
Il
mondo cattolico è in fermento.
Lasciata alle spalle la stagione
dell’unità politica dei cattolici, ha riacceso gli animi, assopiti
per lungo tempo all’interno di una sostanziale afasia progettuale.
Qualcosa si sta muovendo, insomma, all’interno della galassia dei
movimenti, associazioni, parrocchie e volontariato: colpa del
referendum sulla giustizia del 22-23 marzo. Che, almeno a livello
ecclesiale, costruiscono alleanze, rinvigoriscono un dibattito
sterile chiuso da una stagione di contrapposizioni ideali ormai
lontani nel tempo, trovano persino percorsi comuni di prospettiva
politica, come è successo a cavallo della scorsa Settimana sociale
di Trieste quando dieci associazioni e movimenti hanno sottoscritto
un appello per la pace proponendo, inoltre, una visione dell’Europa
basata sui valori della solidarietà, mettendo al centro la persona e
il bene comune.
Qui, di mezzo, c’è la politica. Quella vera. Che riscrive le regole del gioco. Che interessa tutti. Ancor di più il mondo cattolico, sensibile da sempre al bene comune. E allora, come un’onda improvvisa, che forse scombina i sondaggi fino a poco tempo fa fin troppo favorevoli ai sì, anche il voto cattolico potrebbe contare. E pure molto. È questa la vera novità del prossimo referendum costituzionale. I cattolici ci sono eccome, si fanno sentire, seppure su idee e progetti diversi, ma con uno stile proprio. Un impegno che chiede una partecipazione al voto, consapevole e impegnata, non ideologica e militante. Una richiesta di dialogo tra le parti, recuperando quello spirito costituzionale che non si è visto in Parlamento e tra le forze politiche. Come ha recentemente detto Giovanni Bachelet, presidente del Comitato della società civile per il No, «non è una bega fra politici e magistrati... Cambiare la Costituzione è qualcosa che cambia gli equilibri del potere, fra il potere giudiziario e il potere legislativo esecutivo, e ha a che fare con le prossime generazioni, con lo stato di diritto e con l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Quindi, molti come me, che non fanno politica attiva, si sono impegnati in questa battaglia, ed è importante impegnarsi perché tutti votino consapevolmente». In questo senso va visto il webinar svoltosi lo scorso 3 marzo, in preparazione al referendum sulla giustizia, organizzato dall’Azione cattolica italiana con Fuci, Meic, Mieac e Istituto Vittorio Bachelet, moderato dal direttore di Avvenire, Marco Girardo, con gli interventi degli “esperti” Marco Olivetti e Filippo Pizzolato.
Questa volta c’è tutto un mondo, quello delle parrocchie e delle comunità locali, che invece è passato all’azione organizzando incontri di informazione, andando a sviscerare la riforma, a valutarne i pro e i contro. Dal sud al nord del Paese, le parrocchie si sono mobilitate come non succedeva da tempo. C’è un “qualcosa in più” che cova sotto le ceneri del mondo cattolico, grazie anche all’ondata emotiva del referendum. Alla sudditanza politica comincia a far posto la voglia di contare di più per il bene del Paese.
Ci ha pensato subito il
novantacinquenne cardinale Ruini a rompere il ghiaccio, nella rituale
intervista al Corriere della sera, quando ha detto che
voterà sì, mentre il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei,
al Consiglio permanente della Cei, aveva invitato «tutti ad andare a
votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla
posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società,
senza lasciarsi irretire da logiche parziali». Se Ruini è per il
sì, decisamente Pax Christi è per il no: «le riforme
costituzionali che modificano l’assetto istituzionale senza
benefici per i cittadini sono fatte per accentrare funzioni
destrutturando l’equilibrio sempre fragile dei poteri e preparano,
come dimostra la storia, le guerre del futuro». Per il sì parteggia
la Compagnia delle opere, l’associazione nata dall’esperienza di
di Comunione e liberazione. Le Acli, invece, sono per il no e si
augurano che il prossimo referendum «sia un’occasione per
difendere l’equilibrio dei poteri, la garanzia dei diritti e la
qualità della giustizia per tutte e tutti», così come è per il no
la rivista dei Gesuiti, Aggiornamenti sociali. Ditelo sui
tetti, un network che raccoglie un centinaio di sigle di
raggruppamenti cattolici orientati su temi classici della famiglia, è
per il sì, così come i nascenti Comitati civici che «si
costituiscono per mobilitare al voto referendario i cattolici
consapevoli della sfida antropologica in atto», mentre la Comunità
di Sant’Egidio ufficialmente non si è espressa. Non danno
indicazioni di voto Agesci e Azione cattolica italiana, sebbene
alcuni media abbiano raccontato come al loro interno ci sia una
maggioranza per il no.
In una lettera indirizzata ai suoi soci, l’Ac
descrive il disagio e il profondo rammarico «nel verificare come una
materia che riguarda il patto fondativo, che descrive le regole
comuni, ritorni ad essere un’occasione di divisione e di scontro
piuttosto che un’occasione di dialogo e di incontro per le diverse
opzioni politiche nello spirito costruttivo che invece ha
caratterizzato l’elaborazione della Carta costituzionale». In
questa prospettiva, «riteniamo importante incoraggiare tutti a
partecipare attraverso il voto e, ancor prima, ad approfondire le
ragioni, le argomentazioni e le critiche, promuovendo un dialogo
franco e rispettoso delle diverse opinioni e dei diversi punti di
vista». Un esempio è il Vademecum sul referendum
confermativo preparato dall’Ac diocesana di Roma per presidenti
parrocchiali ed educatori, che è stato apprezzato e richiesto da
altre diocesi. La postura dell’Ac non è neutra rispetto alle
contrapposizioni che sta generando il referendum. Semmai, «il
Vangelo ci incoraggia e ci illumina a scegliere altri percorsi –
conclude la lettera –, concreti e possibili, che l’associazione
conosce e tocca con mano, che sperimenta nella quotidianità del suo
impegno educativo e formativo, nel paziente e umile lavoro di
costruzione di alleanze, nel suo servizio gratuito e silenzioso alla
cura di ciò che appartiene a tutti».
