Accolgo molto volentieri l’invito a scrivere una breve testimonianza personale sull’amico e, mi permetto di dire “fratello maggiore”, Lorenzo Caselli. Ho avuto il privilegio di conoscerlo e incontrarlo prima attraverso i suoi scritti, saggi e articoli pubblicati su numerosi testi e riviste facenti capo all’editrice AVE dell’Azione Cattolica Italiana. Testi appassionati e approfonditi, letti con curiosità e interesse che mi hanno “confortato” e consolato negli anni in cui gli studi universitari di Economia in Università Bocconi mi avevano rivelato un volto ed un tratto della disciplina che non mi convinceva molto e che sentivo lontana dalla mia visione della vita e del mondo. Salvo alcune rare eccezioni come, ad esempio, i lavori stimolanti di Vittorio Coda erede di una tradizione italiana di studi aziendali a cui anche Lorenzo fa riferimento, divenendone un maestro autorevole e prestigioso.
Ho apprezzato soprattutto la ricerca di ritrovare la tensione etica delle relazioni economiche, radicata su una visione antropologica di più vasto respiro rispetto alla ristrettezza e al riduzionismo del paradigma dell’Homo oeconomicus.
Caselli più volte interviene sulla necessità di recuperare una trama etica tanto nei modelli interpretativi che nella metodologia degli studi economici, per non rischiare l’insignificanza e l’inconcludenza: “I tradizionali paradigmi della scienza economica - la ricerca del proprio tornaconto su orizzonti temporali sempre più brevi e una sorta di darwinismo sociale per cui i più forti vincono e prendono tutto- entrano in crisi tanto a livello interpretativo quanto normativo. Non sono in grado di spiegare ciò che sta succedendo e soprattutto non sono in grado di fornire ricette efficaci. Le grandi questioni dell'esclusione, della pace, dell'ambiente, delle generazioni future rivelano ampiamente sia l'insufficienza del mercato quale regolatore supremo sia dell'individualismo metodologico come norma comportamentale”1.
Il tema del ripensamento, o meglio dire del recupero del pluralismo nelle scienze economiche è stato un punto di incontro intellettuale e culturale con l’opera di Lorenzo Caselli, particolarmente nella fase seguita alle grandi crisi finanziarie e speculative della prima decade degli anni 2000, un grande lavoro corale della comunità scientifica italiana che ha visto il ressourcement del paradigma economico della scuola napoletana di Antonio Genovesi ad opera di un gruppo di studiosi come Stefano Zamagni, Luigino Bruni e Leonardo Becchetti che hanno posto i fondamenti per una riformulazione e attualizzazione della Economia Civile.
Tra i topics più interessanti di tale filone di studi, vi è certamente la riscoperta di un necessario allineamento tra micro e macro economia attraverso la riformulazione di un nuovo paradigma fondativo basato sulla visione relazionale della persone l’Homo Reciprocans che incoraggia gli studiosi a superare un approccio meccanico agli studi sul benessere e sull’equilibrio economico, unitamente ad un ripensamento della politica economica e dell’economia politica stessa, quale scienza sociale che può e deve confrontarsi di più con le altre discipline se vuole offrire modelli interpretativi della complessità attuale che non possono essere relegati solo ad esternalità di mercato, o marginalizzati nei processi di riduzione econometrica o neutralizzati da una enfatizzazione dell’accezione robbinsoniana della disciplina2.
Negli anni della mia crescita accademica e professionale e nel progredire del mio servizio all’associazione a livello nazionale, ho avuto modo di confrontarmi con lui nell’ambito del consiglio nazionale dell’Azione Cattolica Italiana a cui lui partecipava come presidente nazionale del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale ed io da consigliere rappresentante dell’articolazione dei bambini e dei ragazzi e contemporaneamente dottorando di Statistica Economica e appassionato di etica sociale e dottrina sociale della Chiesa. Il confronto con Lorenzo si è fatto più intenso e vivace quando ci siamo trovati insieme nel consiglio scientifico dell’Istituto “Vittorio Bachelet” di cui il professor Caselli è stato a lungo vice-presidente. La sua lucidità e la concretezza, unitamente alla visione ampia e articolata ci ha aiutato ad interpretare criticamente le grandi trasformazioni che hanno riguardato la vita del nostro Paese e della Chiesa italiana nei primi decenni di questo millennio, e in particolare dal 2013 abbiamo avuto modo di respirare insieme la ventata di aria fresca rappresentata dal magistero di papa Francesco che da subito ha avuto un timbro eminentemente sociale ed una forte spinta a ripensare forme, paradigmi e istituzioni della vita economica e sociale. In particolare, è stata molto forte la prospettiva intellettuale e poi anche, teologica e pastorale, dell’idea di complessità come connotazione peculiare della contemporaneità.
Una visione della struttura e del dinamismo sociale che incoraggia gli intellettuali a non cercare riduzioni rassicuranti o superficiali, percorrendo un sentiero di ricerca sempre più transdisciplinare e capace di nuova sintesi tra pensiero e azione.
Una postura epistemologica, e prima ancora ermeneutica, dello studioso credente che deve resistere alle due più gravi tentazioni: astrattezza e autoreferenzialità. Da un lato vi è lo scivolamento verso una visione estetica della propria disciplina che induce non di rado in leziosità formale, astrusa sofisticazione e tecnicismo pitagorico rinunciando di fatto alla tensione alla verità e alla realtà sacrificate in nome dell’utilità e della ragion pratica di una scienza asservita all’interesse, sempre meno pubblico e sempre più privato. Dall’altro lato il parossismo specialistico e “tecnocratico”, per utilizzare una espressione resa nota dall’attuale pontefice ma già stigmatizzata da diversi studiosi tra cui William Easterly3 , che induce ad una paradossale assolutizzazione di prospettive e punti di vista parziali che non solo deformano la conoscenza delle cose, ma ancora di più sterilizzano la capacità di azioni trasformative e di cambiamento per una (non tanto) misteriosa eterogenesi dei fini. Una straordinaria dotazione di mezzi che genera una paradossale impotenza4.
