Lo scorso 4 giugno, con un convegno a Roma, l’Istat ha presentato i primi risultati del Censimento permanente delle Istituzioni non profit (l’indagine è stata condotta fra marzo e ottobre 2025 e i dati richiesti fanno riferimento al 31 dicembre 2024 - all’interno: Indice delle tavole statistiche, Tavole, Glossario, Nota metodologica). Tra le note salienti emerse dai dati: due istituzioni non profit su tre hanno una finalità di pubblica utilità, cioè sono dirette al benessere della collettività in generale e non solo dei soci. La cura e lo sviluppo dei beni comuni segna +20,6 punti percentuali rispetto al 2021. Fra le organizzazioni che orientano le proprie attività a categorie con specifici disagi, il 52% si occupa di disabilità fisica o intellettiva. Di over65 in maniera specifica si occupa solo il 5,6% delle non profit. Nel complesso, il non profit continua a crescere: +1,6% di organizzazioni e +10,2% di dipendenti. Le cooperative sociali 14. 344 calano (erano 14.977), mentre crescono le associazioni 314.172 (erano 306.252) e le fondazioni 8.886 (erano 8.349), altre forme giuridiche 30.961. Parliamo 368.364 organizzazioni presenti in tutto il Paese che coinvolgono milioni di donne e uomini di ogni età.
Di seguito vi proponiamo l’intervento tenuto al convegno Istat da Claudia d’Antoni, coordinatrice del Centro studi dell’Azione cattolica italiana. In risposta alla domanda: Molte grandi organizzazioni associative raccontano un profondo cambiamento nelle forme di partecipazione e dell’impegno. Quali segnali osserva più chiaramente l’Azione Cattolica nel rapporto con le nuove generazioni e con i territori?
Ringrazio l’Istat e i relatori che mi hanno preceduto per averci offerto questa preziosa fotografia del non profit in Italia. Come Azione Cattolica Italiana, siamo convinti che la capacità di leggere se stessi sia il primo atto di una responsabilità sociale consapevole.
Per rispondere alla domanda, mi lascio guidare da alcuni dati del Bilancio di sostenibilità dell’Associazione, presentato il 16 maggio scorso. Giunto all’ottava edizione, non è soltanto uno strumento di trasparenza, ma un modo per comprendere meglio il senso del nostro impegno e il valore sociale che la vita associativa genera ogni giorno nei territori. Dietro questi numeri ci sono storie e relazioni che rendono concreto il contributo dell’associazione alla vita delle comunità.
I primi risultati del censimento permanente delle istituzioni non profit realizzato dall’Istat ci aiutano a comprendere consistenza e caratteristiche del Terzo settore. Ma accanto ai numeri emerge una domanda decisiva: quale tipo di legame sociale producono oggi le organizzazioni associative? La questione non è soltanto quante persone partecipano, ma quale qualità di partecipazione si genera.
Dalla
tessera alla tensione associativa
Il
primo segnale che osserviamo è un cambiamento profondo nella
grammatica dell’impegno. La partecipazione non è più legata
principalmente all’appartenenza formale, ma a quella che potremmo
definire una “tensione associativa”: il desiderio di contribuire
a cause e progetti significativi.
Le
persone, soprattutto i più giovani, mostrano una crescente
sensibilità verso temi come la pace, la legalità, la sostenibilità
ambientale e la tutela dei beni comuni. In Azione Cattolica questa
tensione si traduce in oltre 230.000 soci, circa 500.000
simpatizzanti e 17 milioni di ore donate ogni anno alla comunità. Un
capitale sociale che nasce da una scelta educativa: mettere al centro
la crescita delle persone e la qualità delle relazioni.
Accanto
all’impegno continuativo cresce però una partecipazione più
fluida, legata a progetti specifici e obiettivi concreti. La
partecipazione oggi è meno identitaria e più relazionale.
L’esperienza
precede l’appartenenza
Un
primo cambiamento che riguarda le nuove generazioni è che
l’esperienza precede l’appartenenza. I giovani non entrano più
nelle organizzazioni per tradizione o continuità sociale, ma perché
incontrano esperienze capaci di parlare alla loro vita.
Nel
solo 2025 oltre 100.000 persone hanno partecipato ai 2.200 campi
scuola promossi dall’Associazione. È un dato che mostra come
un’esperienza significativa possa diventare la porta d’ingresso
all’impegno, al servizio e alla partecipazione. L’appartenenza
non è più il punto di partenza: è il possibile approdo di un
percorso vissuto come autentico e generativo.
