Perché scrivere?
Scriviamo post, stories, meme, messaggi, qualcuno ancora mail, e forse è rimasto qualche biglietto di auguri o la dedica su un libro: scritture veloci per parole veloci, e sempre più contratte, nella corsa continua che sembra il nuovo ritmo delle nostre vite quotidiane. Come il criceto di corsa nella gabbia, qualcosa ci accelera da dentro: vi succede? La ricerca scientifica ha messo a fuoco che l’accelerazione, che sembra da dentro ci abbia impostato in modalità fast, è collegata a una modifica dei circuiti cerebrali generata dalla nostra relazione, sempre più simbiotica, con gli smartphone. Perché? La risposta è la quantità di informazioni a cui ogni giorno, da ap pena svegli – se abbiamo l’abitudine di farlo prendendo subito il telefono – a poco prima di addormentarci – se lo facciamo dopo aver controllato le ultime notifiche e post – che i nostri cervelli debbono processare. Tanto e subito, e tanto e veloce: abbiamo cervelli caratterizzati da plasticità e questo significa che si adattano all’ambiente circostante. E così, poiché c’è tanta iperinformazione da gestire, e in continuazione, noi stessi ci siamo autoprogrammati per gestire questa quantità sempre crescente di stimoli, scegliendo di… perdere: dimentichiamo sempre più spesso, facciamo sempre meno attenzione, dopo pochi giorni le informazioni e i ricordi evaporano. Tutto ci chiama a correre, per non perdere l’ultima informazione (immagine,post, notizia, piccole cose insieme a gigantesche), perdiamo tutto senza interruzione: corriamo fuori come dentro, come se ci sentissimo quasi inseguiti, come se fossimo sovrastati. E in fondo, così è: Brainrot è la parola dell’anno dell’Oxford Dictionary nel 2025. È la sovrabbondanza di informazioni che ci investe, nella quale contenuti rilevanti e contenuti irrilevanti si mescolano nel raggiungere il nostro spazio interiore mediante lo scrolling che affatica non solo occhi, ma anche mente e cervello. Come se fossimo – è un’immagine metaforica spiacevole, lo so, ma assai pertinente – uno scarico.
Perché scrivere?
Che senso ha questa bizzarra proposta formativa per noi adulti, e proprio in un tempo in cui scrivere non si usa più, non si fa più, se non per poche righe e poche parole? È una perdita di tempo, è vero. Tanto che i miei studenti all’Università sono in difficoltà con le mail, non capiscono perché debbano utilizzarle considerando che abbiamo la messaggistica istantanea. Proprio quella, sì, che è arrivata a risolverci tante situazioni, vero? Potenza della comunicazione immediata: cosa accadrebbe se non potessimo subito dire, chiedere, leggere l’informazione che in quel momento sembra quella da cui dipenderà la nostra esistenza? Proprio quella, sì, che ci fa credere che non potremmo più vivere senza. Quella che ti viola continuamente, quella per cui non c’è tempo di attesa ma solo l’immediato, non c’è tempo, non c’è tempo, tutto insieme, tutto adesso, tutto mentre, nello stesso momento, sullo stesso dispositivo, sto facendo anche altro. Tante azioni contemporaneamente.
Wow.