Tali tentazioni, infatti, neutralizzano sovente la capacità di molti studiosi di scienze sociali non solo nell’offrire un contributo originale alla propria disciplina ma anche nel poter alimentare le proprie elaborazioni e teorie attraverso una tensione etica che potrebbe sospingere lo studioso non solo a saziare la propria fame di conoscenza attraverso la produzione di dati e modelli, ma a provare una drammatica compromissione che interpella la libertà e la responsabilità5.
L’intero percorso intellettuale e accademico di Lorenzo Caselli, di cui io ho avuto modo di condividere solo una minima parte, è pervaso da questa ampiezza di visione, dal gusto di comprendere per condividere prima di ogni cosa la realtà sociale, in sintonia con ciò che ha affermato il teologo Carlo Molari: solo lo stupore conosce veramente6.
Nello stile dello studioso Caselli si intravede quell’esercizio rigoroso e sapiente della montiniana carità intellettuale, frutto anche di un ricco e appassionato percorso di formazione giovanile nei movimenti giovanili e intellettuali della FUCI e dell’Azione Cattolica guidati prima dal futuro papa Paolo VI, oggi santo per la Chiesa e da figure straordinarie come Aldo Moro, Igino Righetti, Vittorino Veronese, Mons. Franco Costa e Vittorio Bachelet. Essa è, secondo una celebre definizione di Antonio Rosmini, quella propensione ad “aiutare la coscienza degli uomini di oggi a recuperare il senso globale e trascendentale dell’esistenza”.
Tra i numerosi temi affrontati nel suo lungo percorso accademico e scientifico, credo che uno spazio rilevante abbia avuto l’attenzione alla promozione delle virtù civiche e di quella cittadinanza attiva che è, simultaneamente, frutto e condizione per innescare il circuito virtuoso di cui parla Paul Ricoeur quando definisce l’etica come attitudine ad una vita buona per sé e per gli altri perseguita in istituzioni giuste. Gratuità, solidarietà e inclusione diventano così i cardini dell’impegno civile e politico dei credenti al servizio di quel bene comune che non è la mera somma di interessi e utilità individuali ma è una contemperazione di diritti e doveri che scaturisce dalla misura delle connessioni che si stabiliscono e si sviluppano nello spazio pubblico.
La città moderna diventa pertanto il crocevia di interazioni tra culture e sensibilità plurali, una “Galilea delle genti” sempre più disarticolata e in potenziale conflitto che rende l’opera di tessitura della politica come dovere di inclusione e partecipazione, e tuttavia tale spazio plurale svela nuove possibilità fraterne e “civiche” presentandosi come luogo in cui sperimentare segni di cambiamento più ricchi in umanità 7 .
In tale contesto si riapre la sfida per l’impegno politico dei credenti che, come affermo lo stesso Lorenzo Caselli in una lettera al quotidiano Avvenire del 2017 “Il cattolicesimo politico – nella sua tradizione popolare, personalistica, solidale – può dare infatti un serio contributo allo sviluppo e al consolidamento della democrazia italiana, conferendo a essa, nel dialogo con le altre componenti ideali e culturali, un’anima e una intenzionalità strategica.
Tra la tentazione di pragmatismi chiusi in loro stessi da un lato e il bisogno di idealità dall’altro, tra la omologazione sull’esistente e la sua trasformazione sulla base di valori condivisi si gioca oggi la difficile strada del rinnovamento della politica italiana”8.
In ciò si riconosce la sua testimonianza di laicità che, lungi dal ridursi in una rassicurante presa di distanza dai valori che coinvolgono e richiedono “compromissione”, si articola in una intelligenza della distinzione che impegna l’uomo e il credente, in una sintesi dinamica e vitale, ad una elaborazione sempre originale e creativa di fronte alle sfide della storia e della vita del mondo.
1. Cfr. L’economia non può fare a meno dell’etica Lectio al Dottorato di Ricerca in Economia del Dipartimento di Economia dell’Università di Genova, in Impresa progetto. Electronic Journal of Management 2/2018, p. 3.
2. L’allusione è alla celebre formulazione del “problema economico” del premio Nobel Lionel Robbins che nel 1932 nel suo Saggio sulla natura e l’importanza della scienza economica scrive che l’economia è “la scienza che studia la condotta umana come una relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi”.
3. The tyranny of experts, Basic Books, edizione rivista nel 2021.
4. Paolo Virno, Dell’impotenza. La vita nell'epoca della sua paralisi frenetica, Bollati Boringhieri, 2021.
5. Il riferimento è ad un passo dell’enciclica Laudato si’ del 2015 in cui leggiamo: L’obiettivo non è di raccogliere informazioni o saziare la nostra curiosità, ma di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare (19).
6. Massimo Orlandi (a cura di) Lo stupore di esistere. Incontri con Carlo Molari, Edizioni Romena, 2023.
7. Cfr. La vita buona nell’economia e nella società, Edizioni Lavoro, Roma 2012, p. 178.
8. https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/valore-alle-differenze-per-costruire-unit agg. 29/03/25.