Il
valore delle comunità prossime
Un
secondo segnale riguarda la crescente importanza delle relazioni
educative e delle comunità di prossimità.
In
una società attraversata da frammentazione e solitudine, le realtà
associative continuano a rappresentare luoghi di relazioni
affidabili. I 14.000 gruppi territoriali e i 42.000 educatori
dell’Azione Cattolica descrivono non solo una presenza
organizzativa, ma una vera infrastruttura relazionale fatta di
accompagnamento, legami intergenerazionali e reti comunitarie.
Questo
è uno dei contributi più rilevanti che il non profit può offrire
oggi: generare fiducia, contrastare l’isolamento e rafforzare la
coesione sociale. Quando le persone percepiscono che il proprio
impegno produce un cambiamento reale, la partecipazione si riattiva.
In
questa prospettiva, le esperienze di progettazione sociale diventano
laboratori di corresponsabilità e speranza. Penso, ad esempio, alle
iniziative promosse dal Movimento Lavoratori di Azione Cattolica, che
trasformano i bisogni dei territori in percorsi concreti di utilità
collettiva.
Territori
da rigenerare
Un
terzo segnale riguarda il rapporto con il territorio. Il radicamento
locale resta decisivo, ma non è più automatico. Richiede
intenzionalità, accompagnamento e cura.
Le
esperienze di sostegno alla mobilità degli studenti e dei lavoratori
mostrano come oggi il concetto stesso di territorio si stia
ampliando, anche grazie alle opportunità offerte dalle reti
digitali. Il territorio non è più soltanto uno spazio geografico: è
uno spazio relazionale da rigenerare continuamente. La prossimità
non è un dato acquisito, ma una scelta culturale e organizzativa.
Partecipazione
e corresponsabilità
Un
quarto segnale riguarda il desiderio di partecipazione reale espresso
dalle nuove generazioni. I giovani sono disponibili all’impegno
quando si sentono ascoltati, valorizzati e messi nelle condizioni di
incidere concretamente.
Rifiutano
modelli troppo verticali e cercano luoghi in cui essere riconosciuti
come soggetti attivi. Per il non profit la sfida non consiste
semplicemente nel coinvolgere i giovani, ma nel ripensare linguaggi,
leadership e forme organizzative in chiave più partecipativa.
La
pace come criterio organizzativo
Dal
nostro Bilancio di sostenibilità emerge inoltre un elemento
particolarmente significativo: la pace non è soltanto un tema
educativo, ma un criterio che orienta le relazioni e le scelte
organizzative.
Il
Mese della Pace, promosso ogni anno in dialogo con il Messaggio del
Papa per la Giornata Mondiale della Pace, rappresenta uno degli
esempi più concreti di come l’educazione alla pace possa tradursi
in percorsi formativi, mobilitazione delle comunità e responsabilità
sociale.
Siamo
davanti a una fase nuova, nella quale le organizzazioni sono chiamate
meno a custodire strutture e più a generare esperienze di senso,
legami affidabili e processi di corresponsabilità. Per farlo saranno
sempre più necessarie capacità di ascolto, flessibilità,
prossimità, trasparenza, attenzione educativa e radicamento
territoriale.
Soprattutto,
sarà necessario continuare a credere che la partecipazione non sia
soltanto una tecnica organizzativa, ma una forma concreta di
costruzione della democrazia e della convivenza.
Il
contributo che le associazioni possono offrire in questo tempo di
cambiamento può essere sintetizzato in tre verbi: rigenerare la
partecipazione, costruire prossimità ed educare alla cittadinanza
responsabile.
Penso
anche all’impegno del Movimento Studenti di Azione Cattolica nel
promuovere la scuola come luogo di crescita integrale, partecipazione
attiva e capacità di incidere sui problemi reali. È quella politica
che don Lorenzo Milani definiva l’opposto dell’avarizia: non il
tenersi fuori, ma il «sortirne insieme».
In
quell’“insieme” le istituzioni non profit possono continuare a
svolgere un compito prezioso: costruire fiducia e speranza dentro
comunità spesso segnate da paura, frammentazione e solitudine. Una
speranza concreta, fatta di relazioni, di tempo donato, di territori
abitati e di persone che scelgono ancora di prendersi cura degli
altri e del futuro comune.