Essere multitasking – il “cervello aumentato” dalla relazione simbiotica con i dispositivi non solo elettronici (come lo è un bypass) ma iperconnessi – ci ha fatto sognare di poter assomigliare a macchine superdotate, incapaci di sbagliare, realizzando un sogno umano antico: performanti, capaci, produttivi. C’è stato un tempo in cui gli esseri umani sognavano di essere dèi, le religioni nascevano per chiedere ai propri idoli superpoteri. Adesso la tecnologia è religione e le chiediamo di essere… lei: di funzionare, di fare tutto come in un programma che non concepisce fuori binario, “dal bersaglio alla freccia”, ho letto nel titolo di un corso di formazione che prometteva di imparare a raggiungere obiettivi, senza errori, deviazioni, senza fuori-programma, appunto. Senza timore e tremore: come se fossimo dèi. O macchine. E curiosamente quel sogno, antico e nuovo, genera un paradosso che se non fosse tragico, sarebbe comico: iper-tecnologizzati, perdiamo competenze. I miei studenti non sanno cercare il programma del corso sulla pa- gina web dell’università: i nativi digitali non sanno navigare, hanno bisogno che tutto sia già pronto, altrimenti non sanno cercare. Se devono inoltrare una mail, fanno uno screenshot: non si sono accorti del tasto Inoltra. Screenshottano qualsiasi cosa: perché è più veloce. E comodo. A dirla meglio: è smart. E in tanti si aspettano che anche l’educazione e la formazione debbano esserlo: comfortable, no-stress, e tante frasi che dal marketing vorremmo mutuare alla vita interiore e relazionale. Vorremmo che anche quella funzionasse come un prodotto comprato con tutte le garanzie, soprattutto il reso. Ma non è possibile: con i figli, per esempio. Con te stesso. Con la vita che non abbiamo scelto e continuamente ci convoca (la “scelta vocazionale” è chiamata costante alla domanda “chi sei?”). Mille faccende della nostra vita reale ci chiedono di essere attraversate, integrate, metabolizzate anche se dolorose da ingoiare: non possono essere rese, neppure cestinate. Eppure, ops: il modello “compra veloce e restituisci se hai cambiato idea e se-il-prodotto-delude-le-tue-aspettative” sembra aver settato il software della nostra vita psichica, ovvero: intima e relazionale.
Perché scrivere?
Ho riportato fino a qui più volte questa domanda, e ogni volta, volutamente, la risposta, apparentemente, sembrava non essere pertinente. Eppure proprio da lì dovevamo cominciare: a volte per mettere a fuoco una domanda, bisogna prima allargarla. Zoomare. Perché scrivere, e scrivere da adulti? Per imparare a “perdere” tempo. Per imparare a rallentare, sapendo che da questo rallentamento di- pende la nostra salute mentale, la cura del nostro spazio interiore, e dunque di quello esteriore. Scrivere per imparare a stare in ciò che non può essere reso.
Ovvero:
per imparare a stare nella realtà, per non sentirci schiacciati quando quella ci travolge, ma non perché l’onda sia stata devastante, ma perché noi eravamo già in frammenti prima del suo arrivo, che ha smantellato quel che si teneva solo per un filo. Succede proprio così: correndo, anche per cose nobili (andare a messa, organizzare un campo scuola, preparare materiali per la for-mazione…) ci si frammenta. Il Sé si stempera e, presi e persi in mille cose da fare, e da avere, si resta fuori… da Sé. Stiamo con i nostri smartphone in relazione simbiotica al punto tale che ci sentiamo vivi soltanto se “in fruizione”: senza si sente il vuoto, qualcuno il panico. Sappiamo che questi fenomeni sono degli adolescenti, e sempre più dei bambini, e vengono vissuti da subito, da sempre per qualcuno, in posizione di ricezione continua di video e immagini che, poiché assai stimolanti visivamente e uditivamente, alterano i circuiti dopaminergici. Ma sappiamo anche che la dipendenza è oramai anche nostra. Forse dipendenza può sembrare un’esagerazione. Allora proviamo a leggere il nostro movimento interno: una dipendenza assume una forma particolare. Quale?
Quella per cui per sentirsi felici, occorre sentirsi pieni. Di un pieno che si svuota con la stessa velocità con cui è arrivato. E allora si cerca sempre, e ancora. E ancora. Chi riesce a togliere la connessione e a non guardare il telefono molte volte nel corso di un’ora?
Chi riesce a non farsi possedere dall’ossessione di controllare like e condivisioni?
E in tutto questo ritorna, come un mantra, quella domanda che guida questa proposta formativa: perché scrivere?
