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L’Argentina “lacrime e sangue” di Milei

13/05/2025 di Giovanni Pio Marenna

Se Trump, all’inizio del suo mandato, nel fumo dei suoi deliri politici, si era detto pronto a lasciare un americano su cinque senza cure mediche, il presidente dell’Argentina, Javier Milei, si è portato avanti con il lavoro e l’ha già fatto. Con la terapia d’urto imposta ai suoi concittadini, se da una parte ha ridotto la spesa pubblica, dall’altra gli imponenti tagli “lacrime e sangue” – a colpi di motosega e al grido inquietante di “¡Afuera!” – hanno messo in ginocchio il ceto medio e le fasce più povere del Paese. El Loco (“il pazzo”, così lo chiamavano durante la campagna elettorale), fautore del libero mercato estremo, ha rispettato le sue promesse. Peccato, però, che esse coincidano con il prezzo drammatico che gli argentini stanno pagando nei vari ambiti della vita.

Una cura dimagrante spietata e disastrosa

Partiamo dalla sanità, per esempio. Le drastiche misure di Milei hanno ghigliottinato gli stipendi degli operatori sanitari e imposto aumenti dei prezzi delle assicurazioni. Una mannaia che si è abbattuta anche sull’istruzione (fondi ridotti del 50%, compresi i sussidi per gli insegnanti, le borse di studio per gli studenti e i budget per le università), sulla cultura (risorse tolte ad agenzie e istituti pubblici e privati, poi costretti a chiudere), sui diritti umani (fondi tagliati anche alle famiglie delle vittime della dittatura argentina) e sul sostegno sociale (azzerate mense per bambini poveri, aiuti per le bollette delle famiglie più disagiate e assegni per le persone con disabilità).

Insomma, una cura dimagrante forzata e spietata che, se da un lato – con la riduzione del 74% della spesa pubblica – ha contenuto l’inflazione e stabilizzato la moneta nazionale, dall’altro ha provocato un insostenibile aumento della povertà e un’impennata vertiginosa della disoccupazione. Una scelta scellerata, quella di adottare misure così radicali, che sta mettendo in ginocchio il sistema argentino. Possibile che per risanare un’economia disastrata il prezzo più alto debbano pagarlo proprio i più poveri e non le classi più benestanti? Eh già! Perché, se con i prezzi schizzati il potere d’acquisto della maggior parte degli argentini si è ridotto (-15% nel 2024), la minoranza più ricca del Paese sta beneficiando di un contesto che moltiplica esponenzialmente i suoi guadagni.

Sotto la soglia di povertà circa il 53% della popolazione

È un po’ come la famosa piscina piena di monete d’oro di Paperon de’ Paperoni che, vignetta dopo vignetta, sembrava sempre allargarsi di ricchezze di ogni genere. Paradossale! L’abbassamento dell’inflazione e del debito pubblico non può avere come risultato che circa il 53% dei 47 milioni di argentini viva sotto la soglia di povertà, con 5 milioni di poveri in più dall’elezione di Milei. È vera rivincita sociale? Assolutamente no! Sembra piuttosto un impressionante boomerang, un clamoroso autogol, un passo da gambero.

Per milioni di argentini, fare la spesa oggi è diventata una questione di sopravvivenza, a tratti “bellica” nei modi. Non a causa di un’economia di guerra (sebbene sia stato annunciato anche un aumento delle spese militari per difesa e sicurezza), bensì per le lunghe file “belligeranti” che si formano davanti ai supermercati durante offerte vantaggiose sui prodotti. I picchi di consumo nei giorni immediatamente successivi al pagamento degli stipendi, per paura di un ulteriore crollo del potere d’acquisto, sono impressionanti.

Milei ha cercato di rassicurare la popolazione, sostenendo che, nel lungo termine, la tutela delle fasce ricche avvantaggerà anche quelle povere (attualmente il 20% più ricco della popolazione si appropria del 50% della ricchezza totale). Sarà anche così, ma il problema è: quali classi medio-basse riusciranno davvero a sopravvivere fino a quel futuro? I tagli drastici, indiscriminati, illiberali e aggressivi rischiano di cancellarle prima.

Il liberismo alla Milei sta annientando il capitale umano

Il Fondo Monetario Internazionale sarà anche soddisfatto della linea dura di Milei, ma di cosa dovrebbero rallegrarsi? Sono stati persi posti di lavoro, è aumentata la povertà, si è raddoppiata l’indigenza, e la concentrazione della ricchezza è aumentata. Gli indicatori ufficiali mostrano che la quota dei salari sul PIL è ulteriormente diminuita. Insomma, sostenere e applaudire questo modello diseguale di distribuzione dei redditi è immorale. È un modello che sta annientando il capitale e il valore umano, mercificando ogni aspetto della vita, ridimensionando drasticamente il ruolo politico-programmatico dello Stato e quello solidale-educativo dello Stato sociale.

Peggio di così, oggi, in Argentina, solo una guerriglia civile potrebbe accadere, innescata da questa vera e propria bomba sociale.

E, infatti, se questa situazione disastrosa è poco rilevata dai radar mediatici – distratti dalla situazione internazionale o disinteressati per non disturbare (su questo, come sui sanguinosi bombardamenti che Israele continua a operare a Gaza e dintorni) – preferendo dipingere il fenomeno Milei come pittoresco, le proteste stanno crescendo. Ogni mercoledì, per esempio, i pensionati si danno appuntamento davanti al Congresso Argentino, alla Casa Rosada o al Ministero dell’Economia per protestare; ultimamente con loro sono scesi in campo anche i giovani ultrà delle squadre di calcio.

Come dire: il malessere sociale sta raggiungendo livelli insopportabili. Una mobilitazione che i pensionati argentini sono stati costretti ad avviare, obbligati dalla situazione creata da Milei a cercare un lavoro per sopravvivere. Il malcontento, però, si è scontrato con il pugno di ferro della repressione: gas lacrimogeni e manganellate della polizia, che non hanno risparmiato nemmeno gli anziani.

Siamo quelli che sperano…

Tra i tanti, c’è un brano del nuovo album dei Negrita che ben descrive il sentimento che dovrebbe accomunarci tutti, come fraternità e solidarietà umana, al di là di distanze e contesti diversi, specie in queste circostanze:

Noi siamo gli altri, l’altra faccia della medaglia,

che rifiutiamo di andare in battaglia

e siamo oltre le tifoserie.

Noi siamo quelli, quelli abbandonati,

quelli indifesi, quelli bombardati.

Quelli che sperano fino alla fine…