Comunque la pensiate sull’accoglienza dei migranti, il tema più divisivo ed esplosivo di questi anni, intorno al quale si vincono e si perdono le elezioni in mezzo mondo, bisogna riconoscere che Papa Leone ne sta lentamente svuotando l’arsenale polemico, riportando alla luce la sola questione umanitaria.
(Piccolo riepilogo per chi si fosse distratto: davanti alle traversate dei disperati, ecco le proposte della politica da una parte all’altra del pianeta. Il blocco navale; i soldi ai paesi di transito per il trattenimento e non per lo sviluppo; il trasferimento forzato (deportazione?) in nazioni terze, cioè non in quelle di arrivo e neppure in quelle di origine; la detenzione in simil carceri pur in assenza di reati; la remigrazione, che vuol dire espellere gli stranieri in quanto stranieri, compreso chi è “regolarmente soggiornante” in Italia, come propone un apposito comitato in cambio di un contributo economico. Della remigrazione Papa Leone ha già detto: non è una proposta cristiana.
E dall’altra parte c’è una generica accoglienza non guidata, senza percorsi, senza integrazione, senza controllo neppure dei risultati, che non ha fatto il bene né dei migranti, né dei paesi accoglienti. In sintesi, come si vede, la risposta al dramma è tecnicamente un grande pasticcio).
Il paziente lavoro di Papa Leone forse non sortirà effetti nell’immediato ma mira a dare strumenti, chiavi e interpretazioni che, se accolti, permetterebbero di abbassare la guardia armata delle varie posizioni, con un primo obiettivo: “Non trattare da bestie le persone” (detta proprio così da Leone), preservandone la dignità umana che per il pontefice non ha passaporto e non perde valore quando attraversa una frontiera.
Cosa ha fatto il Papa? In pochi giorni, tra le Canarie e Lampedusa, ha affrontato il tema da tutti i punti di vista possibili. Ha rivolto un monito ai trafficanti di vite umane: “Fermatevi! Convertitevi! Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro”.
Quindi alle
nazioni di origine, “che devono creare condizioni di pace,
giustizia e sviluppo”, perché c’è anche un diritto a restare a
casa.
Poi si è
rivolto alle nazioni di transito, “chiamate a proteggere e a non
lasciare i deboli nelle mani di reti criminali”.
E ancora
all’Europa, terra di arrivo: “che non può proclamare la dignità
umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano
cimiteri senza lapidi”, e cooperazione ha chiesto anche alla
comunità internazionale.
Infine agli
stessi migranti: “Apritevi con fiducia alla comunità che vi
accoglie, imparate la sua lingua, rispettate le sue leggi,
partecipate alla vita comune e offrite con gratitudine i vostri
doni”.
A Lampedusa ha
aggiunto all’elenco anche i vacanzieri delle terre d’approdo,
perché non ci sia un muro tra il mare dei naufraghi e quello dei
turisti.
Vista così,
seguendo il filo del ragionamento del Papa, chi potrebbe dissentire?
Quale di questi moniti o appelli è politicamente irricevibile? Per
quale motivo? Con quale spiegazione? Spogliato da ogni connotazione
ideologica e riportato all’essenza della dignità umana da
preservare, come può questo tema essere divisivo?
Semplice,
soffiare sul fuoco della paura è un economico acceleratore delle
campagne elettorali, che raccolgono elettori sulla faglia del vero
terremoto sociale in corso: l’identità minacciata.
Nella gestione del fenomeno migratorio c’è dunque la malafede di chi usa le vite dei disperati per un bieco tornaconto personale e contemporaneamente l’incapacità di avviare un piano di integrazione e sviluppo (come Prevost ha chiesto all’Europa).
Se sul tema
della vita (tutte le fasi della vita) i cattolici di ogni
schieramento sapessero parlare una sola lingua, anche dopo un
confronto, anche lungo e aspro, noi eletttori ne saremmo ammirati.
Sui migranti
Papa Leone ha praticamente già scritto il programma politico,
basterebbe trasformarlo in un piano concreto.