Per stare nel vuoto. E fare spazio. Per scoprire che la “povertà” è la precondizione della libertà interiore, della salute psichica intesa come non dipendenza, e presenza: presenza reale, presenza al reale, attenta e capace di futuro così come di memoria. Per passare dal misurarci e misurare in base all’avere, allo stare sull’essere: io chi sono, e non cosa ho, o non ho, per definirmi, per sentirmi vivo. Scrivere per maturare un lessico interiore: scrivendo, impariamo ad attraversare le sfumature di buio, a non cercare soltanto luci abbaglianti per sentirci al sicuro. Scrivere per esercitarci nella competenza più importante per stare nella complessità del vivente: elaborare. Non soltanto fruire, sorbirsi, deglutire senza filtrare qualsiasi stimolo, anche se ci sembra che l’algoritmo l’abbia per noi personalizzato. Elaborare è il verbo della resilienza, elaborare è la postura del discernimento e della ricerca di senso e della sua costruzione e, soprattutto, della sua ricostruzione nei giorni di dolore in cui ci sembra che il non-senso abbia l’ultima parola sul nostro destino. Se il lessico intimo è povero, sarà dura elaborare e rielaborare qualsiasi onda/ondata che arriverà a chiederci risposte veloci. Scrivere, allora, per leggere, ma soprattutto, per rileggere, e rileggersi: scrivere non per appuntarsi sequenze di eventi come in una check list. Scrivere per entrare nei mondi che creiamo e che abbiamo necessità di guardare, con onestà, nudità, coraggio. Scrivere, come forma salutare di autoconoscenza, e – forse scanda- lizzando qualcuno – scrivere, come pregare. Scrivere/pregare come saper stare nel vuoto, nel mistero, nel racconto che ti porta dentro e anche ti lancia fuori. E così: scrivere per rientrare in sé stessi, e anche per imparare a uscire da sé, lontano dalla morsa che ti illude che sia social concentrarsi solo sulla tua immagine e sulla sua ricezione in termini di follower.
Scrivere, scriversi, ri-scriversi: il ritmo trino di quel «Lech lechà» che Dio dice ad Abramo, che abbiamo tradotto con “Esci dalla tua terra e va’”, ma che significa: “Esci dalla terra che ti è familiare/confortevole per entrare in te, nel vero te, che è quello che affronta il deserto e nel deserto si conosce”. Il ritmo vitale che ci invita a uscire (cioè, a lasciare quello che ci trattiene, che sembra proteggerci e invece ci possiede) per ri-entrare (cioè riconoscerci: chiederci chi siamo veramente e qual è il senso del nostro essere viventi qui, adesso). Esci per ri-entrare: l’ossimoro biblico che dice di verità psichica, un paradosso logico che non dice di follia ma di salute mentale e relazionale, un capovolgimento creativo che ci conduce a un’esperienza di scrittura come pratica di meditazione non astratta ma incarnata.
Ovvero: mossa dalla tua storia, non dalla presunzione che tutto vada veloce, veloce e dritto, dal bersaglio alla freccia… mentre invece la vita va a zig zag, non sta nelle linee rette, ma negli arabeschi. Esci per ri-entrare: metti in parole in movimento quello che ti abita, così che, rileggendolo, riconoscerai quanto, per essere libero, avrai da ricreare, per convertire, riposizionare, riscrivere.
Esci per ri-entrare: la scrittura sarà così non solo pratica consolatoria ma anche scuola di rivoluzione interiore, per scrivere, scriversi, ri-scri-versi, togliendosi dalla morsa del tutto-subito e tutto-veloce, e dandosi il tempo, lo spazio, il senso di un rito nel quale la carta diventi specchio e la penna strumento dello Spirito che ci chiede di imparare nuove lingue, oltre la nostra, oltre quella che presumiamo sia la sola.
Carta? Penna? È proprio controintuitiva questa proposta formativa: tornare al cimento di un foglio non elettronico, di una mossa di braccio e di mano che non ha il rumore dei tasti che proiettano sullo schermo.
Perché? Ci dice la ricerca scientifica che la perdita della scrittura a mano comporta la perdita di aree cerebrali, di funzioni complesse e dunque di competenze: significa perdere capacità di analisi, di discernimento, di elaborazione. E per questo ci occorre, ci soccorre, questa pratica antica, come uscita necessaria al rientro. Sarà faticoso. Scrivere sarà una piccola gigantesca conversione.
