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Tra integrazione e coesione sociale. Perché i migranti interessano l’Europa

Intervista alla sociologa Laura Zanfrini, dell’Università Cattolica di Milano
02/07/2026 di Antonio Sibilia

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Per troppo tempo il Mediterraneo è stato raccontato soltanto come una frontiera. Eppure, come osserva Laura Zanfrini, ordinario presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica di Milano e titolare dell’insegnamento di Sociologia delle migrazioni e della convivenza interetnica, le migrazioni contemporanee stanno obbligando l’Europa «a confrontarsi con il paesaggio religioso multiforme dei Paesi di provenienza dei migranti». Il Mediterraneo torna così a essere non soltanto uno spazio geopolitico, ma il luogo nel quale emergono le contraddizioni profonde dell’Occidente.

Nello scorso decennio l’Europa ha affrontato «la crisi dei rifugiati più drammatica dalla fine della Seconda guerra mondiale e i nuovi arrivi stanno mettendo in discussione la principale distinzione sulla quale i regimi migratori europei si sono tradizionalmente fondati: la distinzione tra migranti volontari e migranti forzati». Dietro ogni migrazione esiste infatti un intreccio di guerre, persecuzioni, povertà, crisi ambientali e ricerca di sopravvivenza. E i richiedenti asilo «disturbano l’Europa e i suoi sistemi di protezione dei rifugiati», mostrando «le debolezze e le insidie di questi sistemi». Le migrazioni non rappresentano quindi soltanto un’emergenza amministrativa, ma una crisi delle categorie culturali e politiche europee. Per Zanfrini lo scenario globale contemporaneo è attraversato da «violazioni e persecuzioni fondate sulla religione e da persecuzioni aperte verso gruppi minoritari o singoli credenti». Le migrazioni diventano così il prodotto di un mondo segnato da profonde diseguaglianze e dalla negazione della libertà religiosa.

L‘approccio della sociologa evidenzia anche come l’opinione pubblica europea tenda a guardare alle migrazioni come a qualcosa da cui difendersi, soprattutto quando i migranti vengono associati all’islam. In questo modo, però, «si perde il punto essenziale: le politiche di asilo dovrebbero rappresentare un modo consapevole di affermare principi, valori e visioni del mondo, un modo per “difendere” la nostra identità».

Le migrazioni vengono descritte come uno “specchio” capace di rendere visibili «questioni chiave e sfide emergenti». Non riguardano soltanto chi parte, ma anche il modo in cui l’Europa definisce sé stessa, i propri confini simbolici e la propria identità culturale. In fondo, «le società europee sono state fondate sul mito dell’omogeneità etnica, culturale e religiosa». Ma la presenza stabile delle comunità migranti ha trasformato l’Europa in una società “multireligiosa” o, per meglio dire, ha reso più visibile un pluralismo che già esisteva. Con un problema serio a monte: i sistemi migratori europei hanno tradizionalmente coltivato «l’illusione della natura temporanea della migrazione, interpretando l’immigrazione come un fenomeno puramente economico. Oggi quella visione appare insufficiente, perché le migrazioni modificano inevitabilmente le società di arrivo, le scuole, le comunità e gli spazi pubblici». Inoltre, le appartenenze religiose sono state spesso considerate in Europa come «un indicatore di mancanza di integrazione. Tuttavia, le ricerche mostrano che la religione può diventare un fattore di sostegno all’integrazione».

Bisogna puntare sulla necessità di riconoscere «l’opportunità di attivare il potenziale legato alla religione per sostenere l’integrazione dei migranti e la coesione sociale. Le organizzazioni religiose, il dialogo interreligioso e le comunità locali possono contribuire alla costruzione del bene comune e della coesione sociale». Inoltre, «i diritti religiosi e la libertà religiosa rappresentano una cartina di tornasole della qualità di una democrazia».

Le migrazioni contemporanee obbligano dunque le società europee a interrogarsi sul significato concreto dei diritti umani, della cittadinanza e della convivenza democratica. E a «riconoscere e illustrare come le appartenenze, le identità e le istituzioni fondate sulla religione influenzino sia la genesi delle migrazioni contemporanee sia lo sviluppo dei processi migratori e di integrazione». Il Mediterraneo torna allora a essere non soltanto una frontiera, ma uno spazio umano nel quale imparare nuovamente ad abitare le differenze.