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Il Mediterraneo, «lago di Tiberiade»

L’utopia di La Pira che continua a parlare anche a Bari
30/07/2026 di Luca Micelli | No comments yet

Il grande convegno delle presidenze diocesane che si sta svolgendo in questi giorni a Bari, dedicato al tema del Mediterraneo e della fraternità, si pone in piena sintonia con le iniziative che negli ultimi anni hanno posto l’attenzione sul Mediterraneo come luogo di dialogo, di pace e di fraternità. Penso in particolare alla ricerca teologica, soprattutto della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale; all’attenzione che da qualche anno la Cei rivolge a questo tema, dal Convegno di Bari del 2020 (Mediterraneo frontiera di pace) al Consiglio dei Giovani del Mediterraneo, che riunisce i delegati indicati dalle Conferenze episcopali e dai Patriarcati dei Paesi che si affacciano sul Mare nostrum; e a tutte le altre iniziative, anche del mondo laico, che si muovono nella stessa direzione. 

Bene, pensare il Mediterraneo in questi termini non può prescindere dal riferimento a uno dei grandi maestri del Novecento, Giorgio La Pira, che con la sua visione, insieme profetica e strategica, ha dato uno dei primi impulsi alla costruzione di una civiltà di pace a partire proprio dal Mediterraneo. 

Un mare che raccoglie, non che separa

Giurista, Padre costituente, tre volte sindaco di Firenze tra il 1951 e il 1965, La Pira non visse mai il proprio ruolo come un semplice impegno amministrativo. Per il sindaco santo, arrivato dalla Sicilia a Firenze, le città hanno un compito decisivo nella costruzione della pace e della civiltà, perché ogni città, come ogni popolo e ogni nazione, porta con sé una vocazione, è chiamata a qualcosa di grande e di definito. In questo orizzonte, i popoli del Mediterraneo occupano un posto singolare, in quanto le loro culture, permeate dalla rivelazione del Dio di Abramo, nella visione di La Pira, condividono un unico cammino che tende verso il «monte santo». Da questa convinzione nasce la visione mediterranea di La Pira: una medesima radice religiosa e culturale che accomuna questi popoli e li destina irrimediabilmente, non allo scontro, ma alla pace, almeno per due motivi, uno teologico, e l’altro storico: il primo, in quanto ebrei, cristiani e musulmani sono destinatari della promessa di Dio ad Abramo («In te saranno benedette tutte le famiglie della terra», Gen 12,3); il secondo, “semplicemente” perché un nuovo conflitto mondiale, dopo Hiroshima, vorrebbe dire estinzione del genere umano. Lo ricorda anche Leone XIV, ricordando lo stesso La Pira, nell’introduzione al nuovo volume della Lev che raccoglie interventi e discorsi del pontefice sul tema della pace, pubblicata da Avvenire il 21 luglio 2026.

Una pace inevitabile, quindi, che grazie ai popoli che si affacciano sul Mediterraneo, è destinata a irradiarsi al mondo intero. Per questo il Mediterraneo, per La Pira, non può essere mai linea che separa due sponde, ma luogo dove i popoli possono, anzi devono (perché chiamati) ritrovarsi.



Una visione che diventa strategia

Così, nel maggio 1958, prese forma concreta un’intuizione ben precisa. La Pira scrive a Pio XII di un pensiero che «fiorisce da qualche tempo» nella sua anima: fare del Mediterraneo il lago di Tiberiade del nuovo universo delle nazioni. L’immagine non è casuale. Il lago di Tiberiade è piccolo, eppure è lì che Gesù cammina, guarisce, chiama i primi discepoli, attraversa e supera i confini etnici e culturali: un luogo minore che diventa centrale nella storia della salvezza. Trasferita al Mediterraneo, l’immagine dice che ogni nazione che vi si affaccia, proprio in quanto adoratrice del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, è già parte di un unico bacino religioso e civile: non acque che dividono, ma acque in cui i popoli, da qualunque sponda vengano, «vengono a bagnarsi» insieme.

