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La cattedra sul mare dove il Vangelo interroga l’Europa

Sabato 4 luglio papa Leone XIV sarà a Lampedusa, una delle frontiere più delicate d’Europa, luogo di approdi e tragedie, ma anche di speranza
03/07/2026 di Antonio Martino
shutterstock | Marti.Morini

Ci sono luoghi che non sono soltanto luoghi. Sono pagine aperte della storia, spazi nei quali una comunità, una nazione, un continente sono chiamati a misurare la distanza tra ciò che proclamano e ciò che realmente vivono. Lampedusa è uno di questi luoghi. Una piccola isola nel cuore del Mediterraneo che è diventata, suo malgrado, una delle frontiere più delicate d’Europa: punto di approdo per migliaia di persone in fuga, crocevia di speranze e sofferenze, ma anche specchio delle paure e delle contraddizioni del nostro tempo.

La visita di Papa Leone XIV, sabato 4 luglio, non sarà soltanto un gesto di prossimità verso una comunità che da anni porta il peso concreto delle migrazioni. Sarà un viaggio carico di significato profetico. Il Papa si recherà in un luogo dove il mare non è soltanto una distesa d’acqua che separa le rive, ma una soglia sulla quale si incontrano le grandi domande dell’umanità contemporanea: la guerra e la pace, la povertà e lo sviluppo, la dignità e lo scarto, la responsabilità e l’indifferenza. Temi e attenzioni che l’Azione cattolica ha messo nell’agenda del prossimo incontro nazionale delle sue presidenze diocesane e delegazioni regionali, “Orizzonti mediterranei”.

A Lampedusa la Chiesa torna idealmente su una “cattedra posta sul mare”, come è stata definita dal cardinale vicario Baldo Reina. Una cattedra senza mura, dove a parlare non sono soltanto le parole, ma i volti, le storie, le assenze. Le tombe di chi non ce l’ha fatta, la Porta d’Europa, il Molo Favaloro, i luoghi degli sbarchi: ogni angolo dell’isola custodisce una domanda che interpella la coscienza collettiva. Come abbiamo trattato le nostre sorelle e i nostri fratelli? Che cosa resterà scritto nella storia del nostro tempo quando verrà giudicato il modo con cui abbiamo guardato chi arrivava dal mare?

Lampedusa richiama naturalmente il gesto di Papa Francesco nel 2013, quando scelse proprio l’isola come primo viaggio del suo pontificato fuori Roma. In quella occasione pronunciò parole rimaste come un monito: la denuncia della “globalizzazione dell’indifferenza”. Una diagnosi che non ha perso forza, perché il rischio di abituarsi al dolore degli altri continua a essere una delle grandi malattie delle società contemporanee.

Papa Leone XIV raccoglie quell’eredità e la porta dentro una fase storica nuova. Oggi non basta più fermarsi all’immagine dell’arrivo, alla barca in mare, al soccorso dopo il naufragio. Occorre avere il coraggio di guardare ciò che viene prima: le cause delle partenze, le guerre dimenticate, le persecuzioni, la miseria prodotta da squilibri globali, lo sfruttamento, le crisi ambientali, le fragilità di interi territori. Ogni persona che attraversa il Mediterraneo non porta soltanto un bisogno di aiuto: porta una storia, un volto, una dignità.

La grande sfida è superare la logica dell’emergenza permanente. Le emergenze si affrontano, ma non possono diventare l’unico modo con cui leggiamo fenomeni che appartengono alla storia dell’umanità. Muoversi, cercare un futuro migliore, lasciare una terra divenuta invivibile non è una novità del nostro tempo: la mobilità appartiene alla vicenda umana. La questione decisiva è costruire un ordine internazionale capace di riconoscere il diritto delle persone a non essere costrette alla fuga e, quando la migrazione diventa necessaria, di governarla con responsabilità, legalità e umanità.

A Lampedusa il Vangelo incontra anche la nostra Costituzione. La dignità della persona, il dovere della solidarietà, il riconoscimento dei diritti fondamentali non sono principi astratti, ma criteri concreti con cui giudicare le scelte politiche e sociali. L’articolo 2 della Costituzione italiana ricorda che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. È una parola che non riguarda solo i cittadini già dentro i nostri confini, ma ogni persona che bussa alla nostra responsabilità.

Per questo Lampedusa non può essere letta soltanto come una frontiera da proteggere. È una frontiera da abitare. Una frontiera non è necessariamente un muro: può essere un luogo d’incontro, una soglia, uno spazio dove imparare a costruire convivenza. L’isola mostra che la sicurezza non nasce soltanto dal respingimento, ma anche dalla capacità di affrontare le cause profonde delle crisi, di creare canali legali e sicuri, di investire nella cooperazione e nello sviluppo, di riconoscere che il destino delle comunità è sempre più intrecciato.

La visita di Leone XIV interroga, dunque, soprattutto l’Europa. Un continente nato anche dall’idea della centralità della persona, rischia di smarrire sé stesso quando guarda ai migranti soltanto come numeri, quote o problemi da distribuire. La domanda più profonda non è soltanto quanti possiamo accogliere, ma quale società vogliamo essere. Una società chiusa nella paura degli ultimi o una comunità capace di custodire la dignità di ogni essere umano?

Lampedusa è un luogo scomodo perché costringe a guardare ciò che spesso preferiremmo non vedere. Ma proprio per questo è un luogo evangelico. Il Vangelo non permette di distogliere lo sguardo dai volti feriti della storia. Chiede di riconoscere nell’altro non una minaccia, ma un fratello. Da quell’isola continuerà a salire una domanda antica e sempre attuale: «Sono forse io il custode di mio fratello?». La risposta che daremo non sarà giudicata soltanto nei documenti o nei discorsi, ma nei gesti concreti con cui avremo saputo custodire la vita di chi ha attraversato il mare cercando soltanto un futuro.