«La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina». Sono le parole che papa Leone XIV ha pronunciato sabato scorso in una Basilica di San Pietro gremita, traboccante di fedeli accorsi per accogliere l’invito del Pontefice a pregare per la pace.
Queste immagini, costruite su un forte parallelismo, ci aiutano a leggere il nostro tempo: un tempo profondamente attraversato dal conflitto, che tocca la vita personale, relazionale, ecclesiale e sociale di noi giovani, e interpella da vicino anche il cammino dei Giovanissimi e dei Giovani che siamo chiamati a servire e accompagnare.
Ci troviamo sempre più spesso immersi in dinamiche di contrapposizione: io contro l’altro, vegani contro carnisti, destra contro sinistra: situazioni che sembrano chiederci di scegliere da che parte stare, come se un punto di incontro non fosse possibile. Eppure, se partissimo dalla speranza di costruire insieme un mondo migliore, potremmo scoprire che ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide.
Accade invece che la fretta e lo scoraggiamento prendano il sopravvento e finisce così che difendiamo le nostre idee più per affermare chi siamo che per contribuire alla costruzione del bene comune. È la cultura in cui siamo immersi, se ci pensiamo, che ci spinge a schierarci, a parlare non tanto per condividere una visione, quanto per identificarci, per riconoscerci tra noi. E così, nel dialogo tra le nazioni, nel confronto politico e sociale, ma anche nella vita quotidiana, rischiamo di confondere l’argomentazione con l’aggressione: per confutare un’idea non ci limitiamo a metterla in discussione, ma sentiamo il bisogno di umiliare, deridere, calpestare chi la pensa diversamente. Anziché partire dall’amore per la casa comune e per una convivenza pacifica, utilizziamo il potere, anche il più piccolo e ordinario che abbiamo, per schiacciare l’altro invece che per servire chi mi è prossimo. Le idee, che dovrebbero essere dinamiche e aperte, si irrigidiscono così in ideologie, finendo per diventare pesanti, statiche, chiuse, irremovibili, impermeabili a qualsiasi dubbio.
È dentro questo contesto che, come Settore giovani, abbiamo sentito il bisogno di fermarci e riflettere sul conflitto. Un’esperienza sempre più diffusa che si manifesta nella difficoltà di saper dialogare, nella paura e nel sospetto verso l’altro, nel ritorno della logica della forza come metodo per la risoluzione delle controversie.
Eppure, come ricordava il filosofo, l’opposto converge con l’opposto, e bellissima è l’armonia dei divergenti. Ed è così, il conflitto esiste solo tra contrari, la contrarietà presuppone una relazione e nulla c’è di più bello della relazione che cerca, nel contatto delle idee e delle azioni, un modo per stare insieme. Oggi, invece, rischiamo di vivere le differenze come contraddizioni insanabili, come se le diversità non potessero stare insieme.
Per questo, vorremmo proporre una provocazione ribadendo che il conflitto non è qualcosa da evitare o semplificare, ma uno spazio in cui imparare a stare, riconoscendolo nella nostra esistenza con il desiderio di guardarlo in un modo nuovo, sperimentando – perché no – anche la bellezza di restarci invischiati. Altrimenti, non solo finiremmo per perdere la capacità di relazionarci con chi la pensa diversamente, ma anche quella di pensare davvero. Se nessuno ci mettesse in discussione, infatti, non saremmo più stimolati ad approfondire e a problematizzare, e alla fine non cresceremmo più. Noi, invece, siamo convinti che il conflitto sia necessario. Un conflitto che sa distinguersi dalla guerra — che è volontà di annientamento dell’altro — e che diventa uno spazio in cui esercitarci a vivere un rapporto pacificato con la diversità delle opinioni.
Per questo il modulo del Settore giovani, che si svolgerà a Seveso dal 1 al 3 maggio, porta un titolo provocatorio: “Facciamo a metà?”, ripreso dalla celebre canzone degli Eugenio in via di Gioia. Ma “fare a metà” è il segno che, dentro un conflitto, qualcuno desidera ancora restare in relazione, senza dividere la verità, né ridurre tutto a un compromesso al ribasso. È una frase che interrompe la logica del “vinco io o vinci tu” e apre una terza via: quella dei curiosi di scoprire cosa succede se restiamo insieme mentre cerchiamo. Per questo il fondamentale da allenare nel campo di gioco del conflitto è quello dell’immaginazione. Nella differenza, abbiamo bisogno di tornare ad allenare la capacità di immaginare soluzioni condivise, di cercare il meglio possibile insieme, sapendo che “la verità non sta nel mezzo, ma nella capacità di saper andare in profondità”: nella profondità delle visioni e delle verità dell’altro. E allora occorrerà restare in ricerca, coltivando una curiosità autentica verso il prossimo.
Una curiosità che si arricchirà con un confronto internazionale, con il seminario “Shaping peace, Realising hope: global youth in dialogue”, che si terrà nello stesso luogo del modulo dal 2 al 7 maggio. Un’occasione di confronto sulle questioni del nostro tempo e di fraternità che vedrà coinvolti giovani provenienti da Ucraina, Italia, Malta, Romania e Spagna promosso dal Settore giovani dell’Azione cattolica insieme al Coordinamento giovani del Forum Internazionale di Ac e la Pastorale giovanile della Chiesa greco-cattolica Ucraina, con il contributo di Caritas italiana.
Questa è la nostra risposta dal basso alle sfide del nostro tempo: dialogo, approfondimento, studio, confronto interculturale per generare il bene e costruire un mondo più riconciliato, capace di armonizzare le differenze.


