«C’è
ci parla di apocalisse se imminente, di terrore atomico. Ma anche se
non vogliamo giungere fin là, aiutati in fondo dalla speranza, che è
una triste speranza, che la pace si regge sulla paura e che proprio
la paura terrà gli uomini lontani dalla tentazione di schiacciare i
bottoni della guerra, sentiamo un certo disagio quando incolonnati
dietro macchine e macchine avvertiamo con tristezza che lo sforzo
tecnologico ci ha condotti in un tunnel oscuro e antipatico dove si
respira male». Fa un certo effetto leggere queste parole di Carlo
Carretto, nell’introduzione al suo Io, Francesco (Ave, Roma, 2025, pagine 136, euro 15,20), edito una prima volta nel 1980. Sono passati
quarantasei anni ma purtroppo l’attualità di una «terza
guerra mondiale a pezzi» sparsi in ogni dove, dalla Terra Santa, al
conflitto israelo-palestinese, alle guerre dimenticate che non fanno
cronaca e di un mondo in subbuglio (basti pensare al Venezuela o alla
Groenlandia) rendono ragione di una riedizione di questo capolavoro
di fratel Carlo. L’attuale vescovo di Rieti, monsignor Vito
Piccinonna, nella prefazione —
come
anche il priore generale dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas don
Gabriele Faraghini nella postfazione —
dicono
al lettore odierno come il già assistente ecclesiastico nazionale
per il settore giovani di Azione Cattolica e il già rettore del
Pontificio Seminario Romano Maggiore, erano stati folgorati da
ragazzi dalla lettura di questo libro che li avrebbe condotti,
tramite la spiritualità del più santo degli italiani e del più
italiano dei santi, fino a Gesù, nel ministero ordinato.
Il
pregevole volumetto che conserva la presentazione della prima
edizione, a cura di padre Ernesto Caroli, fondatore dell’Antoniano
di Bologna, è scritto con l’io narrante di san Francesco, il quale
dice di sé,
presentandosi: «La
carica esplosiva della mia vita era come chiusa sotto la crosta
spessa del dubbio, della non-fede, della non-speranza, del
non-amore». Come a dire che se il cristiano non si lascia contagiare
dal Sommo Bene, resta come spento, non attivato nel suo potenziale
etico che si sostanzia delle virtù teologali, almeno fino a quando
non incontra il povero che salva. Nell’ultimo (nel caso
dell’assisiate il lebbroso, per esempio), Dio si fa presente ed
insegna al battezzato come vivere il vangelo sine glossa. È lui che
guida il credente nella scoperta «della
docilità, della finezza nel ricevere, della speranza nel domani, del
coraggio di tirare avanti». Tutto ciò, avviene in un contesto di
«perfetta
letizia», di allegra compagnia: «Quando
vedevamo gente ci fermavamo con grande amore, gioia e pace e
chiedevamo se avevano bisogno di aiuto; lavoravamo nei campi,
accettavamo di spezzare il pane con i poveri, annunciavamo il regno
di Dio cercando di diffondere la speranza e la fiducia». Solo
attraverso sentimenti positivi, Francesco e i suoi compagni sono
riusciti ad attirare al Signore masse di gente che ancora oggi, a
ottocento anni dalla sua morte, a lui si rifanno per crescere nello
spirito, per «sperare
nelle cose contro ogni speranza». Anche contro quella della notte
oscura, che per il cristiano si trasforma in Pasqua. Infatti, alla
morte «nessun
uomo può sfuggire», ma in Cristo non deve più, perché
essa
diventa, secondo il cantico di Francesco, sorella: «Ed
è per questo che la morte di ognuno ha un volto doloroso nella
realtà e glorioso nella speranza».