È attorno a questa immagine che nacque, nell’ottobre 1958, il primo dei Colloqui Mediterranei. L’impulso decisivo venne da un suggerimento che Maometto V, re del Marocco, in visita a Firenze, offrì a La Pira: convocare i popoli del Mediterraneo per farli incontrare. La novità, rispetto ai Convegni per la pace che lo avevano preceduto, è straordinaria: non più soltanto statisti nel pieno della guerra fredda, ma, in modo del tutto inedito, anche i rappresentanti religiosi delle tre fedi abramitiche, riuniti attorno allo stesso tavolo e chiamati a sognare insieme, in nome delle radici comuni, una convivenza capace di diventare modello per il mondo intero. Nei quattro Colloqui che seguirono fino al 1965 passarono, di volta in volta, quasi tutti i nodi del tempo (dall’Algeria al conflitto arabo-israeliano) ma il filo restava lo stesso: il Mediterraneo come luogo dove la convergenza dei popoli, non lo scontro, abbia l’ultima parola.

Ma questo non fu soltanto un sogno o un’utopia. Nella crisi di Suez del 1956 La Pira lavorò concretamente perché l’Italia, tramite Fanfani, facesse da ponte tra Il Cairo e Washington, distinguendo la sovranità egiziana sul canale dalla libertà di navigazione. Alla base c’è un’immagine ricorrente in lui: il viaggio disarmato di san Francesco dal sultano d’Egitto nel 1219, un incontro fondato sulla sola autorità della mitezza. Una diplomazia che passa dai popoli e dalle città prima ancora che dagli Stati: perché le città, per La Pira, non hanno lo ius ad bellum, ma solo il diritto, opposto e inalienabile, a non essere distrutte, convinto com’era che occorresse «unire le città per unire le nazioni».




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Il fiume della storia e la strada di Isaia

Questa strategia poggia su un impianto teologico che La Pira rese esplicito soprattutto nel discorso tenuto a Cagliari nel 1973, La strada di Isaia: qui la visione profetica trova forse la sua formulazione più compiuta. La storia, afferma La Pira, è come un fiume che nonostante le sue drammatiche anse va irreversibilmente verso una foce: l’unità dei popoli, lo sradicamento della guerra, la giustizia. È l’utopia profetica di Isaia («le spade trasformate in aratri») che per La Pira non è meno reale della cronaca, ma ne costituisce anzi l’autentico realismo. Il compito assegnato ai popoli mediterranei della famiglia di Abramo è, nelle sue parole, «elevare sul mondo la lampada di Dio»: fare pace tra loro perché la loro pace irradii pace ovunque. Il sogno arriva fino a immaginare Gerusalemme non più capitale di una sola nazione, ma «città della pace universale», meta di un pellegrinaggio di tutti i popoli insieme.

Perché tornarci oggi

Si può obiettare che la storia poi non sia andata proprio così. E da un certo punto di vista è vero: dopo la breve fioritura della pace franco-algerina del 1962, il sogno di La Pira si è scontrato più volte con la guerra, fino a oggi. Eppure, proprio l’oggi rende quella pagina meno lontana di quanto sembri. Diversi osservatori contano oltre sessanta conflitti armati in trentasei Paesi, mai così tanti dalla fine della guerra fredda, mentre cresce ovunque la tentazione di chiamare sicurezza ciò che è restrizione dei diritti. Gli Stati non hanno seguito quell’utopia; ma la bella notizia è che questa pare essersi sedimentata e radicata comunque come cultura della pace dal basso, nei movimenti popolari e nel dialogo interreligioso, come ad esempio il Documento sulla fratellanza umana del 2019 che continua a moltiplicare i propri canali.

Tornare a Bari

Ecco perché in questi giorni, chi si ritrova a Bari, non sta facendo solo (consapevolmente o meno) un esercizio di memoria devota, ma sta camminando sulla stessa strada aperta a Firenze da La Pira: quella in cui la fraternità, per riprendere il linguaggio di Magnifica humanitas, come ha richiamato il presidente Notarstefano, è il progetto di Neemia capace di riconoscere, nella pluralità di voci del Mediterraneo di oggi, una possibilità luminosa invece che una minaccia. Il lago di Tiberiade non ha ancora smesso di attendere le nazioni che vengano a bagnarvisi. In quest’ottica, è particolarmente significativo, dunque, intravedere nel convegno di Bari solo l’ultima tappa di un lungo cammino, cominciato molto tempo fa, e non ancora concluso.

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