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La rivalutazione del deserto

Cosa può fare un educatore quando la risposta alla domanda sulla fede non è il dubbio ("forse"), ma una negazione netta?
Rubrica: Pip
29/07/2026 di Emanuele Fant

Vi presento Carlo. 

Carlo ha 17 anni e studia dai gesuiti. Nei suoi appunti, scrive: “Non c’è nulla che mi sembri abbastanza comprovato: la fede che caratterizza i seguaci di religioni diverse mi sembra la loro stessa condanna; meno ancora di altre, mi sembra ammissibile la fede della mia infanzia”. 

Carlo si fida solo del progresso scientifico, non è portato per gli sport, la lettura è l’unica medicina per la noia che lo perseguita. È piuttosto ricco di famiglia, e sa perfettamente come impiegare fino all’ultima risorsa: serate con gli amici, ragazze. 
Dopo le superiori ha scelto la carriera militare, in caserma si è distinto per lo scarso impegno e i comportamenti eccentrici: travestirsi da donna e nascondersi nei dormitori. Una volta ha preso il treno saltando direttamente sul vagone da un ponte. 
Nella classifica dei diplomati alla scuola di cavalleria, Carlo è arrivato 87° su 87 partecipanti, facendo rivoltare nella tomba il nonno colonnello. 
Carlo è evidentemente una causa persa. O almeno, così sembra, di fronte alla porzione di vita che un suo educatore ha modo di osservare: la giovinezza. 

A 25 anni, inseguendo un vago desiderio di avventura, Carlo ha deciso di andarsene il più lontano possibile: in Algeria e poi in Marocco. Sempre irrequieto, ha inseguito il confine più estremo: è andato ad abitare nel deserto, dove ha fatto esperienza di una vastità misteriosa mai percepita prima. 
“Ciò che di meraviglioso c’è qui, sono i tramonti, le sere e le notti. (...) Questi vasti orizzonti rischiarati dalla stelle sono così placidi e cantano così silenziosamente, ma in modo così penetrante, l’eterno, l’infinito, l’aldilà”. Carlo, nel deserto, ha avvertito il richiamo dell’Immenso e questo ha generato il suo primo progetto durevole: dedicare la vita alla contemplazione. 

Come risponde, questa storia vera, alla domanda iniziale?

Innanzi tutto, ricorda agli educatori la pazienza e la lungimiranza: Carlo ha trovato una dimensione esplicitamente religiosa solo a 25 anni, ma questo non significa che la sua vita precedente non avesse profondi tratti spirituali. Anche la negazione è una forma intransigente di ricerca interiore.
Per  usare come metafora un passaggio di questa storia, è proprio il deserto la premessa a una rivalutazione profonda del senso: tutte le grandi anime spirituali hanno prima fatto piazza pulita delle credenze dei genitori, per poi ridare alla fede un credito più pieno, ma con parole loro. 
La storia di Carlo, come mille altre, ci ricorda che dobbiamo guardare alla esigente fase della messa in discussione, come ad un laboratorio imprescindibile per il germoglio futuro di una vita interiore solida. 

Non solo non dobbiamo preoccuparci di risolverlo con formuline, ma dovremmo persino darci da fare per preservarlo, perché accelerare quel processo vuol dire privare l’anima di un passaggio essenziale alla sua corretta maturazione.
È ovvio che a tutti fa paura accompagnare un adolescente nel tratto più sensibile del suo disorientamento (che può raggiungere picchi insopportabili di disperazione) ma dobbiamo resistere alla tentazione di fornire il pacchetto delle risposte essenziali, pronte a rassicurare innanzitutto noi stessi. Quell’inquietudine è un tratto benedetto, e fa già parte della storia della sua conversione, che dovremmo smettere di classificare così nettamente tra un “prima” e un ”dopo”.
Non conosco nessuno che abbia trovato il suo senso al termine di una spiegazione, so invece di molte persone che si sono salvate sentendosi custoditi da mute presenze che li hanno guardati con rispetto anche nel guado dei buchi neri peggiori. 

È lo stesso atteggiamento di Carlo, apostolo del nascondimento, che di nome completo fa san Charles de Foucauld.