L’incontro ha avuto come obiettivo quello di offrire una riflessione ampia e profonda sulle molteplici forme di povertà che attraversano il nostro tempo, andando oltre la sola dimensione economica. Attraverso le voci degli ospiti è emerso con forza come la povertà sia anche relazionale, culturale, linguistica e spirituale, e come il primo passo per contrastare la cultura dello scarto sia il riconoscimento della dignità di ogni essere umano. Come Chiesa e come Azione Cattolica, la sfida è promuovere buone prassi di cura e inclusione, capaci di generare comunità.
Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi sono i fondatori dell'Associazione Linea d’Ombra, organizzazione di volontariato nata a Trieste nel 2019 il cui fine è sostenere le popolazioni migranti lungo la rotta balcanica. Durante il mini convegno hanno raccontato l’esperienza della “Piazza del mondo” di Trieste. Dal 2015 vivono la strada ogni sera, incontrando persone ferite nel corpo e nell’anima, spesso respinte, invisibili, sospese tra la vita e la morte. È proprio nell’incontro con questi ragazzi che hanno scoperto una verità spiazzante: «Siamo noi più poveri di loro». Una povertà umana fatta di anestesia emotiva, rimozione del dolore, indifferenza.
Accanto alla dimensione della strada, l’intervento di Silvia Landra ha offerto uno sguardo complementare, capace di illuminare la povertà che abita i luoghi “chiusi” delle istituzioni: il carcere, l’ospedale, le strutture di accoglienza. Psichiatra delle carceri milanesi e responsabile di progetti alla Casa della Carità di Milano, Silvia ha raccontato come la sua esperienza di cura si sviluppi lungo confini complessi, dove la sofferenza spesso viene contenuta, organizzata, ma anche invisibilizzata.
Il primo binario tematico del convegno è stato quello del linguaggio. Le parole non sono mai neutre: possono curare o ferire, riconoscere o cancellare. Chiamare “clandestini” delle persone, ridurle a numeri o categorie, significa privarle di volto e storia. Silvia ha sottolineato, non sono semplici strumenti descrittivi, ma dispositivi di potere che possono mantenere o scardinare relazioni di inferiorità. Nel carcere – ma non solo – il linguaggio quotidiano è fortemente burocratizzato e spersonalizzante: le persone diventano “matricole”, “piantoni”, “scopini”, ridotte a funzioni o numeri. Anche gesti minimi della vita quotidiana devono passare attraverso moduli e richieste scritte, le cosiddette “domandine”, che finiscono per rafforzare dipendenza e passività, soprattutto per chi non padroneggia la lingua italiana. In questo modo, il linguaggio contribuisce a costruire una povertà simbolica che si aggiunge a quella materiale e relazionale.
Il secondo binario è stato quello della formazione. Non una formazione astratta, ma capace di stare dentro la realtà, senza fuggire dalle emozioni forti che il dolore suscita. La vera conoscenza, hanno ribadito Lorena e Gianandrea, nasce dal contatto diretto con la sofferenza dei corpi viventi. È un sapere che trasforma, che smaschera i privilegi, che costringe a ripensare sé stessi e la società. Anche i dati – come quelli sulla recidiva o sulle politiche di accompagnamento – diventano strumenti di lettura critica, utili a superare pregiudizi e narrazioni semplificate.
Il terzo binario riguardava l’azione. Il primo bisogno che emerge dalle persone incontrate, ha affermato Silvia, è quello di una buona relazione: essere visti, riconosciuti, chiamati per nome. Da qui nasce un approccio che rifiuta soluzioni preconfezionate e parte invece dall’ascolto dei bisogni reali, lasciando spazio ai tempi e ai desideri di ciascuno. La cura autentica non impone risposte, ma accompagna, costruendo contesti comunitari capaci di sostenere.
Nella Piazza del mondo, raccontano, Lorena e GianAndrea, la risposta alla povertà è la comunità. Quando le istituzioni hanno lasciato centinaia di persone in strada, la società civile ha reagito: gruppi spontanei da tutta Italia hanno iniziato a cucinare, portare cibo, condividere il pasto. Dare da mangiare diventa un gesto politico, capace di “sovvertire l’ordine della morte”. Non c’è chi dona e chi riceve: spesso sono gli stessi migranti a servire, a prendersi cura gli uni degli altri.
Nel dialogo tra la strada di Trieste e le istituzioni milanesi, l’incontro ha restituito un’immagine chiara: la povertà non è mai solo “degli altri”. È una realtà che interroga tutti, chiedendo un cambiamento di sguardo, di parole e di pratiche. Solo così è possibile generare comunità che non escludano, ma custodiscano la dignità di ogni vita.