C’è un momento in cui un simbolo smette di essere lontano e diventa personale. Mentre la torcia olimpica continua il suo viaggio e si accende anche il cammino delle Paralimpiadi, quel simbolo torna a passare di mano in mano, attraversando città e storie diverse. Per Luca Bajardi, socio di Azione Cattolica, quel momento è arrivato lungo le strade di Asti, quando si è trovato tra le mani la torcia diretta verso Milano Cortina 2026. Non solo un gesto sportivo, ma un passaggio di memoria, di valori e di responsabilità. Dall’emozione di bambino davanti alla torcia di Torino 2006 alla consapevolezza di adulto che oggi educa e trasmette, la sua esperienza racconta cosa significa custodire qualcosa che non è tuo, ma che ti attraversa per essere consegnato ad altri.
Presentati un po’ e dicci chi sei e qual è il tuo cammino in Azione Cattolica?
«Sono Luca Bajardi, nato e cresciuto a Torino. Ho vissuto fin da piccolo la parrocchia e l’Azione Cattolica: i miei genitori e i miei nonni ne facevano parte, e i sussidi dell’AC hanno accompagnato tutta la mia crescita. A ventiquattro anni mi sono trasferito a Roma per lavoro, ma ho cercato subito una parrocchia dove continuare il mio cammino associativo. Oggi frequento la parrocchia di San Barnaba a Roma; a Torino invece ero nella parrocchia Resurrezione del Signore. L’AC è sempre stata casa.»
Come sei diventato tedoforo?
«Mi sono candidato tramite uno sponsor, raccontando cosa rappresentasse per me la torcia olimpica. Ho un ricordo vividissimo: febbraio 2006, ero alle elementari e la torcia passò davanti alla mia scuola a Torino. Le maestre ci portarono fuori a vederla. Per noi bambini fu un’emozione enorme. Le Olimpiadi hanno cambiato Torino, hanno cambiato il modo di vivere la città. Quindi quando si è aperta la possibilità di candidarsi, ho pensato a quel Luca bambino. Sono appassionato di sport, seguo sempre le Olimpiadi, e per me la torcia rappresenta passione sportiva ma anche pace e fratellanza. Essere scelto per la tappa di Asti poi è stato un dono: ho potuto correre circondato dalla mia famiglia, dagli amici, da centinaia di persone. Non era solo un momento mio, era una gioia condivisa.»
Cosa hai provato durante il percorso?
«È stato bellissimo vedere adulti che ricordavano Torino 2006 e bambini che forse, tra vent’anni, ricorderanno quella giornata. La torcia non è solo un oggetto: è un filo che lega generazioni diverse. Portarla in mezzo a tanta gente, con il sindaco, i cittadini, la mia famiglia lì, è stato un momento che mi porterò sempre dentro.»
In un mondo segnato da guerre, la torcia può ancora essere un segno reale di pace?
«La torcia è un simbolo di fratellanza, di correttezza, di pace tra i popoli. Oggi viviamo In un mondo in cui è difficile vedere la pace, ma la torcia porta una speranza. La speranza che possa esserci una tregua che vada oltre quella olimpica. Sarebbe bello che il messaggio non restasse solo nelle città italiane, ma arrivasse davvero nel mondo.»
Ritrovi questa esperienza nel tuo cammino associativo?
«Per un tratto di strada ho portato un simbolo e dei valori che in realtà cerco di vivere ogni giorno. Quando ero educatore a Torino e ancora oggi, provo a trasmettere ai ragazzi quei valori che ho ricevuto dai miei genitori e dall’Azione Cattolica. La torcia passa di mano in mano: così anche i valori. Prima li
ricevi, poi arriva il momento di consegnarli.»
La torcia olimpica resta accesa solo se qualcuno la prende e la porta
avanti. Nell’esperienza di Luca, quel gesto non si esaurisce nei
metri percorsi ad Asti, ma si prolunga nella quotidianità
dell’impegno associativo. La fiamma passa, ma non si spegne.
Cambiano le mani, resta la responsabilità di custodirla e
trasmetterla.
Mentre il suo viaggio continua e accompagna anche l’inizio delle
Paralimpiadi, quella fiamma attraversa un tempo segnato da conflitti
e divisioni. In un mondo in cui troppo spesso si accendono i fuochi
della guerra, la torcia olimpica prova a custodire un altro fuoco:
quello della speranza.