Una esagerazione? Basterà provarla un poco questa fatica piccola e insieme gigante- sca, come si fa con una dieta: esercitarci al digiuno dal digitale, per poi osservarne il guadagno su una bilancia particolare. Quella dove misurarci non per azioni compiute e cose possedute, per byte e per sharing, per selfie o per stories, ma per chi sono, chi siamo, dove andiamo, chi possiamo scegliere di essere. Sarà assai dura: quando avremo piccole pause, sarà assai più affascinante la seduzione di uno scrolling, perché fisiologicamente cervello e mente innalzano i livelli di dopamina, e dunque di piacere, se la stimolazione è ricca, veloce, smart. Anziché lenta e poco multimediale come la nostra scrittura su un foglio.
Basterà non avere paura di cominciare. E procedere per passi piccoli: i primi giorni anche solo poche parole, una frase soltanto. Piano, affezionarci al nostro taccuino come al nostro smartphone, che oramai trattiamo come arto sostitutivo,prolungamento di noi stessi. E poi, ancora piano, ritagliarci con ostinata perseveranza, uno spazio, e poi poco di più, nel corso della giornata: in treno, in fila alla posta, col caffè, cercare il nostro taccuino come lo spazio in cui il tempo si possa, un poco, fermare. Anzi, meglio: raccogliere. Mettere in conto di non farcela: mettere in conto che ci saranno giorni in cui non riusciremo a scrivere nulla. E coltivare pazienza, per questa lenta costruzione di un amore. No, non amore per la scrittura, non ci interessa diventare scrittori: è amore per lo scrivere-stare con noi stessi a cercare il Senso, in comunione col Dio che in noi si incarna, in connessione col Vivente, con l’essere vivi, cioè creanti: con Lui co-creatori, co-creatrici (co-scrittori,co-scrittrici!), interi, e non a frammenti. Raccolti, non frammentati.
Scrivere. Per scrivere cosa? Delle nostre contemplazioni. Non solo fatti, non necessariamente fatti, forse quasi mai fatti: proviamo a scrivere di visioni. Di quel che proveremo a guardare come se fosse nuovo. Proviamo a non scrivere fatti, non sarà un taccuino per la cronaca. E proviamo a non scrivere geremiadi, né dichiarazioni di guerra: non di sentenze, e neppure di recriminazioni, rimorsi, rimpianti, agganci al passato, fughe nel futuro. Lasciamo andare il bisogno di farci Dio nel puntare dita e piedi.
Ops: e quindi cosa resterà, allora, da scrivere?
Contemplazioni. Il profumo del caffè, e ogni attimo lento al quale fare attenzione. Il nostro taccuino sarà il nostro training al rallentamento, il nostro allenamento al passare dalla frammentazione alla coniugazione.
Come sarà possibile? Accettare il rischio di essere considerati fuori tempo. Amare il nostro taccuino quando diventerà sgualcito, si sporcherà di qualsiasi cosa, colore, rossetto, focaccia, chissà. Amare la nostra ricerca di fiato non più corto, apprendimento di attesa, coraggio di vuoto, esercizio spirituale per la riconnessione, sacramento del mollare la presa. Avere paura, senza temere la paura. Mettere in conto che sarà una terra sconosciuta questo cimento, questo cimentarci. Come tutti gli amori, quelli autentici, quelli generativi, quelli che ti fanno “morire” insegnandoti a nascere. Ri-na-scere/ri-scrivere. Darsi misericordia, cioè deporre il giudizio. Verso gli altri, verso noi stessi. Non sarà facile, non sarà veloce: un lungo amoroso esercitarsi, nelquale incepparsi sarà la norma. Un esercizio spirituale ad accogliere il piccolo, e l’imperfezione, come costitutivi di ogni cammino, che sia reale. E dunque non pati- nato, senza filtri ed effetti speciali.
Perché?
Per uscire: per ri-entrare.
Una piccola gigantesca pratica di liberazione. Spirituale, materiale.



