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L'Università e la ricerca di senso. La domanda che resta

Oltre l'ansia della prestazione e il mito dei crediti, tra i banchi degli atenei si fa strada un bisogno di verità che il linguaggio del nostro tempo non riesce più a nominare
25/09/2026 di Michele Martinelli

Nei primi giorni di ottobre le aule dell’università sembrano piazze straripanti. Si fa a gomitate per un gradino, ci si siede a terra, le porte faticano a chiudersi. Poi le settimane passano e la calca gradualmente si scioglie. I banchi tornano a respirare. Resta solo chi in quelle voci, dalle cattedre, trova ancora un motivo per stare.

Chi osserva da fuori pensa a una corsa ad ostacoli: esami, crediti, la fretta di presentarsi sul mercato del lavoro con un curriculum impeccabile. È il tempo dell’efficienza, del calcolo, di quello che il teologo Romano Guardini chiamava lo scopo: la prestazione pura e utile. Eppure, sotto la cenere dell’ansia e della paura di fallire, nei ragazzi di vent’anni brucia un’altra cosa. Una domanda ostinata, insopprimibile, che non riguarda l’utile, ma il senso: che cosa rende questa vita degna di essere vissuta? Esiste un orizzonte capace di contenere la nostra fragilità?

Parlare di Trascendente a lezione non va più di moda. Si respira un «ateismo tranquillo»: Dio non lo si combatte, semplicemente non lo si usa più per spiegare i giorni. Eppure la sete non si è spenta. Gli studenti cercano silenzio, autenticità, un passo diverso nel caos.

È qui che la grande tradizione dell’Azione Cattolica e della FUCI tornano a parlarci con una forza inaspettata. Attraverso la testimonianza di maestri come Giovanni Battista Montini, Aldo Moro o Vittorio Bachelet, questa storia ci ricorda che la fede non è un rifugio per menti pigre o una consolazione da weekend. La fede domanda intelligenza, esige il rigore dello studio, la fatica condivisa sui libri. L’atto profondo con cui un ragazzo dice «io credo» non nasce nell’astrazione, ma nel corpo a corpo con la realtà, radicato in una vita ecclesiale adulta e responsabile.

Da questo sguardo nascono otto passi possibili per abitare l’ateneo di oggi senza smarrirsi. 1. Studiare con passione: ragione e Vangelo non si fanno la guerra. La fatica del sapere e il rigore dello studio, se vissuti fino in fondo, sono già una forma di preghiera. 2. Uscire dalla solitudine: la ricerca interiore non è un selfie. Dio non si trova nello specchio, ma nella trama di una comunità — come nei gruppi di Azione Cattolica e FUCI — dove condividere dubbi, Parola e vita. 3. Il coraggio di essere fragili: non siamo macchine da produzione. Valiamo per ciò che siamo, non per la media del libretto. Riconoscere il proprio limite è il primo atto di vera libertà. 4. Sporcarsi le mani: chi crede non scappa dalla storia. L’impegno civico, la cura del bene comune e la politica sono, come ricordava Paolo VI, tra le forme più alte della carità. 5. La grazia dell’ordinario: un cammino a piedi, venti minuti di silenzio, un compagno ascoltato: la trascendenza e le «pratiche liminali» abitano le crepe del quotidiano. 6. Scegliere per sempre: contro la trappola del provvisorio, la vita vera comincia quando si ha l’audacia di scommettere la propria libertà su una vocazione e un destino chiari. 7. Ascoltare tutti: la verità non è una fortezza da difendere, ma una luce che ci possiede. Chi ama Cristo cerca i "semi del Verbo" ovunque, anche nelle domande di chi non crede. 8. Una Chiesa di fratelli: i giovani non cercano maestri paternalisti, ma padri e compagni di strada con cui condividere la corresponsabilità del Vangelo, superando ogni clericalismo.

Queste direttrici non sono formule rigide. Sono piuttosto pietre di guado per attraversare il fiume in piena dei vent’anni. L'Azione Cattolica e la FUCI continuano a indicare che la ricerca del cielo non richiede trincee da difendere, ma finestre da spalancare, per restituire alla vita universitaria la freschezza di un grande e fecondo incontro umano.