi sono fermi a quelli di trent’anni
fa, si può resistere un anno o due ma poi diventa davvero difficile.
Ma quindi più che i cambiamenti
climatici il punto critico è il mercato?
Ripeto che noi siamo
abituati a sottostare al clima, ma se il mercato non accetta questa
situazione e vuole imporre le proprie dinamiche allora diventa quasi
impossibile sopravvivere come imprese agricole. Spesso capita di
discutere, soprattutto a livello generazionale, sul fatto che al di
là delle politiche di aiuto economico abbiamo bisogno di politiche
di sostegno degli allevamenti o delle produzioni che passano
evidentemente per la tutela dell’ambiente: la Natura è la nostra
fonte di sostentamento. Il petrolio che ha reso possibile la
meccanizzazione è importante ma è un passo dopo, prima si deve
custodire l’ambiente. Noi giovani siamo disposti a modificare il
modo di produrre, ma anche il mercato deve riconoscere un valore
diverso alla produzione.
Ti ringrazio perché
sento una bella positività da parte tua, pensi di rappresentare il
sentire generale di voi giovani agricoltori o in questa chiacchierata
abbiamo tenuto sottotraccia le paure e le ansie?
Un filo di preoccupazione
c'è sempre. Probabilmente siamo una generazione nata in un momento
di disagio generale, quindi se non abbiamo un disagio interiore non
possiamo far parte di questa generazione, è automatico. C'è sempre
anche tra noi chi ha la catastrofe addosso, ci sta. Però io sono
dell'idea che l'ambiente crea un equilibrio in sé stesso. Anni fa
durante una formazione ci avevano spiegato come gli eventi naturali
sono da interpretare: ciò che per noi umani è un disastro, per
l’ambiente è la ricerca di un equilibrio e quindi con i
cambiamenti climatici ci saranno negatività ma anche se non
riusciremo a vederlo noi, anche se può essere complicato o difficile
da accettare, si arriverà ad avere un nuovo equilibrio, con tutte le
difficoltà del caso, quello è sicuro. Quindi un filo di
preoccupazione c'è, però anche un po' di speranza altrimenti ci
viene proprio difficile vivere quotidianamente anche le nostre
aziende e l'ambiente che abbiamo attorno; quindi si spera, ecco! In
generale tendiamo a cercare strade positive perché sennò non ci
butteremo a gestire delle imprese agricole, anche se ogni tanto si
pensa: ma chi me l'ha fatto fare? Però uno lo fa e ci investe la
vita.
… e così chiudiamo la nostra chiacchierata ricordando la parabola dei talenti dove l’unico rimproverato è colui che non ci ha provato, chi si è chiuso alla Vita per paura.