Per decenni abbiamo raccontato la globalizzazione come una promessa. L’integrazione economica come argine ai conflitti, il commercio come linguaggio universale capace di sostituire le armi, la dipendenza reciproca come garanzia di pace. Era, in fondo, una declinazione secolare di un’intuizione antica: ciò che ci lega ci impedisce di distruggerci. Oggi quella narrazione si è spezzata. E a dirlo, senza giri di parole, non è un leader “antisistema”, ma il primo ministro canadese Mark Carney, dal palco più simbolico dell’economia globale, il Forum di Davos.
«L’ordine internazionale basato sulle regole è finito». Non è solo una frase ad effetto. È una diagnosi. E la terapia, avverte Carney, sarà dolorosa: siamo immersi in una “realtà brutale” in cui anche le cosiddette medie potenze rischiano di essere schiacciate dalla rivalità tra grandi imperi. Il riferimento è chiaro: gli Stati Uniti di Donald Trump, la Cina, la Russia. Attori che non nascondono più di usare la forza - militare, tecnologica, finanziaria - come strumento ordinario di politica estera.
Il punto decisivo, però, è un altro. L’integrazione economica, che per una generazione è stata considerata un fattore di stabilità, viene oggi impiegata come arma. Dazi, sanzioni, controllo delle catene di approvvigionamento, accesso selettivo ai mercati, coercizione finanziaria: il lessico del commercio globale si è trasformato in quello di un conflitto permanente. Non servono più i carri armati per esercitare pressione; basta chiudere un porto, bloccare un chip, congelare riserve monetarie.
In questo scenario, la frase più tagliente di Carney suona come un avvertimento soprattutto per l’Europa: «La nostalgia non è una strategia». Non lo è la nostalgia per l’illusione di un mercato globale neutrale, regolato solo dall’efficienza. Non lo è il rimpianto per un multilateralismo che funzionava perché tutti, più o meno, accettavano di giocare secondo le stesse regole. Quel mondo non tornerà semplicemente perché lo desideriamo.
Eppure, proprio qui si apre una domanda decisiva: che cosa può e deve fare l’Europa? Carney invita a costruire una “autonomia strategica”. Espressione spesso fraintesa o ridotta a slogan. Non significa autarchia, né chiusura. Significa, piuttosto, capacità di scelta. La possibilità di non essere ostaggi delle decisioni altrui, di non dipendere in modo vitale da chi potrebbe usare quella dipendenza contro di noi. Per dirla alla Carney, «se non siamo al tavolo delle trattative, finiremo nel menu».
Ma l’autonomia strategica europea non può essere solo industriale o militare. Deve essere anche politica e morale. Perché se è vero che il mondo entra in una fase più dura, non è scritto da nessuna parte che l’unica risposta possibile sia imitare i modelli dei più forti. L’Europa rischia di smarrire se stessa proprio nel momento in cui cerca di difendersi.
C’è una lezione che la globalizzazione “armata” ci consegna: il mercato non è mai neutrale. Senza regole condivise, diventa lo spazio in cui vince chi ha più potere, non chi ha più ragione. E allora la questione non è solo come proteggere le nostre economie, ma quale idea di ordine internazionale vogliamo ancora provare a difendere. Un ordine che tenga insieme sicurezza e giustizia, interesse e responsabilità, sovranità e cooperazione.
In fondo, l’illusione più pericolosa del passato non è stata credere nella globalizzazione, ma credere che potesse funzionare senza un fondamento etico e politico solido. Oggi ne paghiamo il prezzo. La “realtà brutale” evocata da Carney non è solo il frutto dell’aggressività delle grandi potenze, ma anche del vuoto lasciato da chi ha smesso di credere nelle regole comuni.
La globalizzazione come arma ha un responsabile politico preciso: la scelta americana di subordinare alleanze e istituzioni multilaterali ai propri interessi immediati. Così si è consumata, silenziosamente, l’implosione della Nato come comunità di senso, prima ancora che come alleanza militare. Resta l’infrastruttura, manca il progetto condiviso.
Con essa si chiude un ordine mondiale atlantico che aveva garantito decenni di stabilità relativa. Non siamo entrati nel “dopo-guerra”, ma nel “dopo-regole”. Ed è qui che si gioca la partita europea: accettare di essere terreno di scontro tra potenze o provare, faticosamente, a costruire una sovranità capace di futuro.