Il senatore Guido Castelli è commissario straordinario del Governo per la ricostruzione del sisma del 2016, quello che per tutti è rimasto alla memoria come il “terremoto di Amatrice”. Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto… Un rosario di nomi, di ricordi, di macerie. Nomi come L’Aquila, Norcia, San Felice sul Panaro, l’Irpinia… Paesi colpiti dal terremoto, paesi che insistono sulle cosiddette aree interne del Paese, quei territori periferici dove vivere è più difficile e più facile rispetto ad abitare in città. Più difficile per la carenza di servizi, per la lontananza da ospedali, scuole…, più facile perché le relazioni e il senso di comunità sono spesso più solidi e radicati.
Alle aree interne l’Azione Cattolica insieme a Dialoghi, hanno dedicato le Converazioni di Spello e proprio al commissario Castelli abbiamo posto alcune domande, in un dialogo interessante e ricco di spunti.
Le aree interne evocano fenomeni come denatalità, spopolamento, necessità di risorse economiche, ma anche il cuore e lo spirito del Paese. A che punto siamo senatore Castelli?
La questione delle aree interne negli anni si è evidenziata come una grande questione nazionale. Lo ha sottolineato lo stesso mons. Accrocca nel suo intervento, anche la Cei si sta ponendo la questione delle aree interne nell’ottica dell’equilibrio sociale e della sostenibilità. Sono propenso a ritenere che si tratti di un fenomeno che va inquadrato nel più grande problema della glaciazione demografica che interessa l’Italia. Anche l’Italia delle città, non solo quella delle zone dell’Appennino. Il fatto che il tasso di fertilità in Italia sia a 1,14 figli per donna fertile, quando 60 anni fa era al 2,66, ci dimostra che c’è un tema di fondo, ovvero siamo di meno e ancora di meno nelle aree interne. Allora dobbiamo operare anche dal punto di vista culturale e sociale per far sì che questi territori non siano considerati da chi vi abita come un fattore debilitante, deprimente, un handicap sociale per i giovani. Ovviamente questo richiede un lavoro che è anche comunitario e culturale.
Quale è il ruolo del pubblico, delle istituzioni e degli enti locali, del Governo? Questo tema sta tornando in agenda, dopo che era stato lasciato un po’ periferico da parte della politica, per merito della stessa Chiesa?
C’è un dibattito che finalmente fa del problema delle aree interne un tema non solo specialistico o solo di chi vi abita, ma una grande questione nazionale. Tanto è vero che molti demografi e studiosi della materia individuano nell’abbandono delle aree interne anche un tema che ha a che fare con la sicurezza territoriale. La mancanza del presidio umano dell’Appennino può essere all’origine di tanti fenomeni di dissesto idraulico e idrogeologico che determinano, ad esempio, le molte alluvioni che si stanno susseguendo anche in pianura, ma che nascono da problematiche riferite alla mancanza di presidio del territorio da parte dell’uomo, che non svolge più quel ruolo di custode delle acque, dei territori, dei declivi, della gestione che ha a che fare con l’agricoltura e la zootecnica. Questo cambio radicale di modello sociale, che ha desertificato gli Appennini, non tarda a presentare un conto che fa di questa una questione nazionale. Penso e sono convinto che le risposte debbano essere di due tipi. In termini di servizi, perché per abitare le aree interne c’è anche bisogno di servizi, però ci vuole qualcosa di più, ci vuole anche un’azione riguardi la comunità e la cultura, la spiritualità delle aree interne, intendendo non l’astrazione spirituale ma la necessità di fare della relazione e della centralità delle persone un elemento di forza di queste politiche. Politiche che non possono essere solo volte a garantire servizi sanitari, di trasporto, scolastici, che ci vogliono, ma che non sono sufficienti a riprofilare un futuro per questi Appennini che stanno anche modificando l’habitat naturale. È sempre più frequente la presenza di animali selvatici che arrivano fin sul mare. Sono marchigiano e ad Ancona vengono avvistati regolarmente cinghiali, perché anche gli equilibri ecologici rischiano di essere manomessi in maniera forte. I lupi ormai tornano anche nelle grandi città, per non parlare dei gabbiani a Roma. Non è naturale che l’uomo desertifichi zone che erano ricami, merletti, presenze straordinarie, come quelle che vediamo qui dal panorama di Spello. La nostra società, la nostra democrazia locale, il nostro Medioevo è stato ricco di realtà e di storia e di arte, proprio perché si abitavano le aree interne.
Lei è anche commissario per la ricostruzione del terremoto del centro Italia. Saper ricostruire è anche questo un tema anche culturale? Ovvero è necessario abbandonare l’idea di ricostruire esattamente come prima del sisma?
Sono convinto di questo, una buona ricostruzione non deve improntarsi nel principio di “dov’era e com’era” che ci allontana dall’obiettivo, ma del principio di migliorare la fattura delle costruzioni. Perché nelle zone sismiche bisogna sapere che un terremoto tornerà, che le case che ripariamo dovranno essere in grado di risparmiare vite e, per il più possibile, nuove lesioni. Gli inglesi dicono “build back better”, ricostruirsci meglio. Solo così si fa della ricostruzione anche un’opera di prevenzione. E poi, secondo tema, visto che le nostre case devono affrontare la sfida della crisi climatica dobbiamo lavorare anche per efficientare energeticamente gli edifici. Noi, ad esempio, eroghiamo contributi specifici e agevolazioni a chi garantisce una elevazione delle classi energetiche dei fabbricati contro cui il terremoto aveva scaricato la propria furia ma che successivamente devono essere messi in grado di essere più sostenibili. Quel costruisci meglio del “build back better” deve essere declinato anche alla luce delle nuove esigenze dettate dalla transizione ambientale.
L’Azione Cattolica, che è una realtà ancora radicata sul territorio e anche nelle aree interne, quale contributo può offrire?
Sono convinto che l’Azione Cattolica sia un hub di prossimità. Dal punto di vista spirituale, lo dico per esperienza diretta (sono cresciuto in un paesino e anche io ho fatto l’Azione Cattolica), crea le condizioni per un volontariato consapevole, a partire da una spiritualità diffusa che è un elemento per la difesa delle aree interne. E la risposta alla tentazione dell’abbandono, alla tentazione dell’emorragia, è proprio quella di rafforzare i legami e le relazioni. Fare sì che il borgo sia lo spazio dove si garantiscono cura ed eguaglianza. E lo Stato non può fare tutto, anzi lo Stato non deve fare tutto. La sussidiarietà ci insegna a considerare le energie che promanano dalla società, e specie da una società spiritualmente motivata, come un complemento fondamentale per questo nostro disegno di recupero delle aree interne che è recupero di identità, di tradizioni, ma anche di voglia di futuro. Innovare nel rispetto di quelle che sono le caratteristiche che abbiamo ereditato e di cui dobbiamo farci custodi.