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A cento anni dalla sua nascita qual è l’eredità scientifica, civile e spirituale di Vittorio Bachelet? «Per costruire ci vuole la speranza»: sta tutta qui la rivoluzione mite dell’uomo che si è speso per l’attuazione del Concilio e della Costituzione in un periodo in cui la società italiana e la Chiesa sono state interessate da profonde trasformazioni.
Il convegno del prossimo 20-21 febbraio, organizzato dall’Azione cattolica italiana e dall’Università di Roma “La Sapienza”, è l’occasione per riflettere sull’esperienza umana di Bachelet nella dimensione giuridica, politica ed ecclesiale. Dalla vasta produzione scientifica del giurista Bachelet emerge chiaramente la necessità, ritenuta primaria, di adeguare l’organizzazione amministrativa dello Stato e l’ordinamento militare post-fascista ai nuovi principi costituzionali. Per questo, fu definito da Giovanni Marongiu «lo studioso di diritto amministrativo che più di ogni altro tentò di legare indissolubilmente l’amministrazione alla Costituzione».
In questo slancio riformista la sua figura si lega a quella di Roberto Ruffilli, il politologo cattolico che seppe immaginare, nel progetto di revisione delle istituzioni repubblicane, il «cittadino come arbitro» del gioco democratico. Bachelet e Ruffilli non sono soltanto accomunati dalla tragica morte per mano delle Brigate rosse, a distanza di otto anni l’uno dall’altro, ma dalla comune scelta di vita: due intellettuali che non hanno mai distolto lo sguardo dalla centralità della persona e dall’evoluzione della società. Ancora più straordinaria è l’attualità del suo pensiero politico. In un tempo, quello che siamo chiamati a vivere, segnato da rigurgiti autocratici risuona vibrante l’impegno di Vittorio Bachelet per la «negazione di ogni cesarismo, di ogni atteggiamento da superuomo». Non a caso nella sua visione la democrazia è una «conquista e vittoria quotidiana contro la sopraffazione» ritenendola non «la via più lunga per una maggiore giustizia nella società», ma «l’unica via». Dai suoi scritti emerge l’importanza di un ancoraggio europeo solido e il rifiuto del sovranismo nazionalista come opzione politica. Una posizione, questa, che si coniuga alla necessità più volte manifestata di «educare alla pace». L’impegno istituzionale di Bachelet, iniziato nel 1976 dopo l’elezione al Consiglio comunale di Roma, è culminato con l’esperienza da membro laico e vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. Del suo modo di servire lo Stato restano almeno quattro eredità: la fedeltà al dettato costituzionale, una capacità di mediazione e di dialogo in grado di superare qualsiasi differenza, l’attenzione al bene comune e un profondo senso delle istituzioni. Riuscì a tenere unito il Csm negli anni in cui le fratture ideologiche e le tensioni tra poteri diventavano sempre più profonde: erano quelli gli anni in cui i magistrati diventavano i principali bersagli del terrorismo rosso. Da vicepresidente del Csm, negli anni successivi alla formazione delle principali correnti organizzate all’interno della magistratura, Bachelet seppe coniugare pluralismo nel dibattito e unanimità nelle decisioni.
Il ruolo di Vittorio Bachelet nella storia della Chiesa cattolica italiana non può prescindere dall’Azione Cattolica, di cui è stato presidente dal 1964 al 1973, e dal Concilio Vaticano II che nell’esercizio del suo mandato è stato chiamato ad attuare. Prima di tanti, Bachelet si accorse del bisogno di un rinnovamento spontaneo dentro l’associazionismo ecclesiale, non più collaterale alla Democrazia cristiana ma radicato in un ampio orizzonte di fede. Prese così forma la scelta religiosa, ovvero «riscoprire la centralità dell’annuncio di Cristo, l’annuncio della fede da cui tutto il resto prende significato». Quella della scelta religiosa rappresentò non una fuga dalla realtà ma un modo di stare dentro la storia con occhi nuovi. La scelta religiosa servì a prendere le distanze da qualsiasi strumentalizzazione dei valori cristiani a fini ideologici o propagandistici, come frequentemente accade anche oggi con l’avvento dei populismi su scala globale, evitando al contempo di ridurre la dimensione confessionale a mero fatto privato. Vittorio Bachelet ci ha insegnato che siamo tutti chiamati alla santità: la santità laica di chi ha dato centralità alla coscienza. È questa l’umile grandezza di chi ha saputo farsi piccolo nonostante il peso delle responsabilità. Sul sacrificio di Bachelet, come su quello di Aldo Moro e Roberto Ruffilli, la memoria non può non essere condivisa.
Nessuno dei tre è morto a causa del proprio ruolo ma per come ciascuno di essi lo ha esercitato. Il loro martirio civile non è stato casuale: a perdere la vita per mano del terrorismo stragista sono stati coloro che avevano a cuore la riforma delle istituzioni. Un riformismo inteso non come uno strumento di forza nella dialettica tra maggioranza e opposizione, ma come attuazione stessa del patto costituzionale. Un patto che dovrebbe unire e non dividere gli attori politici. Questo anniversario non intende quindi celebrare Bachelet per come è morto, ma per come ha vissuto. Il senso della sua esistenza e dell’agire dentro le istituzioni, prendendo in prestito le parole di Leopoldo Elia, è stato quello di «servire lo Stato attuando la Costituzione». Resta infine la grande lezione offerta dal figlio Giovanni in occasione del funerale di Vittorio: «Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri». Una preghiera che arriva come una carezza negli anni di piombo. Un perdono incondizionato, sincero, più forte di qualsiasi colpo di pistola.
