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Lasciarsi contagiare dal Sommo Bene

Il santo di Assisi “si racconta” in «Io, Francesco»: riedito dopo 45 anni il libro di Carlo Carretto
04/06/2026 di Simone Caleffi

«C’è ci parla di apocalisse se imminente, di terrore atomico. Ma anche se non vogliamo giungere fin là, aiutati in fondo dalla speranza, che è una triste speranza, che la pace si regge sulla paura e che proprio la paura terrà gli uomini lontani dalla tentazione di schiacciare i bottoni della guerra, sentiamo un certo disagio quando incolonnati dietro macchine e macchine avvertiamo con tristezza che lo sforzo tecnologico ci ha condotti in un tunnel oscuro e antipatico dove si respira male». Fa un certo effetto leggere queste parole di Carlo
Carretto, nell’introduzione al suo Io, Francesco (Ave, Roma, 2025, pagine 136, euro 15,20), edito una prima volta nel 1980.
Sono passati quarantasei anni ma purtroppo l’attualità di una «terza guerra mondiale a pezzi» sparsi in ogni dove, dalla Terra Santa, al conflitto israelo-palestinese, alle guerre dimenticate che non fanno cronaca e di un mondo in subbuglio (basti pensare al Venezuela o alla Groenlandia) rendono ragione di una riedizione di questo capolavoro di fratel Carlo. L’attuale vescovo di Rieti, monsignor Vito Piccinonna, nella prefazione — come anche il priore generale dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas don Gabriele Faraghini nella postfazione — dicono al lettore odierno come il già assistente ecclesiastico nazionale per il settore giovani di Azione Cattolica e il già rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore, erano stati folgorati da ragazzi dalla lettura di questo libro che li avrebbe condotti, tramite la spiritualità del più santo degli italiani e del più italiano dei santi, fino a Gesù, nel ministero ordinato.

Il pregevole volumetto che conserva la presentazione della prima edizione, a cura di padre Ernesto Caroli, fondatore dell’Antoniano di Bologna, è scritto con l’io narrante di san Francesco, il quale dice di sé, presentandosi: «La carica esplosiva della mia vita era come chiusa sotto la crosta spessa del dubbio, della non-fede, della non-speranza, del non-amore». Come a dire che se il cristiano non si lascia contagiare dal Sommo Bene, resta come spento, non attivato nel suo potenziale etico che si sostanzia delle virtù teologali, almeno fino a quando non incontra il povero che salva. Nell’ultimo (nel caso dell’assisiate il lebbroso, per esempio), Dio si fa presente ed insegna al battezzato come vivere il vangelo sine glossa. È lui che guida il credente nella scoperta «della docilità, della finezza nel ricevere, della speranza nel domani, del coraggio di tirare avanti». Tutto ciò, avviene in un contesto di «perfetta letizia», di allegra compagnia: «Quando vedevamo gente ci fermavamo con grande amore, gioia e pace e chiedevamo se avevano bisogno di aiuto; lavoravamo nei campi, accettavamo di spezzare il pane con i poveri, annunciavamo il regno di Dio cercando di diffondere la speranza e la fiducia». Solo attraverso sentimenti positivi, Francesco e i suoi compagni sono riusciti ad attirare al Signore masse di gente che ancora oggi, a ottocento anni dalla sua morte, a lui si rifanno per crescere nello spirito, per «sperare nelle cose contro ogni speranza». Anche contro quella della notte oscura, che per il cristiano si trasforma in Pasqua. Infatti, alla morte «nessun uomo può sfuggire», ma in Cristo non deve più, perché essa diventa, secondo il cantico di Francesco, sorella: «Ed è per questo che la morte di ognuno ha un volto doloroso nella realtà e glorioso nella speranza».



Articolo pubblicato su L'Osservatore Romano