“L’incarnazione di Gesù è per i laici di AC il punto di riferimento per capire la loro vocazione, soprattutto per orientare il loro atteggiamento. Nel mondo, il laico vive e opera per contribuire a far emergere in esso il profilo originario della creazione, il disegno di amore di Dio per l’umanità.” Da queste parole del Progetto Formativo ci siamo lasciati guidare per riflettere insieme durante il Convegno riguardante la generatività della scelta educativa dell’Azione Cattolica: abbiamo voluto soffermarci sul riscoprire l’associazione come luogo generativo in cui le persone, attraverso la proposta educativa, la dimensione di gruppo e gli itinerari formativi, sono accompagnate a scoprire e maturare la propria vocazione.
Vette e valli. Con questa immagine la prof.ssa Pagliacci, docente di filosofia morale presso l’università Cattolica del Sacro Cuore, ci ha introdotti nella riflessione sulle dinamiche vocazionali che coinvolgono gli educatori nel loro servizio. Anzitutto ponendo l’attenzione sulla capacità di sentirsi – personalmente e come comunità – parte di una chiamata che invita a metterci in una prospettiva di continua scoperta della vocazione a cui Dio chiama ciascuno. Vette e valli sono i “luoghi” in cui la comunità si sforza di essere spazio relazionale significativo per l’accompagnamento in questa scoperta. La responsabilità diventa l’atteggiamento primario da declinare come senso profondo che ruota attorno al sentirsi parte: il credente si sente dentro un legame che lo costituisce in quanto creatura e definisce il suo senso, e il suo rispondere diviene in tal senso un assumersi la responsabilità di sé, del “mondo” a cui appartiene e degli altri. Il compito degli educatori è sempre più rivolto alla valorizzazione delle capacità individuali. L’AC, nel suo impegno formativo, che parte dal prendere coscienza della vocazione battesimale, può essere generativa, può essere davvero "grembo" di ogni vocazione attraverso due dinamiche in particolare: ascoltare e costruire. Ascoltare le domande, i bisogni, i valori, le incertezze, le paure con un atteggiamento che fugge il giudizio e pratica l’accoglienza; costruire insieme agli altri, progettare esperienze che parlino alla vita più delle parole.
Dopo aver ascoltato la professoressa Pagliacci è intervenuto Fratel Gabriele Faraghini, priore dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas. e già Rettore del Pontificio Seminario romano maggiore. La sua presenza ci ricorda fin da subito “Casa san Girolamo” quale proposta dell’Azione Cattolica Italiana nata dal desiderio di condividere, nel luogo segnato dalla testimonianza di Carlo Carretto, un’esperienza intensa e fraterna di contemplazione, discernimento e vita spirituale, capace di alimentare – in modo aperto – la vocazione formativa dell’Azione Cattolica. È così che l’intervento di Fratel Gabriele si è incentrato sul discernimento vocazionale. La scoperta della propria vocazione è un percorso spesso in salita in cui non è poi così semplice capire cosa davvero è bene per la nostra vita. Non sta scritto da nessuna parte quale strada dobbiamo percorrere. Nessuno ha la sfera per dire qual è la vocazione dell’altro. Sappiamo però che Dio desidera la nostra felicità, desidera che ciascuno di noi si senta liberato: Dio, che ci ha creati liberi, vuole che esercitiamo la nostra libertà. Lungo la strada entrano in gioco anche il peccato, l’immaturità, la fragilità, i condizionamenti. Questi ci accompagneranno lungo la nostra vita e quel che è importante è riuscire innanzitutto a dargli un nome: imparare a conoscere i nostri doni e le nostre fragilità per riconciliarci con quest’ultime. È infatti nella normalità del quotidiano che dobbiamo fare discernimento sulla nostra vocazione. La testimonianza di fratel Gabriele ci ha fatto inoltre intuire come sia importante sostenersi reciprocamente tra vocazioni: anche i presbiteri vivono fatiche e il loro “ruolo” non li esenta dal confronto con le proprie fragilità. La particolarità di ogni vocazione diventa luce e annuncio per l’altra. Le fragilità vengono condivise e custodite con la stessa tenerezza che viene rivolta agli altri. In tale ottica, conoscersi e accogliersi reciprocamente, con maturità affettiva, aiuta a integrare i limiti, a superare le tensioni e i germi di ambiguità e di male che a volte si annidano nelle relazioni tra laici, ministri ordinati, consacrati.
Tutti questi preziosi spunti che ci sono stati donati, assieme ad alcune testimonianze di persone del passato e del presente che hanno sentito su di loro la chiamata ad impegnarsi in un determinato ambito - famiglia o fidanzamento, vita consacrata, impegno educativo, … - sono diventati il punto di partenza per una fertile condivisione in gruppi. Ci siamo interrogati insieme su come l’AC possa accompagnare coloro che fanno un cammino associativo a maturare, scoprire e valorizzare la propria vocazione personale e su quali strumenti e quali attenzioni possiamo mettere in atto come associazione per custodire la vita delle persone perché possa fiorire. Ci è chiaro che non si può parlare di vocazione senza far riferimento alla comunità e alle relazioni interpersonali: ci si accompagna reciprocamente a capire il posto in cui si è chiamati a dare frutto grazie a testimonianze di vita autentica, a un accompagnamento che prima di tante parole mette al centro l’ascolto e un dialogo capace di guardare alla complessità e alla profondità della vita di ciascuno. Un ruolo fondamentale nella scoperta e nella custodia della propria vocazione lo hanno il servizio e l’esercizio della responsabilità che possiamo vivere in associazione: in questo modo ciascuno può crescere, sperimentare e mettere alla prova se stesso.
E- come ricordavamo all’inizio - a fondamento di tutto questo è necessario accorgersi che nel mondo agisce la straordinaria potenza di Dio e, sentendoci amati da Lui, ricordare che è proprio nell’incontro con Cristo - colui che abita le nostre relazioni, i nostri momenti di silenzio, la nostra solitudine, il nostro servizio - che si possono maturare scelte di vita coraggiose.


