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Fuorisede, non abbandoniamoli

Quanti studenti e lavoratori, per necessità o per scelta lasciano casa. Noi cosa facciamo perchè non si sentano "fuori posto"?
27/09/2026 di Ludovica Mangiapanelli

Questo articolo è stato pubblicato su  

Settembre è il mese degli inizi e ogni porta con sè la malinconia di ciò che finisce e, contemporaneamente, l’energia di quello che sta per cominciare. Le giornate si accorciano, le città tornano a riempirsi e le agende a reclamare spazio. C’è chi vorrebbe trattenere l’estate ancora un po’ e chi, invece, prova quasi sollievo nel ritrovare una routine e quella quotidianità da cui, solo poche settimane prima, non vedeva l’ora di scappare.

A settembre ricominciano i bambini e ragazzi davanti ai cancelli delle scuole, ricominciano gli adulti tornando al lavoro, ricominciano gli universitari, tra nuove lezioni da seguire ed esami da preprarare. Ma per una parte di loro così come e per tanti lavoratori, ricominciare assume un significato ulteriore. Ricominciare significa ripartire. Letteralmente.

Significa preparare una valigia, controllare l’orario di un treno o di un aereo, salutare la propria famiglia, gli amici e quei luoghi che sono casa. Significa imparare a orientarsi una nuova città e costruire, pezzo dopo pezzo, una quotidianità lontano da quella che fino a quel momento era stata semplicemente “casa”.

Sono i fuorisede. Studenti, ma anche lavoratrici e lavoratori che si spostano per studiare, formarsi, lavorare, cercare opportunità o nuovi stimoli. Secondo i dati Istat del 2022 sono circa 4,9 milioni le persone in Italia che vivono in un comune diverso da quello di residenza. Di questi 4.3 milioni sono lavoratori e 591 mila sono studenti. Essere fuorisede viene spesso raccontato come una scelta, un’avventura, una tappa verso l’indipendenza. E certamente può essere tutto questo. Ma non sempre partire è una scelta completamente libera. Le opportunità di studio e di lavoro non sono distribuite allo stesso modo nel Paese e c’è chi parte perché restare significherebbe rinunciare a qualcosa, così come c’è chi vorrebbe tornare, ma non trova le condizioni per farlo.

A questo si aggiungono difficoltà molto concrete: l’emergenza abitativa, il costo della vita, la distanza dalla propria rete sociale, persino la difficoltà di esercitare pienamente alcuni diritti, come il diritto di voto, lontano dal Comune di residenza. Ma ce n’è un’altra, più difficile da misurare: sentirsi fuori posto.

Si torna “a casa”, ma poi si riparte per tornare “a casa” un’altra volta. E può capitare che, nel mezzo, nessuno dei due posti sembri appartenerci completamente.

Anche la fede viene interrogata da questa distanza. Quanto di quello che vivevamo era davvero radicato in noi e quanto, invece, era sostenuto dal gruppo, dalla parrocchia, dalle persone con cui avevamo sempre condiviso il cammino? Continuare un percorso di fede in una città nuova significa spesso ricominciare anche lì: cercare una comunità, avere il coraggio di entrare in una stanza in cui non si conosce nessuno, provare a sentirsi parte di qualcosa mentre ci si sente ancora un po’ spaesati.

Essere fuorisede,però, significa anche imparare lentamente a cambiare prospettiva. Scoprire che si possono chiamare casa due posti invece che uno. Fare pace con un’instabilità che a volte pesa, ma che porta con sé un mare di possibilità: persone che non avremmo incontrato, strade che non avremmo percorso, parti di noi che non avremmo conosciuto.

E questa esperienza non riguarda soltanto chi parte.

Riguarda chi resta, che deve imparare quanto sia difficile salutare senza trattenere, lasciare andare senza smettere di accompagnare. E riguarda chi vede arrivare: le città, le comunità, le parrocchie, i gruppi. Perché accogliere chi arriva significa offrirgli la possibilità di costruire legami, ma anche riconoscere la ricchezza che ogni persona porta con sé, con la propria storia, le proprie abitudini, il proprio modo di guardare il mondo.

Viviamo anni caratterizzati da una mobilità sempre più forte e abbiamo bisogno di imparare a guardare il mondo con metriche capaci di tenerne conto. Continuare a interrogarci sul perché tante persone partono, creare le condizioni perché restare o tornare siano possibilità reali, rendere più semplice la vita di chi si sposta. Senza pensare, però, che la mobilità sia qualcosa da combattere. Va piuttosto compresa, accompagnata, resa più libera.

Perché c’è una bellezza particolare nel viaggio, nei nuovi inizi e persino nel ricominciare. A tutte e tutti, allora, l’augurio di un buon inizio: a chi resta e a chi parte, a chi accompagna e a chi accoglie. Che nessuno debba sentirsi solo nel ricominciare e che, ovunque ci troviamo, possiamo incontrare qualcuno disposto a camminare con noi e a farci spazio.