In un contesto globale segnato da conflitti e divisioni, la pace emerge come un valore imprescindibile, che richiede non solo l'impegno delle istituzioni, ma anche una riflessione profonda e condivisa su come educare le nuove generazioni alla costruzione di un mondo più giusto e solidale. In questa direzione si inserisce la presentazione della Nota pastorale della Conferenza Episcopale Italiana intitolata «Educare a una pace disarmata e disarmante», un documento approvato dall'81ª Assemblea Generale il 19 novembre 2025 ad Assisi, che pone l'accento sulla necessità di un'educazione orientata alla pace come disarmo dei cuori e delle menti.
Per approfondire i temi della Nota e promuovere una riflessione collettiva, mercoledì 14 gennaio, l'Istituto di Diritto Internazionale della Pace Giuseppe Toniolo, insieme all'Azione Cattolica Italiana e alle ACLI (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani), ha organizzato il webinar “Educazione e pace, oggi”. Ad aprire i lavori è stato il presidente nazionale dell’AC, Giuseppe Notarstefano, che ha affermato che quella della pace è una sfida educativa e culturale, una sfida che ci chiama a ritrovare la via del diritto internazionale, a guardare alla pace come «dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso», richiamando le immagini care a papa Francesco di «“architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società» e «“artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona». La parola è passata a Emiliano Manfredonia, presidente nazionale Acli, che ha ricordato le iniziative delle Acli a sostegno della pace, culminate il 15 dicembre 2025 con la consegna del “Manifesto Peace at Work – Per un’Europa di pace” al Parlamento Europeo a Strasburgo, il punto di arrivo di un viaggio durato 100 giorni che ha attraversato l’Italia raccogliendo il lavoro silenzioso e quotidiano di chi costruisce pace nelle scuole e nelle fabbriche, negli ospedali e nei cantieri, nei servizi, nello sport, nella cultura e nelle comunità.
Don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e del lavoro della CEI, ha illustrato i tre passaggi fondamentali che la Nota presenta.
Il primo afferma con chiarezza che l’educazione è determinante per una autentica conversione alla pace. In un contesto segnato dal ritorno della guerra, il rischio è quello di scivolare in logiche belligeranti che banalizzano la realtà e deformano lo sguardo. La Nota individua con lucidità alcuni segni di questa diseducazione: la globalizzazione dell’indifferenza, il silenzio sulle conseguenze ecologiche del riarmo, la rinascita dei nazionalismi, la violenza verbale e politica, l’uso strumentale delle religioni, l’alto tasso di odio che attraversa le società. In questo contesto, educare alla pace non è un’opzione tra le altre, ma una responsabilità urgente.
La seconda parte del documento propone una riflessione esplicitamente cristiana. Da credenti, come annunciare la pace oggi? La risposta è netta: la Scrittura educa a riconoscere in Cristo «la nostra pace». Da qui deriva un cambio di paradigma ormai irreversibile: il cosiddetto teorema della “guerra giusta” è giunto al capolinea. Le guerre contemporanee coinvolgono inevitabilmente le popolazioni civili e producono devastazioni umane, sociali e ambientali incompatibili con qualsiasi giustificazione etica. Riprendendo l’invito di papa Leone, che il 17 giugno 2025 ha chiesto che ogni comunità cristiana diventi «casa della pace», il documento invita a delegittimare l’uso della violenza, la costruzione del nemico e la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. La sfida è anche linguistica e culturale: guerra e conflitto non sono sinonimi. Il conflitto è parte costitutiva della vita umana e sociale; la guerra ne è la degenerazione. La Nota indica anche percorsi concreti: la preghiera, la nonviolenza attiva, l’abitare luoghi quotidiani di costruzione della pace come la famiglia e la scuola, l’attenzione alla giustizia riparativa, l’impegno nell’obiezione di coscienza e nel servizio civile.
Vincenzo Buonomo, docente di diritto internazionale presso la Pontificia Università Lateranense, ha anzitutto richiamato una dinamica tipica del nostro tempo: ci stiamo abituando sempre più a ricevere informazione e sempre meno a costruire formazione. Ma l’educazione alla pace non può fermarsi alla superficie dei fatti; richiede un processo formativo articolato, che coinvolga più livelli. Il primo punto della Nota è il rifiuto della logica bellica, non solo come superamento della guerra in quanto tale, ma come smascheramento di una mentalità che riduce il conflitto a scontro, la diversità a minaccia, l’altro a nemico. In questo scenario si è progressivamente smarrito anche il principio della reciprocità solidale. Da qui l’importanza del ruolo delle istituzioni, che però non possono agire isolate.
Un altro elemento centrale del documento, sottolineato da Buonomo, è l’approccio multidimensionale. Il riarmo viene oggi giustificato in modi diversi: per alcuni Paesi è sinonimo di sicurezza, per altri di riorganizzazione geopolitica. Organismi come l’ONU o l’Unione Europea sono stati progressivamente privati della capacità di incidere. Da qui la necessità di una nuova proposta: valorizzare il soft power della coscienza critica, della persuasione e del rispetto. Da qui emergono due prospettive decisive: il diritto alla pace, inteso come diritto della persona e delle comunità, e il ricorso agli strumenti della diplomazia, del dialogo, della costruzione di ponti. In questo orizzonte si colloca il ruolo dei cristiani e della Santa Sede.
Nell’intervento conclusivo Isabel Trujillo, Professoressa di Filosofia del Fdiritto presso l’Università degli Studi di Palermo, ha insistito sulla capacità – e sulla responsabilità – di tutte le persone di attivarsi concretamente per la pace. Al centro vi è un nuovo vocabolario della pace, fatto di incontro, dialogo, educazione e primato dei diritti umani. In questa prospettiva, lo ius contra bellum diventa criterio decisivo: lottare per i diritti umani significa difendere il diritto alla vita, dei civili come dei soldati, e riaffermare che la loro tutela esige strumenti pacifici di risoluzione dei conflitti. Trujillo ha richiamato un dato spesso rimosso: sono gli Stati a volere la guerra, non i popoli, aprendo così alla necessità di un cambiamento di rotta che metta definitivamente in crisi la dottrina della “guerra giusta”.
Educare a una pace disarmata e disarmante significa allora accettare questa complessità senza rinunciare ai principi. È una sfida culturale, giuridica e spirituale che chiama in causa le coscienze personali e le strutture internazionali, nella convinzione che senza l’una l’altra resta fragile.



