Passa al contenuto

La mafia che non si vede

23/05/2026 di Dalila De Foglio
C'è un paradosso che vale la pena nominare subito: la mafia fa meno paura proprio quando è più potente. Non perché sia diventata innocua, ma perché ha smesso di fare rumore. E nel silenzio, prospera. 
Il 23 maggio 1992, sull'autostrada A29 vicino a Capaci, un'esplosione uccise il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Era la mafia delle stragi, degli omicidi eccellenti, di una violenza che sfidava apertamente lo Stato. Quella stagione è finita. Ma sarebbe un errore pensare che con essa sia finita la mafia. Non sparano più, quindi non esistono. Ecco l'errore in cui cadono molti a distanza di più di trent'anni dalle stragi siciliane: pensare che la mafia esista soltanto quando si verificano episodi di violenza eclatante. La mafia, anche se usa la violenza meno di un tempo, esiste tuttora ed è la più insidiosa e attuale minaccia alla nostra democrazia, economia e sicurezza. È una trappola comprensibile ma pericolosa. La violenza visibile teneva alta l'attenzione, mobilitava la società, rendeva il nemico riconoscibile. Oggi quel nemico si è mimetizzato. Quasi il 40% degli italiani ritiene che la mafia sia meno violenta rispetto al passato, e questo cambiamento nella percezione riflette una realtà in cui la criminalità organizzata non agisce più con azioni clamorose, ma attraverso forme più silenziose e pervasive di infiltrazione. 

Un primo aspetto da considerare è che non ci può essere mafia senza rapporti con il mondo della politica, a partire da quella che si esercita a livello locale, nei Comuni. I numeri lo confermano impietosamente: nel corso dei trentacinque anni di applicazione della legge sullo scioglimento per infiltrazione mafiosa, in Italia è stato sciolto mediamente un Comune al mese. Dal 1991 al settembre 2025 si contano 402 scioglimenti. Un dato probabilmente sconosciuto alla maggior parte dell'opinione pubblica, ma che racconta molto. Esso rivela il persistere di complicità e connivenze tra mondo criminale, politico e amministrativo, e dimostra il costante tentativo delle mafie di ritagliarsi un posto nella corsa agli appalti e alla gestione dei servizi pubblici. E non si tratta solo del Sud: già dalla metà degli anni Novanta il fenomeno si è palesato anche in alcune regioni del Settentrione e del Centro, tra cui Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna. Nessuna regione può dirsi affrancata dagli interessi delle organizzazioni criminali. Il traffico di droga e gli appalti pubblici restano i settori più redditizi per le mafie, ma cresce la preoccupazione per l'infiltrazione nell'edilizia e nella gestione dei rifiuti. La crescente attitudine imprenditoriale delle organizzazioni mafiose, alle quali l'aggiudicazione di appalti e la gestione di servizi pubblici consente di reinvestire i proventi illeciti, genera ingenti danni al tessuto socio-economico dei territori.  

Il 54% degli italiani considera ormai la mafia legata ai "colletti bianchi" e ai professionisti. Le mafie sono riuscite a infiltrarsi sempre più nell'economia legale, creando un'area grigia dove i confini tra legale e illegale diventano sempre più sfumati. Lo sintetizza Francesca Rispoli, copresidente di Libera: "Ormai da realtà 'infiltrate' le mafie sono diventate parti attive dell'economia di mercato. E tutto ciò nell'indifferenza di tanti." L'indifferenza. Ecco il vero problema. La mafia non è più percepita come una minaccia esplosiva e visibile, ma come una realtà "normale" con cui convivere. Questo fenomeno di normalizzazione del crimine organizzato indebolisce la capacità di reazione della società civile e delle istituzioni. La mafia, purtroppo, non è solo un problema di ordine pubblico, ma un cancro che si infiltra nelle comunità e si alimenta di connivenze e collusioni, sottraendo occasioni di crescita al tessuto economico e sociale. 

Il 23 maggio non è solo una data. È un promemoria che la lotta alla mafia non è finita. E che tocca anche a noi.

Leggi precedente
Scoperchiare il tetto