Ci sono avvenimenti talmente impattanti che definiscono un prima e un dopo nelle nostre vite. In una discussione tra colleghi qualche giorno fa, si parlava di come la pandemia di COVID-19 ha segnato una linea di confine anche nel mondo del lavoro, un prima e un dopo. La concezione del lavoro è cambiata radicalmente. È passata dell’essere uno strumento di stabilità e benessere economico, di sicurezza, per il quale si era disposti a sacrificare parte di sé, del proprio tempo, a una forma di realizzazione personale, di equilibrio e benessere, di ricerca della propria felicità.
Vediamo nella concretezza della
quotidianità, soprattutto in questo momento storico, come la paura,
però, influenza le nostre decisioni e scelte anche a causa dei bassi
salari, disparità di genere, precarietà, lavoro povero, salute
mentale, stress, burocrazia, dover andare lontano da casa per poter
lavorare, la questione abitativa, e si potrebbe continuare a lungo.
Questo alimenta in noi un senso di “ritardo” perenne per ogni
passo che facciamo. Ci sentiamo paralizzati, inermi, perdiamo fiducia
in quello che facciamo, svuotandolo di senso. Il profitto e il
guadagno economico possono diventare così le uniche determinanti
delle nostre scelte, le vie più semplici da percorrere, riducendo il
lavoro in un mero rapporto sinallagmatico: attività lavorativa in
cambio di retribuzione.
In questa “paralisi”, da alcune settimane, mi torna in mente la chiusura dell’episodio “Benedetta fatica”, del podcast “Controtempo”. Giuseppe Notartesfano ci chiede:
Per cosa stiamo lavorando? C’è qualcosa che stai facendo per qualcuno e non per te stesso?
Queste domande mi hanno aiutato a fare ordine, a dire ad alta voce che il lavoro è una forma di amore civile. Domande che hanno risvegliato un seme di Speranza.
Mi viene in mente un episodio del Vangelo di Marco. Gesù era a Cafarnao, in una casa e si radunarono tante persone, che non vi era più posto neanche davanti alla porta.
«Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono rimessi i peccati”» (2,1-5).
Quei quattro uomini si caricano sulle spalle il paralitico; non rimangono indifferenti davanti alla sofferenza dell’amico malato. Ogni nostra attività lavorativa, può diventare un modo per “scoperchiare il tetto” di quelle scelte quotidiane che rischiano di ridurre la nostra mansione lavorativa in semplice “produzione in cambio di retribuzione”. È un modo diverso di produrre, un modo diverso di lavorare, un modo diverso di stare nella società.
C’è qualcosa che stai facendo per qualcuno e non per te stesso?
Una folla fatta di individui che
guardano solo i propri bisogni senza accorgersi degli altri, non
scoprono mai il gusto pieno della vita e del lavoro.
