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Rallentare. Il gusto di Dio

Il nostro tempo corre sempre più veloce, ma non sempre nella direzione giusta: perché imparare a rallentare può essere una scelta necessaria.
11/03/2026 di Giuseppe Riggio
Questo articolo è stato pubblicato su 

Nel 2015, papa Francesco fa ricorso a un neologismo spagnolo per indicare un aspetto che caratterizza il nostro tempo: la parola è “rapidación” ed è impiegata nella Laudato si’, l’enciclica dedicata alla cura della nostra casa comune. “Rapidizzazione” è la traduzione in italiano, un termine che suona strano, ma che descrive un fenomeno che tutti sperimentiamo, spesso con un senso di smarrimento: viviamo a ritmi frenetici, in un mondo che si muove e cambia rapidamente. Tocchiamo con mano una contraddizione profonda a cui siamo stati condotti da un progresso concepito nel segno della velocità e dell’efficienza. 

In positivo è facile constatare come sia migliorata la qualità della vita: molte delle nostre attività quotidiane non potevano essere svolte dai nostri nonni o le potevano fare in tempi più lunghi e con maggiore fatica, perché non avevano la tecnologia necessaria o perché essa non era economicamente accessibile alla maggioranza della popolazione. Gli esempi sono tanti, è sufficiente pensare all’impatto che computer e smartphone hanno avuto in tutti gli ambiti della nostra vita. 

Tuttavia, avvertiamo che questi cambiamenti così radicali hanno anche degli aspetti negativi, sia perché non tutti ne beneficiano allo stesso modo, sia perché sperimentiamo una «spettacolare e contagiosa “carestia di tempo”», come osservato dal sociologo tedesco Hartmut Rosa in Accelerazione e alienazione (Einaudi, 2015). La tecnologia “libera” il nostro tempo, ma per l’accelerazione dei ritmi di vita abbiamo l’impressione che esso sia sempre insufficiente, che ci sfugga dalle mani. Questa lettura si ritrova anche nella Laudato si’(n. 18), che mette l’accento su un’ulteriore dimensione: i continui e rapidi cambiamenti contrastano «con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica», rivelandosi alla lunga quindi insostenibili per l’umanità e il pianeta. Inoltre, «gli obiettivi di questo cambiamento veloce e costante non necessariamente sono orientati al bene comune e a uno sviluppo umano, sostenibile e integrale». Di fronte a questa situazione, si fa strada il desiderio di vivere in un altro modo. Un desiderio che prende diverse forme, tra cui quella del “rallentare”, che sembra un’opzione a prima vista ardua, sicuramente di segno opposto agli stimoli e ai condizionamenti che continuamente riceviamo. 

Rallentare non significa solo ritagliarsi un tempo tranquillo – qualche ora o qualche giorno – tra gli impegni quotidiani. Una scelta già importante, ma vi è sempre il rischio che sia una parentesi, inevitabilmente temporanea, in un flusso che ci travolge. L’invito a rallentare va inteso piuttosto come un cambio a livello di atteggiamento interiore, che si traduce poi anche in una diversa maniera di guardare la realtà. Alla base vi è la scelta di prestare ascolto a noi stessi e al mondo che ci circonda per capire qual è il ritmo più naturale, quello che ci permette di essere presenti in ogni momento. Significa darsi il tempo sia per riflettere sulle scelte, così da essere più consapevoli e non agire seguendo automatismi inconsci, sia per soffermarsi su ciò che è importante, perché non passi inosservato, non sia trascurato ciò che ha bisogno di cura, perché le relazioni con gli altri siano valorizzate e non si traducano in occasioni di violenza e sopraffazione. 

Rallentare significa anche non vivere facendo finta che non vi siano limiti, ma riconoscere i tempi della vita umana quanto quelli della natura, segnati dalla lentezza nel rinnovarsi delle risorse di cui beneficiamo e dai fragili equilibri degli ecosistemi. 
Rallentare è trovare quel ritmo in cui l’azione e il riposo si integrano, riuscendo a compiere quel passo che ci porta da un mero fare delle cose, a saper gustare quanto facciamo, per non smarrire il senso di chi siamo e custodire la bellezza del nostro mondo da ciò che la minaccia.