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Lo stretto indispendabile. Praticare la tolleranza

Riconoscere il valore del disaccordo, come l'arte di stare insieme a chi la pensa diversamente sostiene la nostra società e il nostro futuro
23/09/2026 di Agnese Rizzetto
È Natale. O Pasqua, scegliete voi. Siete tutti insieme per il pranzo di famiglia e a un certo punto quello zio di secondo grado che vedete due volte all’anno tira fuori un argomento delicato: la politica, la religione, l'ultima notizia divisiva che sentite per l’ennesima volta. In poco tempo il tavolo si divide fra chi sostiene una posizione e chi l’altra, sempre con le stesse argomentazioni, perché nessuno cambia idea (e sembra che ripetere le stesse cose possa convincere l’altra metà del tavolo), qualcuno alza la voce, ma alla fine si passa al dolce e la questione viene accantonata senza nessun astio per i nostri rivali arringatori. È una scena banale, che si presenta ovunque, tutti i giorni. Eppure questo quadretto dai toni accesi ci pone davanti a una questione molto più grande, ovvero come stare insieme, davvero insieme, con persone che pensano in modo diverso da noi, senza che ogni disaccordo diventi uno scontro. 

Forse in un pranzo di famiglia questo è anche facile. Ma se estendiamo la questione a una comunità più vasta di persone, come quella del nostro Paese, ci rendiamo conto che le cose si complicano. Il meccanismo che mettiamo in atto in queste situazioni è quello della tolleranza. Non ci pare una parola proprio bella, significa accettare quello che non ci piace. Sì, perché in effetti lo zio dalle idee reazionarie non ci piace mica tanto. Non capiamo come possa pensare certe cose e come quelle idee possano essere importanti per lui, e ci dà un po’ fastidio. Tuttavia ci andiamo a pranzo, lo rispettiamo, e intratteniamo dei rapporti cordiali e onesti con lui. 

Non sembra un granchè, sembra il minimo per la convivenza civile. Infatti è un principio da tempo acquisito nella nostra società: essa sulla carta, garantisce a tutti lo stesso trattamento a prescindere da quello che pensano, da come pregano, da chi amano, da come si vestono. Le leggi non permettono di escludere o discriminare qualcuno solo perché è diverso da noi. Eppure questa conquista non va data per scontata: la vediamo vacillare ogni giorno, violata verso quelle categorie di persone che ci sembrano troppo diverse per essere “giuste”, e che spesso sono le più deboli. Categorie che si ritrovano strumenti del dibattito pubblico anziché destinatarie di politiche di inclusione. Anzi, dietro l’inclusione a volte ci si nasconde vergognosamente per mascherare la propria intolleranza. Perché è più facile dire che la costruzione di una moschea causa segregazione che costruire percorsi seri di integrazione. È più facile che cercare di conoscere veramente l’Altro, capire cosa pensa, come vive, cosa è importante per lui. Richiede uno sforzo molto maggiore rispetto a scambiare due chiacchiere con lo zio al pranzo di Natale. Ma quello sforzo è necessario, non solo per giustizia verso il prossimo, ma per sostegno fondamentale alla democrazia. 

Questa, per definizione, è fatta di persone che non la pensano allo stesso modo, e che devono comunque decidere insieme come vivere, che leggi darsi, come dividersi le risorse. Se ogni disaccordo importante dovesse risolversi eliminando chi la pensa diversamente, non staremmo più parlando di democrazia: staremmo parlando di una maggioranza che schiaccia tutto il resto. Invece la tolleranza è quel principio che permette al disaccordo di restare legittimo invece di trasformarsi in un problema da eliminare. Ed è proprio grazie a essa che il pluralismo può diventare quello che dovrebbe essere: non un rischio da gestire con la forza, ma una risorsa collettiva, perché una società che tiene insieme punti di vista diversi guarda i propri problemi con più occhi, e trova sempre un'altra strada da tentare quando la prima si rivela un vicolo cieco. 

Ed è per questo che ne parleremo alla Scuola di bene comune. Perché il bene comune non nasce quando tutti la pensano allo stesso modo, e non è nemmeno il risultato di una convivenza forzata e silenziosa. Nasce quando una comunità plurale riesce a tenersi insieme proprio grazie alle differenze che la attraversano, imparando a discuterle senza distruggerle. La tolleranza necessita di un lavoro urgente e quotidiano, quello di non darla per scontata: allenarla, praticarla e difenderla ogni volta che sembra più comodo liberarsene.