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Non possiamo più fingere di non sapere

Amin, Ullah, Safi e Waseem sono stati assassinati ad Amendolara. Bruciati vivi da un caporalato criminale, una delle forme più vergognose di schiavitù moderna. Le nostre colpe
03/06/2026 di Antonio Martino

Sono nato nella Piana di Sibari. Conosco questa terra quando profuma di agrumi e di mare. Conosco la fatica dei campi, il sole che spacca la schiena, la dignità silenziosa di chi lavora dall’alba al tramonto. Conosco anche le sue ferite, le sue omissioni, le sue vergogne. Per questo quello che è accaduto ad Amendolara non riesco a considerarlo soltanto un fatto di cronaca. Non è una tragedia qualsiasi. È uno specchio che ci viene messo davanti e nel quale siamo costretti a guardarci.

Quattro giovani migranti – tre afghani e un pakistano, Amin, Ullah, Safi e Waseem, un quinto, Taj, per fortuna è riuscito a fuggire – sono morti tra le fiamme, bruciati vivi all’interno di un minivan in un’area di servizio lungo la Statale 106 ionica. Giovani uomini arrivati da guerre, povertà e disperazione, approdati nella nostra terra inseguendo una possibilità di vita e finiti in un inferno che nessuna società civile dovrebbe tollerare. Secondo quanto emerge dalle indagini, sullo sfondo di questa vicenda c’è ancora una volta il mondo oscuro dello sfruttamento dei braccianti agricoli, della richiesta di contratti regolari negati, di salari da fame, di un sistema che continua a prosperare nell’ombra.

Non basta indignarsi per qualche giorno. Non basta commuoversi davanti alle immagini del rogo. Perché il problema non sono soltanto i presunti assassini che la magistratura sta perseguendo. Il problema è il terreno sul quale questi assassini crescono. Un terreno fatto di sfruttamento, paura, ricatto, invisibilità.

Da decenni nelle campagne italiane, e anche in quelle della Calabria ionica, il caporalato rappresenta una delle forme più vergognose di schiavitù moderna. Cambiano i nomi, cambiano le nazionalità delle vittime, ma il meccanismo resta lo stesso: uomini e donne reclutati per pochi euro, trasportati come merci, costretti a lavorare senza tutele, spesso senza contratti, senza sicurezza, senza diritti. La realtà è che troppi sanno e tacciono. Troppi vedono e voltano la testa. Troppi beneficiano, direttamente o indirettamente, di un sistema che abbassa i costi della produzione agricola scaricandoli sulla pelle degli ultimi.

Le parole del vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Francesco Savino, dovrebbero risuonare come un atto d’accusa rivolto a tutti noi: «Lo dico con forza: basta con il silenzio sporco delle convenienze. Basta con quella zona grigia che vede, sa e lascia fare. Basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia. Basta con l’idea disumana che alcune vite valgano meno perché straniere, povere, migranti, braccianti, senza famiglia accanto, senza protezioni sociali, senza un volto riconosciuto dalla comunità».

Il podcast de il Chiostro condotto da Giuseppe Notarstefano


È difficile trovare parole più giuste. Perché questa non è soltanto la morte di quattro migranti. È la morte della nostra capacità di indignarci davvero. È il fallimento di un modello economico che continua a produrre ricchezza attraverso il sacrificio degli invisibili.

I numeri raccontano una realtà che dovrebbe far tremare la politica e le istituzioni. Secondo il Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, in Italia le vittime di sfruttamento legate al caporalato e alle agromafie superano le 430mila unità; circa 100mila persone vivono condizioni di grave sfruttamento e l’economia illegale che ruota attorno a questo sistema vale oltre 14 miliardi di euro. Non si tratta soltanto di migranti. Nei campi da schiavi agricoli finiscono anche italiani, costretti dalla povertà, dalla disoccupazione e dall’assenza di alternative ad accettare paghe umilianti e condizioni disumane. Lo sfruttamento non guarda il passaporto. Guarda la fragilità. E allora Amendolara non è un incidente della storia. È il prodotto di una lunga catena di complicità. Di una filiera che troppo spesso pretende prezzi sempre più bassi senza chiedersi chi stia pagando realmente quel risparmio. Di istituzioni che non controllano abbastanza. Di una società che si abitua all’ingiustizia quando colpisce gli ultimi.

Da uomo della Piana di Sibari provo vergogna. Non per la mia terra, che continua a custodire immense riserve di umanità e solidarietà. Ma per quel pezzo di terra che ancora permette che uomini e donne vengano trattati come strumenti usa e getta. La Calabria migliore non è quella del silenzio. Non è quella delle convenienze. Non è quella che si rifugia nell’alibi del «così è sempre stato». La Calabria migliore è quella che si ribella a questa ignominia.

Perché quattro ragazzi sono morti bruciati vivi. E se dopo aver ascoltato il loro grido continuiamo a considerare il caporalato una piaga inevitabile, allora il fuoco che li ha uccisi non si è spento ad Amendolara. Continua a bruciare dentro la nostra coscienza civile. E questa volta non potremo dire di non aver visto. Non potremo dire di non aver saputo. Non potremo dire di non essere stati avvertiti.