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Senza giovani non c’è futuro

L'intervista ad Alessandro Rosina, professore di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano
17/04/2026 di Alberto Galimberti
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L’inerzia demografia negativa non è un destino, si può contrastare. La soluzione passa nelle mani della politica, attraverso comportamenti individuali e tramite scelte collettive. Ne è persuaso Alessandro Rosina, professore di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano, autore del saggio La scomparsa dei giovani. Le 10 mappe che spiegano il declino demografico dell’Italia (Chiarelettere). Segno nel mondo l’ha raggiunto. 

Professore, nel libro descrive l’Italia alla stregua di un Paese in «glaciazione demografica». C’è un’immagine che restituisce la gravità della situazione? 
L’Italia è in declino demografico. L’immagine più fedele della metamorfosi in atto è lo svuotamento alla base della piramide. Dal 2014, la popolazione diminuisce costantemente. La preoccupazione principale non deriva dal calo numerico né dall’aumento della longevità. Il vero allarme riguarda la contrazione delle nuove generazioni, il crollo della natalità: stiamo perdendo il ricambio generazionale. Si tratta di un processo che mina le fondamenta del benessere sociale ed economico, produce squilibri strutturali senza precedenti e minaccia la sostenibilità del sistema-Paese. 

Spesso si liquida la denatalità a fenomeno ineluttabile. Lei, invece, sostiene che l’Italia sia scivolata in una «spirale regressiva», a valle di scellerate scelte politiche. Quali sono le cause all’origine del declino? 
La crisi esplode quando il numero medio di figli per donna scende sotto la soglia di due. Il crollo delle nascite è la conseguenza dell’incertezza economica, sociale e ambientale. In Italia siamo avviluppati in una spirale: meno giovani significa meno forza lavoro, meno innovazione, meno domanda interna, meno spinta al cambiamento. Non è una fatalità, bensì l’esito di un contesto in cui la scelta di avere figli non è più scontata come in passato. Viene procrastinata o rimane in sospeso. Trasformandosi sovente in una rinuncia. 

Quando i giovani sono diventati il convitato di pietra del Paese? 
Quando abbiamo smesso di investire su di loro, lasciandoli macerare in un eterno presente. Mentre altri Paesi investivano su politiche di conciliazione, occupazione femminile, servizi per l’infanzia, transizione scuola-lavoro; l’Italia è rimasta ferma. Risultiamo carenti ovunque: dai congedi di maternità e paternità al part-time volontario. Per tacere di un mercato immobiliare proibitivo e dell’assenza di politiche abitative a misura di giovani nelle grandi città. La combinazione tra bassi salari d’ingresso e incertezza occupazionale costringe, poi, i ragazzi alla permanenza nella famiglia d’origine, ritardando l’uscita di casa e bloccando ogni progetto di autonomia. In sintesi: l’esodo all’estero delle giovani generazioni, in cerca di migliori opportunità, è tanto il sintomo quanto la causa del declino in corso. 

Oltre ai fattori economici, pesa l’incertezza di abitare un mondo in costante cambiamento? 
Moltissimo. Le generazioni nate nel ventunesimo secolo vivono immerse in un’insicurezza radicale: crisi climatiche, pandemiche e rivoluzioni tecnologiche scalfiscono certezze e insidiano competenze acquisite. In questo quadro, la scelta di avere un figlio – l’atto di responsabilità verso il futuro per eccellenza – rischia di soccombere se sprovvista di un sistema che valorizzi il capitale umano e garantisca la parità di carriera, specialmente per le donne.

Ci aiuti a capire il concetto di “degiovanimento”. 
È un fenomeno sia quantitativo che qualitativo. I giovani sono di meno, contano poco nelle urne (votano con le gambe, cioè fuggendo all’estero), disertano traguardi formativi e professionali (aumentando le file dei Neet). Un Paese che non ha uno sguardo generazionale è, però, un Paese senza visione, miope, schiacciato sulla durata della legislatura di governo. Senza invertire la rotta, il sistema rovinerà su sé stesso: mancheranno presto le figure professionali necessarie a garantire i servizi di base, la sicurezza sociale e il funzionamento del processo produttivo. 

In Italia è la famiglia a svolgere il ruolo di ammortizzatore sociale. 
Abbiamo trasformato un punto di forza in una zavorra, un alibi per l’assenza dello Stato. Il supporto economico ed emotivo di genitori e nonni ha soppiantato il welfare pubblico. I giovani non sono considerati come cittadini portatori di diritti. Questo cortocircuito cristallizza profonde diseguaglianze e disperde talenti preziosi: se hai genitori istruiti e benestanti possiedi più chance, altrimenti resti ai margini. L’accesso al lavoro, mediato da reti private anziché da servizi per l’impiego efficienti, penalizza chi proviene da classi sociali basse vanificando meritocrazia e dedizione. 

Il ruolo dell’immigrazione? 
Sull’argomento, commettiamo tre errori. Il primo è ritenere l’immigrazione una questione di sicurezza, un’emergenza da agitare coagulando consensi e diffondendo xenofobia. Il secondo è sfruttarla come riserva di manodopera a basso costo e rifugio per il sommerso. Il terzo è un errore di prospettiva: se la natalità resta ai livelli attuali, nessun flusso migratorio compenserà gli squilibri generazionali. L’immigrazione deve integrarsi in una strategia sistemica, permettendo a chi approda nel nostro Paese di partecipare attivamente al suo sviluppo. I prossimi dieci anni sono cruciali. Ci giochiamo molto, forse tutto. I dati Istat sono impietosi: sei milioni di lavoratori andranno in pensione. Non avremo abbastanza giovani per sostituirli. Se prevarrà l’inerzia demografica negativa, senza risposte adeguate in termini di politiche di sviluppo e sostenibilità, l’Italia precipiterà nel baratro; con una spesa enorme per sanità e pensioni a fronte di una base produttiva sempre più esigua. 

C’è spazio per la speranza? 
La rassegnazione non è un’opzione. I giovani italiani non sono inferiori ai loro coetanei europei: hanno le medesime potenzialità, vogliono realizzarsi professionalmente e costituire una famiglia. Formazione di qualità e inclusiva, salari dignitosi, politiche abitative lungimiranti, un sistema di welfare pubblico solido: sono leve da agire sinergicamente. Trasformando la crisi in opportunità. Ascoltando la spiccata sensibilità delle nuove generazioni per sostenibilità ambientale, innovazione digitale e generatività sociale. Il volto dell’Italia di domani dipende da quanto decidiamo oggi di investire sui giovani. Solo così si salva un Paese che si sta svuotando.